Abort mission

Se avessi voluto realizzare una presentazione sul primo quarter del mio 2017, l’elenco puntato dell’executive summary sarebbe stato esaustivo con i due seguenti bullet:

  • Faccio la spola tra Milano e Modena
  • Sto preparando una maratona

Questo era più o meno tutto fino alla fine di Marzo. In seguito per motivi diversi entrambi i fattori sono venuti meno, aprendo quasi senza preavviso una serie di interrogativi. Come al solito.
Forse è per questo che per la prima volta nella mia vita non scoppiavo di gioia e di salute nella zona partenze di un aeroporto il 22 Aprile, quando ho cominciato a pensare a queste parole.
Sentirmi un bimbo felice in un aeroporto è una delle poche certezze della vita e l’assenza di questa sensazione mi ha fatto pensare per la prima volta che forse anche a me tocca o toccherà invecchiare. Probabilmente però si è trattato solo un ammasso di pensieri che ha fatto da embolo per la circolazione delle mie sensazioni solite, perché una volta arrivato a Bucarest la mia curiosità e il mio entusiasmo erano al loro posto di sempre.

București
Non c’è molto di avventuroso in questo primo viaggio: si trattava in realtà una piccola riunione Erasmus che avevo organizzato in tempi non sospetti quando ero preso dalla noia a Modena, quindi ero con amici e ospite da amici. Il caso ha voluto che il periodo scelto coincidesse con il matrimonio civile di uno di loro (che si è sposato in chiesa qualche giorno fa).
Una doppia soddisfazione: rivedersi dopo tanto tempo e proprio in un momento così importante. Come tutti anche io ho degli amici sposati, ma non credo sia tanto frequente vedere il posto dove un tuo caro amico ha chiesto la mano alla fidanzata.
Grazie a questo breve soggiorno rumeno ho potuto riprendere confidenza con una parte di me che vive ogni volta che scendo da un aereo e che si spegne ogni volta che il viaggio finisce, in particolare con quella parte che probabilmente resterà per sempre a Porto o con le persone di Porto.
Della città invece, non ricordo tantissimo. Ho visto un po’ il centro (principalmente il palazzo del popolo) quando siamo andati a festeggiare la prima sera alla Città Vecchia, il secondo giorno lo abbiamo serenamente dedicato all’hangover e così io e il mio ex coinquilino tedesco abbiamo passato l’ultimo giorno a camminare senza sosta per cercare di vedere il più possibile. E se a piedi riesci a vedere più o meno tutto il centro storico, è in macchina che ti accorgi di quanto immensa e caotica sia questa città. E non sono tanto il traffico (tra Milano e Catania io sono stato già abituato bene), le code o i parcheggi creativi a rendere l’idea quanto i cavi della luce (cliccando si può dare un’occhiata su google per credere): una ragnatela che circonda entrambi i lati di quasi tutte le strade e che non puoi fare a meno di guardare rapito.
Quanto ai posti, al di là degli edifici storici e dei due giganteschi parchi che abbiamo avuto modo di vedere (l’Herastrau e, credo, il Ioan Cuza) mi sento di segnalare due must see:

  • Il Palazzo del Parlamento, formerly known as Casa del popolo (Casa Poporului) un edificio troppo grande per entrare in un solo colpo d’occhio. Su internet si trovano tantissime informazioni su questa struttura, molte delle quali incredibili, e quindi riporto solo ciò che ho sentito mentre ero lì: al suo interno ha una specie di metropolitana (si estende verso il basso sottoterra quanto e più che in altezza) e ci sono talmente tante stanze e saloni che di molte non sanno cosa farsene.
    Ogni volta che lo guardavo immaginavo storie su Ceaușescu: lo vedevo dare sempre lo stesso giudizio sulle bozze degli architetti ( “Lo voglio più grande! Più Grande!!!”) oppure lo vedevo apprezzare una riproduzione in scala 1:1000 e poi chiedere con la massima calma di aggiungere giusto due o tre zeri e di proseguire.
    Consiglio di andare a vederlo per avere un riferimento mentale per il termine “grande”.
  • Eroilor-Cotroceni, qui metto solo la zona della città perché non sono riuscito a trovare il nome del palazzo.
    Mi hanno detto che era una radio, un museo, un palazzo istituzionale che poi doveva diventare un centro commerciale, forse un museo dell’architettura. La sostanza è che c’è questo palazzo che non si riesce a capire se è costruito a metà o mezzo distrutto, che per dimensioni e maestosità potrebbe essere un tribunale o un parlamento (scherzando abbiamo pensato che fosse la versione in brutta della Casa del Popolo in centro) e che ha fatto andare fuori giri per un paio d’ore la mia fantasia. Qualcuno mi dica che cos’era, qualcuno ne parli, io DEVO sapere questa storia.

Gent/Bruxelles
Nemmeno una settimana dopo ero di nuovo su un aereo. E se questa volta, nonostante la levataccia (la sequenza precisa è: sveglia che non suona- bestemmia – levataccia – corsa all’alba verso l’aeroporto), tutte le sensazioni pre-partenza erano al loro posto, non sono mai stato tanto vicino a rinunciare a un viaggio.
Avevo fatto questo biglietto in un momento di noia, qualche giorno dopo aver preso i biglietti per Bucarest, e fino alla notte prima di partire non sapevo in quale parte del Belgio avrei diretto i miei passi.
Sebbene tornando da Bucarest avessi annotato su un foglio “Bruxelles dovrà essere pianificata un po’ meglio” in Italia non avevo organizzato nulla e alla fine si trattava di un viaggio ad altissimo tasso di improvvisazione, che pertanto poteva riuscire come fallire miseramente.
Sto consolidando l’idea (suggeritami a Vilnius) che l’impressione che hai dei posti dipenda moltissimo dalle persone che incontri e questo aumenta la grandezza della x quando si viaggia da soli. Però, alla fine, ho rischiato.
Il primo premio mi è stato consegnato già sull’areo in partenza. Grazie alla signora Cristina sono stato testimone di una scena che pensavo esistesse solo nei film: si chiude il portellone, l’aereo si allontana a marcia indietro per dirigersi verso la pista e una signora si alza e candidamente dice Devo scendere.
A nulla sono servite le rassicurazioni di un’amica, che è partita lo stesso, e del marito che invece è rimasto a terra; forse l’offerta delle persone in prima fila (dove c’è un po’ più di spazio) di cambiarsi di posto è arrivata un po’ troppo tardi, una volta che fermano l’aereo e riaprono il portellone non è che ti fanno salire e poi riscendere. La signora Cristina è scesa giù. Ovunque tu sia, sappi che io voglio bene a te e ai tuoi attacchi di panico.
Il secondo premio è stata Gent, città scelta all’ultimo minuto a scapito di Bruges e che si è rivelata meravigliosa. Mai viste tante biciclette in vita mia, una città a misura d’uomo con un centro storico turistico ma non caotico, una periferia tranquilla ed accogliente. Finalmente zaino in spalla e naso all’insù, soprattutto per ammirare le incredibili vetrate delle chiese, come piace a me.
Da questo mio azzardo ho ricevuto tanti altri premi:
– una città di cui avevo sentito parlare solo per qualche squadra sconosciuta dei preliminari di coppa uefa che si rivela piena di vita, di locali e di cose da vedere
– un’ospite favolosa, trovata la sera prima di partire su couchsurfing, con cui sono tornato a casa in bicicletta (in due, ubriaco e con le ruote sgonfie, altro che Liegi Bastogne Liegi)
– una batteria che si scarica proprio mentre stavo scrivendo un delirio che non ha mai più visto la luce (stavo continuando su carta ma poi è arrivata la mia amica e abbiamo preferito la birra, giusto per onorare uno dei prodotti d’esportazione del Belgio)
– un locale in cui hanno chiesto una delle mie scarpe (anche qui, vedere per credere) come caparra per evitare che rubassi il bicchiere e in nel quale in mezz’ora ho conosciuto una mezza dozzina di persone di tre nazioni diverse
– una festa erasmus (sempre tramite couchsurf) assolutamente a caso in cui ho sentito despacito e il termine tinder ben oltre i miei livelli di tolleranza ma che alla fine si è rivelata un successone

E così il giorno successivo, dopo aver dormito in un ostello che era un barcone sul fiume, sono partito per Bruxelles. Nei miei piani l’avevo quasi del tutto tralasciata perché mi avevano detto che oltre al mennneken pis (una statua minuscola di un bimbo che piscia, in memoria di un bimbo che spense una miccia con la minchia in tempi di guerra) e a qualche palazzone ci fosse poco da vedere. E invece ancora girando a caso ho trovato moltissimi posti interessanti, incontrato amici italiani che non sapevo fossero lì, e soprattutto una mostra di Steve McCurry, tanto non pianificata quanto da vedere.
Alla fine della giornata, quando mi serviva una connessione per capire come raggiungere l’aeroporto, mi ero perso nei pressi degli uffici dell’Unione Europea. Sono stato salvato da un cameriere di un bar che mi ha concesso al modico prezzo di una birra di capire che strada prendere, ma presto salterà fuori che era italiano anche lui e quindi la seconda sarà gratis.

Posso dire che ho raggiunto gli obiettivi che mi spingono a riempire uno zaino e a partire un po’ a caso: ho fatto un bel reset cerebrale grazie a lingue che non conosco (francese e dutch) e ricaricato le batterie stancandomi a girare per posti nuovi.

Quando sono tornato effettivamente sono uscito un po’ da quello stallo in cui mi trovavo. Maggio al solito suo è volato, anche se senza i botti degli altri anni, e penso di essermi dilungato sufficientemente: tornerò spero presto a ragionare sul mese appena trascorso e sul prossimo viaggio in programma (dopodomani).

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(nella foto della sobria arte-sacra-fluo in mostra in una chiesa di Bruxelles)

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Drive

C’è questa canzone degli Incubus, si intitola Drive, che rappresenta abbastanza bene questo momento di semi-inerzia in cui aspetto che cambi qualcosa.  Il ritornello inizia così:

Whatever tomorrow brings I’ll be there, with open arms and open eyes”

L’ultima volta avevo parlato del mio rapporto con la musica in macchina e posso dire che il guidare frequentemente sia una delle note positive di quest’ anno che ha già terminato il suo primo trimestre. Ogni giorno ho almeno 20 minuti di guida (più le due ore di autostrada del Lunedì e del Venerdì) nelle quali posso provare a mettere un po’ d’ordine, anche se in maniera non del tutto consapevole.
Non parliamo di folgorazioni improvvise sul senso della vita, ma di piccole gioie quotidiane: come quando il random mette proprio la canzone che avevi in testa o quando al distributore riesci a fare cifra tonda con l’importo della benzina. Sull’altro piatto della bilancia la mia aggressività si sta canalizzando in maniera sempre più netta verso determinate categorie di guidatori, probabilmente di persone, verso cui non credo che la selezione naturale abbia completato il suo corso. Per facilitare la comprensione ho stilato questa breve lista (perché una giornata senza un elenco puntato è una giornata persa) dal titolo molto pacifico:

Gente che dovrei poter sciogliere nell’acido senza incorrere in sanzioni penali :

  • Quelli che vanno piano nella terza corsia a sinistra in autostrada (è un discorso politico quello che ti spinge a stare a sinistra anche se stai andando solo a 100 Km/h? è una questione di visuale? CHE CAZZO DI PROBLEMI HAI?)
  • Quelli che vanno piano nella terza corsia a sinistra e NON SI SPOSTANO
  • Quelli che “non vedo bene quindi abbagliante fisso”. Guida di giorno o ucciditi, por favor
  • Quelli che parcheggiano ad minchiam prendendo due posti (o più, se per le rotture di cazzo hai preso il phd)

Esaurita la parentesi sui miei desideri per nulla segreti di pulizia etnica, torno al mio riflettere in macchina.
Negli ultimi mesi si stanno accumulando accadimenti che per come conosco la mia storia implicano qualche grossa modifica alla trama se non l’inizio di un capitolo nuovo. Si tratta di situazioni abbastanza corpose da poter essere spiegate e raccontate (come potrebbe essere un cambiamento di azienda o un trasferimento in un altra città) ma anche e soprattutto di una moltitudine di cose da nulla che noto solo io. Possiedo una vasta collezione di piccole manie che prese singolarmente suonano come minuscoli campanelli d’allarme, e da quando hanno preso a suonare tutti assieme mi sembra di vivere in un campo di cicale.
Il guaio è che nonostante i numerosi segnali non riesco a capire bene che cosa stia succedendo. Per questo motivo a volte mi sembra di perdere la pazienza e altre di essere intrappolato in questa sensazione, come se ne avessi fatto il mio modus vivendi, senza che qualcosa stia realmente accadendo.
Un paio di settimane fa mi è capitato di tornare a casa prima e di uscire dall’ufficio col sole. L’ora legale ha naturalmente allungato giornate e adesso questa luce è diventata la norma, ma quel giorno è stato strano percorrere la stessa strada di sempre, non avevo più riferimenti e ho dovuto farmene di nuovi. Nel frattempo ho notato anche dei dettagli e dei colori che negli ultimi due mesi e mezzo mi ero completamente perso e questo probabilmente sta influendo su le mie riflessioni in macchina.
Quando ho iniziato questo post (giorni fa, ormai quando apro un nuovo post lo lascio aperto nelle bozze per un paio di settimane) non sapevo bene dove volevo andare a parare, sapevo solo che volevo raccontare l’unica parte della giornata in cui sono un viaggiatore.
Ho capito qualcosa quando ho formulato la chiusa: forse ciò che mi sta accadendo è paragonabile a questo cambio di prospettiva, forse le novità stanno nascoste in piena vista proprio in mezzo alla mia routine e per trovarle devo solo accendere (o spegnere) le luci.
Spero che averlo visto mi porti bene

driving

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La doppia vita e i puzzle circolari

Da un po’ più di un anno inizio a scrivere lamentandomi di come non riesca più a trovare il tempo per scrivere. Possiamo dire che sia diventato il mio incipit, essendo sempre la prima frase che mi viene in mente quando apro un file di word che non sia di lavoro.
Mi sono reso conto, però, che da quando le mie giornate hanno cominciato a scorrere davanti al pc, ritagliarsi un po’ di tempo per fare un’istantanea degli ultimi eventi è diventato molto più difficile, soprattutto se lo strumento di evasione è lo stesso con cui mi guadagno il pane.
Non escludo che scrivere questo genere di cose da un altro pc potrebbe essere un ottimo espediente scenico, una soluzione (che tra le altre cose sto provando proprio adesso); ma principalmente scrivo questo per dire che me ne sono fatto una ragione -ho capito- e pertanto questa è probabilmente l’ultima volta che inizio un post così.

Oggi ho intenzione di riprendere uno schema sul quale si basavano i miei post autobiografici, soprattutto quando ho iniziato a raccontarmi qui e in posti simili: elencherò una serie di eventi più o meno recenti nei quali io vedo un filo conduttore che dovrebbe permettermi di chiudere una specie di cerchio più o meno esplicito.
Prima che la consulenza bacasse completamente strutturasse la mia forma mentis sintetizzando questi elenchi in un’ossessione per i bullet, scrivevo quasi sempre così. Oggi probabilmente sarà una via di mezzo.

Da qualche mese, lo avevo già accennato, sto lavorando in trasferta a Modena. La novità è che con l’anno nuovo mi hanno messo a disposizione un appartamento in un residence e che quindi il mio pendolarismo è diventato logi(sti)camente più stabile, passate le prime due settimane molto simili a un trasloco a puntate.
Adesso parlo di casa a Milano e casa a Modena come se fossi figlio di divorziati e ovviamente, per quanto ci possa stare attento, quando mi sposto c’è sempre qualcosa che è rimasto nell’altra casa. È il momento storico perfetto per sviluppare una seconda personalità (ma questo lo dico solo perché sono rimasto molto colpito da Split al cinema).
Sono alla quarta città negli ultimi quattro anni, non è affatto una lamentela: chi mi conosce un minimo sa che probabilmente se avessi potuto cambiare qualcosa ne avrei aggiunta qualcuna in più o ne avrei messe un paio all’estero. Considero inoltre l’esperienza modenese come una parentesi di quella milanese, non credo che ci sarà una rubrica apposita, e poi conosco Milano ancora così poco!
Un altro degli aspetti positivi della riscoperta del pendolarismo è che mi hanno messo a disposizione una macchina. Per la prima volta da quando ho lasciato la Sicilia guido regolarmente e posso dire che mi era mancato parecchio. Quando si guida il cervello è concentrato su diversi fattori e tutti gli altri pensieri vanno in background, o forse è il contrario, o forse ancora c’è quel misto di concentrazione e distrazione che oltre a rilassarmi a volte mi fa vedere meglio le cose. E poi la macchina è un posto dove puoi tenere la musica a palla senza disturbare nessuno o danneggiare seriamente i timpani, ecco che cosa mi era mancato.

Uno degli eventi degni di nota è che ho danneggiato seriamente il mio HD esterno.
Oltre alle case, nell’ultimo periodo ho cambiato anche diversi PC (ed è una cosa davvero molto meno opulenta di quanto possa sembrare), pertanto avevo diversi backup che prima o poi avrei fuso. Prima o poi, appunto: in questo momento (magari non a quest’ora) un team di esperti sta cercando di salvare i miei dati. Parliamo di tutta la mia memoria multimediale da quando uso un pc, alias quasi 15 anni.
Sarebbe una bella tabula rasa perdere tutto fino a due mesi fa e più che preoccuparmi, dato che sto mantenendo un atteggiamento molto pragmatico che potrei avere con la morte (qualcosa come “se muore, amen”), questa storia mi ha fatto pensare a quanto in generale si realizzi a posteriori la cura e l’attenzione che bisognerebbe dedicare alle cose. Si tratta di un concetto esageratamente trito, “non sai quanto ci tieni a una persona fino a che non la perdi” e altre fabiovolate simili, ma quello che voglio dire è che a volte basta un po’ di immaginazione e non è necessario il metodo empirico per capire come si starebbe/succederebbe senza qualcosa, nel mio caso specifico ma anche in generale. E mentre scrivo mi rendo conto che se avessi procrastinato un po’ meno la fusione degli n back up che ho fatto in questi anni, forse avrei smesso da un pezzo di girare con un HD esterno ed esporlo a danni e perdite di dati (anche qui si può applicare lo stesso ragionamento di prima, fabiovolate e tutto). Ma la procrastinazione è un vizio e come tale non lo si estirpa dall’oggi al domani.

L’ultimo argomento di queste righe riguarda una serie di eventi che si è conclusa all’inizio della settimana scorsa, credo.
Ho visto Arrival, un film di fantascienza fatto bene  che se avessi avuto una storia personale diversa probabilmente mi avrebbe colpito molto meno, e invece non ricordo quando è stata l’ultima volta che sono uscito così sconvolto da un cinema.
Sono assolutamente certo che vedere questo film in questo determinato periodo storico abbia causato una detonazione, anche se ancora non si è manifestato nessun effetto tangibile. Ho come avuto l’impressione che alcune tessere si siano messe a posto dopo anni o scombinate per sempre, ma io sono molto lento a metabolizzare questo genere di eventi per cui adesso posso solo limitarmi a descrivere l’innesco di questa bomba, ahimè con un elenco puntato (e ahimè con qualche spoiler, quindi se si volesse vedere il film questo è il posto sbagliato):

  • La protagonista del film è una linguista che in qualche modo riesce a codificare il linguaggio “scritto” degli alieni. Io non sono un linguista e non ho particolare bisogno di sapere se siamo soli o meno nell’universo, il punto è che per tutto il film si parla delle lingue straniere esattamente nel modo in cui le vedo io
  • Salta fuori (lo ripeto SPOILER) che gli alieni non percepiscono il tempo come noi, e che per loro è un concetto circolare non lineare. Questo ha delle ripercussioni importanti sulla trama e consente al film di guadagnare tantissimi punti, perché vado matto per questo genere di storie in cui la manipolazione del tempo non è un semplice uso di flashback o flashforward ma è proprio nella trama stessa (forse potrei spiegarmi meglio con uno dei miei libri preferiti che si intitola tre volte all’alba)
  • Aggiungiamo che il tempo non esiste è uno dei miei concetti preferiti, è qualcosa che ho scritto non so quante volte qui e che mi fa apprezzare qualsiasi forma d’espressione che riesca a metterlo giù in maniera convincente
  • E infine non più di una settimana prima del film mi è stata rinfrescata la teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche, si parlava del fatto che un evento passato continua ad accadere e che ciò può non essere piacevole

C’è qualcosa che devo capire da questa serie di eventi, ma per adesso vedo soltanto il filo che li lega. Ho provato a riordinare un po’, come succede sempre quando non tengo certe cose per me e mi espongo a un sonoro sticazzi, perché sono sicuro che porteranno a un ceffone forte sulla fronte, seguito da un mio Ecco!

heptapods

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Sesso droga e gnocco fritto (cronache dei giorni sconosciuti)

Questo è il mio secondo resoconto milanese e sarà un po’ atipico.

Anzitutto non sarà incentrato su Milano, dato che sto vivendo qui solo durante i weekend i quali girano attorno al mantra serafico da maestro Myiagi: “Daniel San: svuota la valigia, prepara la valigia”. In secundis avrei dovuto parlare in due puntate di quello che è successo questa estate ma qualsiasi tentativo di narrazione è stato lievemente assorbito dagli eventi. Come per l’anno scorso, mi ritroverò a Gennaio a parlare dell’estate dell’anno prima

L’evento principale degli ultimi 3 mesi è che ho cambiato azienda.
Sebbene nell’ultimo periodo abbia la vivida sensazione che le sabbie del tempo mi stiano sfuggendo senza il minimo prurito tra le mani, capita spesso di guardare indietro a qualche mese o a quando ho iniziato questa avventura in continente, per accorgermi di aver messo uno dietro l’altro una bella serie di obiettivi. Si tratta di una consapevolezza utile, perché a volte passa una settimana o un mese senza progressi apparenti e non nascondo di aver la grossa e ricorrente paura di svegliarmi un bel giorno e realizzare il significato della parola tardi in un senso molto più ampio delle quattro cifre separate in mezzo dai due punti che vedo sul cellulare aprendo gli occhi.
Cambiare lavoro è una cosa abbastanza frequente nel settore in cui mi trovo, ma era entrato nella mia lista da relativamente poco e dopo le ferie è capitata un’occasione. Tutto è stato sorprendentemente rapido e liscio: a Settembre ho fatto i colloqui e ricevuto l’offerta e ai Primi di Novembre ero già nella nuova sede.
Per molti versi quello che ho lasciato è stato il mio primo lavoro (anche se per anni mi ero già destreggiato tra tavoli, vassoi e banconi), quindi nonostante abbia cambiato più locali delle squadre di Borriello, per la prima volta mi sono trovato nei panni del dimissionario.
Non è stata un esperienza traumatica, si è trattato di una separazione senza spargimento di sangue. Sono stato invece contento e un po’ sorpreso dall’impressione di lasciare un buon ricordo, o dal trovare un regalo dei colleghi del team sulla mia postazione.
Continuo a pensarla con Chuck Palahniuk, sui rapporti che si creano sul luogo di lavoro, e sono contento che questa frase stia valendo anche in un settore più asettico e formale rispetto a quello in cui mi trovavo da studente.

La persona più simpatica che conosco, Ina Gerbert, chiama i colleghi di lavoro “famiglie d’aria”.
Il problema, con gli amici di vicinanza, è che poi se ne vanno. Si trasferiscono, o vengono licenziati
(
Chuck Palahniuk – La scimmia pensa, la scimmia fa)

Il bello del mestiere che sto imparando è che periodicamente si cambia progetto e si abbandona una fetta più o meno grande della comfort zone che ci si era costruiti nei mesi precedenti, adattando le proprie competenze a un contesto diverso dal precedente.
Nel mio caso, dal momento che le cose semplici annoiano presto, mi è capitato di cambiare in un colpo solo cliente, datore di lavoro e città.
Non posso proprio dire che il processo sia terminato, né che la mia quotidianità sia stata modificata parecchio, a parte il valzer attorno la valigia del weekend. Per adesso sono passato da fare casa-lavoro a fare hotel-lavoro, ma in realtà sotto questa superficie ci sono diverse novità in arrivo e tantissime differenze tra l’azienda vecchia e quella nuova, tra il cliente vecchio e quello nuovo, che verranno fuori col tempo e magari troveranno spazio qui.
Ovviamente ci sono milioni di differenze tra Milano e Modena e tra le abitudini lavorative e di vita dei suoi abitanti, ma vivendo appena fuori dal centro non ho ancora potuto apprezzarle in maniera significativa.
Per adesso potrei parlare principalmente di cibo: quando il mio capo mi ha detto che al mattino accompagnano il cappuccino con lo gnocco fritto non ci credevo, e sto ancora cercando di capire da dove saltino fuori tutti questi salumi.

Mi rendo conto che manca una vera e propria conclusione, per questa volta la facciamo rientrare nell’atipicità di cui parlavo all’inizio.

gocco-fritto

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Liebster Awards-Tag, Tag, Tag (un po’st a caso)

Con qualche mese di ritardo rispetto all’ambita (?) nomination, mi trovo qui a rispondere a questa elaborata catena.

Ringrazio my enchanted world per avermi nominato e chiedo scusa a lei per il ritardo e agli altri nel caso in cui non vogliano rispondere alla nomination.

Il regolamento cita:

  1. Pubblicare il logo del Liebster Award sul blog.
  2. Ringraziare il blogger che ti ha nominato e seguirlo.
  3. Rispondere alle sue 11 domande.
  4. Nominare a tua volta altri 11 blogger.
  5. Formulare altre 11 domande.
  6. Informare i blogger nominati.

Ed ecco a voi le mie risposte

1- La cosa che più amate dell’autunno

Cavolo è passato così tanto tempo dalla nomination che è inverno. Ma posso ancora dire che dell’autunno amo il rosso.

2- Perché avete scelto di raccontarvi in un blog?

All’inizio dell’estate 2004 non avevo un cazzo di voglia per studiare per gli esami ma non riuscivo a farmi serenamente gli affari miei. Ho aperto un blog su giovani (giovani.it, prima di facebook, messenger, badoo…ai tempi di c6 per intenderci) e il mio primo post probabilmente è stato un insieme abbastanza sconnesso di frasi che riassumevano la mia filosofia di vita giovanile.
Probabilmente mi volevo sfogare, scrivere aiuta

3- Film o telefilm, e perché?

Il telefilm ha la possibilità di descrivere meglio la storia che però a volte rischia di venire annacquata. Il film invece spesso deve far sfoggio del dono della sintesi, quanto può guadagnare in termini di potenza espressiva rischia di perderlo in termini di trama.
In questo momento preferisco i telefilm: ti serve meno tempo e ti affezioni di più

4- Che libro hai sul comodino in questo momento?

Infinite Jest di David Forster Wallace. Terminarlo (e terminare la lista di libri da leggere da cui ho preso questo titolo) è una questione di principio
Avessi risposto al tempo della nomination non avrei potuto rispondere

5- Mattina o sera? Quando dai il meglio di te?

A qualunque ora del giorno e della notte basta che abbia dormito a sufficienza e non sia nell’ora successiva a un pasto

6- Qual è il miglior incipit per voi?

Quello che ti immerge subito nella storia

7-  Film horror o commedia romantica? 

nessuno dei due

8- in quale animale ti identifichi?

molti elementi conducono al toro. Ma io ho sempre sonno e fame, forse più un orso

9- Se potessi scegliere vivresti nella città dove vivi adesso? Se no, dove?

Se potessi scegliere molto probabilmente vivrei a Porto

10- Che fareste nella vostra giornata ideale?

La mia giornata ideale sarebbe tale anche perché non mi renderei conto di esserci dentro

11- Se volete raccontatevi in due righe

Nelle ventimila righe sotto di queste mi sono raccontato e mi racconto abbastanza, e probabilmente continuerò a farlo (sono due tonde tonde, olè)

Siccome sono pigro (ma il vero motivo è che mi piace la resa di un espediente simile) metto le mie domande in correzione a quelle di chi mi ha nominato.

in consulentese sto lasciando uno storico del versioning (NB rispondere alle domande in rosso)
1- La cosa che più odiate dell'autunno dell'inverno.
2- Perché avete scelto di raccontarvi in un blog? non avevate di meglio da fare?
3- Film o telefilm, e perché? Perché guardiamo tutte queste serie tv?
4- Che libro hai sul comodino in questo momento? Hai un libro sul comodino? Se no:
è perché 1) non leggi o perché 2) non hai un comodino? Se 1 perché non leggi? 
5- Mattina o sera? Quando dai il meglio di te? Preferiresti una giornata di 36 ore o dei giorni cortissimi a patto che non si senta il bisogno di dormire?
6- Qual è il miglior incipit per voi? Quale sarebbe l'incipit del romanzo della vostra vita?
7- Fil horror o commedia romantica?  Quale genere di film non guardate a priori?
8- In quale animale ti identifichi? Qual è l'animale più strano che mangeresti?
9- Se potessi scegliere vivresti nella città in cui vivi adesso? Se no, dove?
10- Che fareste nella vostra giornate ideale?
11- Se volete raccontatevi in due righe.

Chiudo con i miei tag

NOAR

Chiaraya

Lizziemeow

Perizomablog

Rebeccastories

Un’allegra ragazza morta

Papercut

Le cose succedono

Bloody ivy

Agenda19892010

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I giorni prima del Go-live e l’approccio PP

Questo è uno di quei post in cui conto di chiudere un po’ di cerchi, una sensazione che mi dà una certa soddisfazione e che mi riporta a quando -due blog fa- ho iniziato a raccontare minchiate su Internet.

Diventare un imbruttito per colpa (o grazie a) il mestiere del consulente a Milano è un cliché, un processo a cui posso oppormi quanto voglio ma che alla fine riuscirò solo a smorzare.
Per fare qualche esempio potrei raccontare dettagliatamente del quaderno dove tenevo i conti che è diventato un foglio excel; della lista del fantacalcio – ci sono ricaduto: quest’anno tra i termini balzani che ho deciso di aggiungere al t9, oltre a “balzano”, spiccano “Spinazzola”, “Martella” e “Kessiè” e tutta una pletora (sì, c’è anche “pletora”) di seconde scelte di squadre di seconda e terza fascia della serie A-  che è diventata un excel e di tutta una serie di sintomi minori, oltre all’evidente massacro della lingua italiana (con termini come descopizzare,  “fasare”, “schedulare” e via discorrendo), che certificano il mio stato cronico.
Ma parlerò solo di quello che reputo il sintomo principale della mia metamorfosi: recentemente mi sono convinto che la mia vita sia esageratamente simile ad un progetto IT e che, in particolare, determinate fasi della stessa siano fin troppo simili ai test che si fanno prima del go-live.
Senza entrare nel dettaglio delle tipologie di test, sia per evitare brutte figure che per risparmiare tecnicismi superflui, la fase a cavallo del live è ovviamente quella più critica che, con un’espressione molto azzeccata, nei casi peggiori può diventare Un bagno di sangue. Si tratta del momento in cui si testano la qualità e la resa della soluzione implementata e in cui tutte le magagne e le brutture vengono fuori ma vanno risolte in maniera rapida ed efficiente per evitare di prendere più ceffoni che in un film della buonanima di Bud Spencer.

Ho realizzato che nei momenti in cui avvengono cambiamenti rilevanti nella mia vita, si verificano una serie di scatafasci collaterali che mettono a dura prova la mia pazienza e la mia tenuta psico-fisica.

C’è stato un momento in cui ho smesso di contare le imprecazioni e ho cominciato a sospettare che tutto fosse in qualche maniera collegato a un cambiamento che covavo da un po’ e che recentemente ha deciso di avvenire. Quando gli eventi contrari, che solitamente somatizzo uno alla volta in un borbottio costante e sommesso, hanno cominciato a fare spogliatoio tra loro, ho cercato di ricordare quando fosse stata l’ultima volta in cui mi fossi trovato in una simile congiuntura e mi sono venuti in mente due periodi ben precisi della mia vita: quando mi sono trasferito a Milano e quando ho iniziato a lavorare. Periodi pieni di promesse, traguardi e di soddisfazioni, che però mi videro puntualmente smadonnare sull’orlo di una crisi di nervi sia nelle fasi preparatorie che in quelle di assestamento.
Potremmo chiamare stress test, quel momento in cui il telefono personale decide di abbandonarti poco prima che tu debba restituire telefono e pc aziendale, in cui per la pigrizia di non comprarne uno nuovo ti ingegni sfruttando il t9 per improbabili combinazioni da giocatore navigato di Ruzzle o di Scarabeo, al fine di riuscire a comporre una frase di senso compiuto con uno schermo con alcune parti della tastiera insensibili. E potremmo immaginare uno scenario in cui tu decida di rimettere i guanti da portiere dopo n anni ricevendo come premi, nel riscaldamento, un dito insaccato, per poi scoprire due giorni dopo di aver rimediato una frattura, evento già esperito un paio di volte ma mai nella mano principale.

A quel punto sono tornato indietro a quando la mia principale occupazione era mandare cv e decisi prima di rompere lo schermo del mio laptop e successivamente di perdere alcune lettere della tastiera. Ricordo che una di queste era la P, scrissi pure qualcosa a riguardo, e per restare in tema potrei parlare di due approcci con lo stesso acronimo ma con significato diametralmente opposto: PP.
Potrei sintetizzare questo momento con un PP come Porca Puttana, ma anche con un PP di Porta Pazienza. O con una costante lotta tra i due.

Disclaimer e conclusioni (rigorosamente in elenco puntato):
– Non ho appena scritto una lunga lamentela o un trattato sulla scaramanzia, giacché questi eventi non rientrano nelle mie piccole manie che sospetto interferiscano seriamente col mio destino
– Ho utilizzato parecchi termini di consulentese, il che mi lascia pensare che il momento in cui realizzerò una guida esaustiva per questo linguaggio parallelo si fa sempre più vicino
– Non si tratta nemmeno di una di quelle volte in cui si elencano una serie di cose storte per lamentarsi della vita in generale. In realtà il desiderata del cliente (che in questo caso sono io) è optare per l’ approccio Porta Pazienza. So che dietro tutto questo c’è qualcosa di positivo, al di là del cambiamento in sé, e quindi tengo botta. Anche se le energie sono ai minimi, il morale è alto. Non è un caso se ultimamente stia cercando di fare dell’inizio di questa canzone dei Tame Impala il mio personalissimo mantra.

Gotta Be Above it Gotta Be Above it Gotta Be Above it

overcome the obstacles of your life, hurdle design

 

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Stracci

Il ritorno dalle ferie è stato più impegnativo del previsto. Non tanto per il lavoro, che ancora deve riprendere ai suoi veri ritmi, quanto per il trauma del tornare alla vita di tutti i giorni, un tantino più difficile da gestire dato che sono riuscito a fare una settimana di vacanza in più dell’anno scorso.

Ma questa non è la storia delle mie vacanze, è la storia sul perché non sto ancora scrivendo nulla sulle mie vacanze. In realtà sto sbobinando su un foglio di word un block notes che riempivo durante il viaggio e man mano vengono fuori altri dettagli che a suo tempo non avevo trascritto, o riflessioni a freddo derivanti dal ragionare su quegli eventi col famosissimo senno di poi. Ne consegue che sicuramente dovrò spezzare il racconto in due, secondo una sequenza non cronologica, e che tutto questo non avverrà stasera.

Stasera colgo invece l’occasione per riprendere una vecchia cosa che ho scritto tempo fa.
Prima di questo, ormai 7 anni orsono, avevo un altro blog, e durante le fasi iniziali dell’esodo collettivo verso facebook avevo l’abitudine di scrivere le cose sul vecchio blog e come nota di testo sul social network blu. Quindi alcuni dei vecchi post ogni tanto finiscono nella tortura giornaliera della funzione “accadde x anni fa”, che secondo me andrebbe messo tra gli esempi nei dizionari per spiegare il termine bittersweet.

Queste sono parole di poco più di sette anni fa, le condivido di nuovo principalmente perché sono molto contento di vedere ancora la realtà come l’ho vista quando ho scattato questa fotografia (penso di aver appena battuto il record per l’incipit più lungo)

Stracci – 29 Agosto 2009

La verità è che vorremmo essere tutti lisci e impermeabili. Poter lasciar scivolare tutto come acqua sporca e poter lavar via i colori che ci hanno cambiato la vita una volta che, secchi, diventano appiccicosi e smettono di farci star bene. Vorremmo essere duri e infrangibili, in grado di resistere agli urti più tremendi senza scalfiture, ghiaccio polare artico in grado al massimo di gocciolare un po’ d’acqua come lacrime. È il classico discorso da botte piena e moglie ubriaca, perché magari in tutto questo vorremmo pure essere sensibili…
C’è chi ci riesce, chi va come un tir per la sua strada, apparentemente inarrestabile e intoccabile. Anzitutto sottolineamo il termine “apparentemente” e in secondo luogo stiamo parlando di morti. Di gente spezzata dalla vita che magari non sente i suoni perché un esplosione gli ha perforato i timpani o che non distingue le superfici a causa di bruciature ustioni troppo gravi. C’è gente che si è rotta per strada e altra che forse è nata così. E non potendo essere triste non riuscirà mai a essere felice. Solo ed esclusivamente se sai guardare sotto, o se ci sei stato lì sotto, puoi davvero salire e renderti davvero conto di quanta aria c’è tra i tuoi piedi e il terreno. Altrimenti è solo un galleggiare inconsapevole, stolido. È una gioia evanescente per nulla in grado di pentrare nella tua carne.
Noi siamo stracci, pronti a impregnarci di tutto quello che incontriamo, consapevoli che nemmeno una strizzata e una passata sotto l’acqua riusciranno a farci tornare come nuovi.
Siamo ferite aperte, pelli di cicatrici, ossa lineate e forgiate dagli urti. Nel nostro sangue scorre il nostro passato, e correndo per questa pazza vita goccioliamo e traspiriamo con un odore e un sapore sempre diversi. Siamo fogli di carta bianchi che dopo qualche giro sono pieni di segni e di cancellature, di strappi (alcuni sistemati alla meno peggio con colla e scotch e altri lasciati così), di poemi tagliati dopo anni con un netto colpo di penna o semplicemente lasciati incompiuti nel bel mezzo di una frase del finale, stropicciati e accartocciati, spiegazzati da tutte le volte che qualcuno ci ha preso in mano per leggerci, studiarci, provare a impararci a memoria o semplicemente ridere di noi, piegati agli angoli come le lettere d’amore lette e rilette un milione di volte.

Siamo muscoli sviluppati dal compiere la stessa azione, alcuni allenati, altri strappati dall’aver chiesto troppo o troppo all’improvviso, altri ancora atrofizzati, dimenticati.
Si fa presto a dire di essere andati avanti e a comportarsi come se davvero fosse così. È così, senza dubbio. Ma in ogni orma che lasceremo ci sarà traccia di tutte quelle che l’hanno preceduta. Un giorno dal nulla un oggetto inutile o una frase ci porteranno a mesi, anni, miglia di distanza da dove siamo non a ricordare ma a rivivere un momento. In perfetta coerenza con l’aver superato una storia, una persona, o una cosa. Il passato, per quanto passato, ritornerà. Perché è sempre dentro di noi. Per sempre
Perché tutto e tutti lasciano una traccia così come noi portiamo tutto il fango delle nostre diverse battaglie combattute e qualsiasi cosa tocchiamo resta puntualmente macchiata dal sangue che abbiamo sulle mani.
Io non ho paura di quello che si può leggere nelle mie parole e nelle mie azioni. Basta non confondere le mie intenzioni dai segni che oramai fanno parte di me.

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