Zaino in spalla e via. E chi m’ammazza?

Per quel che riguarda la nostalgia sono fatto al contrario: a me manca stare lontano da casa.

Negli ultimi giorni di viaggio, quando le persone normali cominciano a pensare a chi troveranno ad attenderli, a qualcosa della loro vita o della loro casa di cui sentono particolarmente la mancanza, io -al contrario- comincio ad affezionarmi allo stare in treno, al sapere che tutto ciò che ho con me entra in uno zaino da campeggio, a girare strade che non ho mai visto; comincio a ricordare i nomi oltre alle facce delle persone che ho conosciuto, mi stupisco nel ricordare che io ho una stanza e un letto nella parte orientale della Sicilia.

Il brutto è che non sono stato via per mesi, non mi trovavo agli antipodi. Il brutto (ma magari su questo mi sbaglio) è che mi basta poco per sentirmi a casa, quando sono lontano da casa.

Inizio quindi a raccontare e a raccontarmi questa settimana dalla prima cosa che ho segnato. A Torino -non lo dico per scherzare- in molte case si entra letteralmente dal balcone. In pratica c’è lì la serratura, e l’ingresso è una sorta di veranda, e la cosa è assolutamente normale. Sempre parlando di vita sotto la Mole, ho scoperto un mezzo che non usavo da una vita: la bici. È una questione di odori e di sapori: forse è nell’aria e nel sapore che ti lascia tra naso e gola; forse è nella velocità ridotta e più adatta a gustare ciò che vedi e respiri, rispetto alle ingollate di immagini e di aria a cui sono abituato in motorino (immaginate lo stesso pasto gustato con calma in uno slow food o trangugiato con violenza in uno di quei fast food tanto orgiastici quanto inconsistenti); potrebbe essere la piccola soddisfazione del legame più stretto che c’è tra una pedalata rispetto al movimento di polso o di caviglie dei mezzi a motore; o la leggerezza di quando arrivi e parti (il primo giorno di ritorno a Catania, quando ho preso il motorino mi è sembrato di spostare un carro armato)..o quel certo non so che, lontano da queste motivazioni. Magari Torino mi è piaciuta da impazzire e basta, e il mezzo con cui l’ho girata è solo un dettaglio.

Ognuno di noi dovrebbe avere nella propria lista delle cose da fare almeno una volta nella vita le voci “guida di una bicicletta in stato di ebbrezza” e “rientro in bicicletta alle cinque passate del mattino”. Io non solo ci ho messo un bel segno di spunta, ma devo dire che ci ho anche fatto l’abitudine. Nulla di straordinario, se consideriamo che qualcuno in quei giorni ha messo “fatto” in una lista analoga, ma accanto alla voce “salire in sella al cavallo di un monumento”.

Posso dire di essere stato molto fortunato, se nella prima parte del viaggio ho avuto ben due colpi di fulmine. Quando uno legge quest’espressione si sofferma più sull’arrivo improvviso del fulmine, per me però la parte più importante sta nel termine “colpo”, che ti lascia stordito anche dopo il momento e ogni tanto abbatte vecchie, inutili, strutture, cambiando le tue prospettive in una nuova forma dell’angolazione del tuo punto di vista. Onestamente avevo pure dimenticato l’esistenza di questo processo, quindi è stata una lieta sorpresa, probabilmente il modo migliore per scoprire di non essere morto. E non fatevi ingannare dai numeri (2 in una settimana), perché in realtà la protagonista di una delle due cotte è una città, ma penso che si era capito (“si sapeva”, specifico per pochi intimi che afferreranno).

Poi mi è toccato cambiare location, per andare in zone del Nord Italia riscaldate dal sole della Sicilia, per vedere (e ri-conoscere) Parenti che mi hanno visto adolescente e per dare dei degni rivali in ospitalità ai miei Amici di Torino. È stata più una toccata e fuga purtroppo, però ne è assolutamente valsa la pena. Viene voglia di attraversare l’Italia più spesso per l’accoglienza, ma soprattutto per chi mi ha accolto; tutte queste persone mi hanno insegnato una delle tre cose che ho imparato in questa mia trasferta, la terza nell’ordine che segue.

1 Devo viaggiare più spesso

2 (No, questa la tengo per me. Tanto si vedrà a breve. E non ci voleva chissà quale scienza per capirla.)

3 Ho imparato il valore dell’ospitalità, tra famiglia di sangue e famiglia d’aria ho avuto degli ottimi esempi. Da egoista mi viene da dire che vorrei fare l’ospite così per tutta la vita (e non solo per quanto è difficile pagare da bere …), ma in realtà il mio ideale è viaggiare per metà del tempo e mostrare nell’altra metà come sono diventato bravo ad ospitare. Credo non sia esagerato dire che mi muoverò in questa direzione.

E veloce come è iniziato, è finito. Ed ero già all’aeroporto.

In questo piccolo viaggio/vacanza (è il caso di scomodare tutte e due le accezioni) tempi relativamente morti come l’attesa dell’aereo che ti riporta a casa, o il treno che ti porta da un ospite all’altro, o da un ospite all’aeroporto, sono stati tutt’altro che noiosi. Ho un bellissimo ricordo di me che chiudo gli occhi a Malpensa per guardare come dal finestrino indietro ai momenti trascorsi, cercando di abbracciare tutte le immagini di questi sette giorni guardandoli dall’alto della fine, come quando dalla Mole cerchi di tenere Torino in un colpo d’occhio o provi a fare entrare Brescia in un solo sguardo dal Castello.

È chiaro che è impossibile poter vedere così, proprio per questo non scenderesti mai.

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