I primi giorni di scuola

Come qualcuno mi aveva prospettato, i miei tempi si sarebbero ristretti, è per questo che mi ritrovo qui a parlare dei primi giorni di università dopo un mese dall’inizio delle lezioni e con un po’ di ritardo rispetto al sorgere dei concetti. Come però avevo detto, io trovo sempre del tempo per scrivere e quindi eccomi qui. Non sarà roba freschissima, ma ci tenevo a registrare le prime impressioni di questa nuova avventura in questo ateneo, soprattutto per quei colleghi che volevano partire e non sono partiti, o per quelli che l’hanno fatto e magari sono andati da qualche altra parte.

Cari, oramai ex-, colleghi, per seguirmi vi chiederò di fare un piccolo sforzo di memoria. Niente di pesante o impegnativo, vi chiederò un paio di volte o giù di lì di dimenticare. Dovrebbe essere abbastanza facile, cominciamo.

Dimenticate le folli corse per prendere il posto prima della lezione. Dimenticate le resse ai cambi d’ora quando la lezione deve ancora finire e voi, che dovete sedervi all’ora successiva, cercate di prendere o di farvi prendere più posti possibile con quaderni, libri, giacche, zaini, e tutto quello che si può lasciare su un banco, mentre altra gente cerca di guadagnare l’uscita e di alzarsi prima che voi vi ci sediate sopra. Dimenticate il dover arrivare prima per una lezione che inizia dopo l’orario stabilito (il quarto d’ora accademico però tenetelo a mente, quello esiste anche qui eccome). Dimenticate quelle lezioni con il numero dei partecipanti a tre cifre e gente seduta per terra, nei corridoi o fuori dall’aula, nemmeno fosse un concerto in sold-out. Alle lezioni ho visto dai venti ai settanta (massimo massimo) studenti. Rilassatevi, prendete posto, e seguite in tranquillità che qui non vi insegue nessuno.

Dimenticate (ahimè) il libretto universitario. No, davvero, dimenticatelo! Se a Catania eravamo abbastanza informatizzati, qui siamo del tutto informatizzati e non solo la prenotazione, ma perfino l’accettazione e la registrazione del voto si fanno via mail. Bisogna fare una sorta di carta, tipo la nostra spider però qui è obbligatoria (sorvoliamo ampiamente sul fatto che bisogna versare 25 euro…di credito, dicono loro, ma sempre una carta prepagata in più), con la quale paghi alla mensa e nella quale (eventualmente) ti versano le borse di studio. Quindi dimenticate quel gesto confortante, o sconfortante a seconda dei momenti e dei libretti, di guardare le materie scritte per dire che qualcosa dopo tutto la si è fatta; dimenticate quel momento liberatorio in cui il prof scrive la materia i crediti, firma, ed esce dalla tua vita: qui funziona in un altro modo. Un bel po’ più freddo, se posso.

Dimenticate l’aula studio come punto di ritrovo, e tutte quelle volte in cui uno “scende” in facoltà per studiare, che poi lo sappiamo benissimo che finisce a chiacchera. Dimenticate quel brusio di sottofondo, quel vociare continuo ad esser sinceri, dimenticate il martire che esclama “sshhhhh” e le persone che lo pigliano per il culo. Economia è in un ex monastero; l’aula studio grande, che è anche dove si tengono le lauree, è in un’ex chiesa (davvero, non scherzo: venerdì ho visto che ci sono anche due vecchie tombe) con tanto di affreschi sulle pareti e sul soffitto, con tanto di acquasantiere accanto alle porte, e soprattutto con tanto di eco, che ti viene male anche a spostare una sedia. Manca solo l’altare, ma ugualmente quando entri la prima cosa che ti viene in mente è verso dove devi fare la genuflessione e il segno della croce. Stesso discorso per la biblioteca, lì accanto.

Dimenticate le copisterie, i libri fotocopiati per non regalare soldi al prof o pagare troppo un libro che non appena data la materia vorreste gettare con violenza dalla finestra (spesso prima dell’esame). Qui le copisterie fanno solo documenti e appunti, non si spingono oltre il 15% delle pagine del libro, come la legge impone, e espongono poster con campagne ministeriali contro la pirateria, i gestori più pacifici. Quelli più agguerriti espongono gli articoli del giornale locale col titolo dei colleghi impalati dalla finanza per pirateria e …fotocopie illecite? ora come ora non mi viene in mente il reato e per genuinità verso le mie lacune evito di cercarlo su google.

Chiudo con qualche dettaglio, quei particolari che magari non noti ma che dicono tanto: i bagni. A parte che sono quasi tutti alla turca, che qui si deve lavorare e non vorrai mica sederti, falla in piedi e spicciati! Però l’acqua calda….fateci caso: tutti i lavandini delle nostre università giù hanno i due rubinetti canonici dell’acqua calda e dell’acqua fredda. O meglio: ci sono i rubinetti, ma solitamente quello dell’acqua calda non funziona, perchè pensate che in una struttura scolastica serva l’acqua calda? Beh, qui c’è. So che non conta nulla e non influisce con la didattica, come ho detto è una piccola cosa che ho notato e che a me qualcosa la dice.

Per quanto riguarda la didattica invece preferisco aspettare la prima sessione d’esami. Le lezioni mi stanno piacendo molto, ma ammetto che ho un carico di interesse ed entusiasmo che a Catania non avevo e quindi sono sicuro che il parere non sarebbe parziale.

Ai prossimi pavesini

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3 risposte a I primi giorni di scuola

  1. Cli ha detto:

    haha quel martire ha un nome, che è uguale al tuo, è sempre lì a fare schhhh (così mi dicono) sempre con molta autorità…anche se poi conoscendolo è il primo che quando è fuori da quell’aula”studio” si da al cazzeggio creativo. Bello mio sei arrivato in Polentonia! Lasciati stupire dalla bellezza di una Terra tanto diversa dal “nostro” amato Sud( se mi permetti me ne accaparro un pezzetto, visto che se non i natali, mi ha dato in ogni caso molti momenti da ricordare!)…sia paesaggisticamente parlando, cosa poco rilevante, sia culturalmente parlando, qui la gente è diversa, non dico migliore o peggiore, solo diversa, e non nascondo che a me questo cambiamento piace 🙂 Buona permanenza allora!

  2. Cli ha detto:

    ? chi dice che sei tu a fare cosa??

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