preoccupante parallelo

All’inizio c’è sempre un sacco di tempo. Questo modo di pensare, che troppo spesso si traduce anche in modo di agire, è la principale causa della mia catastrofica gestione delle scadenze.
A una distanza più che ragionevole da un impegno, mi perdo in meticolosi preparativi e pianificazioni dettagliate. In teoria realizzo piani da seguire e rispettare in corso d’opera, che dovrebbero consentirmi di raggiungere quell’equilibrio alchemico tra tempo libero, impegni, svaghi, passioni e obiettivi, che tutti inseguiamo nel quotidiano. In pratica invece, dopo essermi concesso troppe distrazioni nella fase iniziale, per perseguire gli obiettivi, nella fase finale e più vicina a una scadenza, arrivo ad annullarmi assieme al tempo libero negli impegni, bramando svaghi e dimenticando passioni. Fino a che, quando le scadenze diventano solide e tangibili e il mio senso pratico è al culmine della sua efficienza, il mio cervello non inizia ad elaborare complicate vie di fuga che spesso non sono altro che balzi in avanti: non ho ancora finito un esame che già penso a come preparare il successivo; non ho ancora finito di lavorare in un locale che già penso ai posti dove andare a cercare un lavoro nuovo.
La potremmo chiamare Sindrome del dopodomani. Si distingue dalla semplice lungimiranza perchè chi ne è affetto dimentica, o semplicemente trascura, l’oggi e anche l’immediato domani- un modo cronologicamente scomposto di avere la testa fra le nuvole.
Il mio cervello, le sue vie di fuga e le capacità intellettive superiori che solo le scadenze imminenti possono donarti, per di più temporaneamente, spesso decidono di passare all’impegno successivo. Sono più che sicuro che il mio problema più grande non è un eccessivo ottimismo in fase di preparazione e organizzazione, bensì una scarsa applicazione, una forma subdola e latente di pigrizia che mi porta, in parole poverissime, ad andare più piano.
Mi conosco, almeno questo. So dove intervenire  e chissà che un giorno non riesca a farlo davvero.

La cosa che mi ha preoccupato però è un’altra.

La sequenza logica dovrebbe essere impegni- prove – risultati – premi. Con premi intendiamo, al di là della soddisfazione intrinseca del risultato, tutto quello che si fa quando si ottiene qualcosa: viaggi, shopping (questa è più per le signore), festeggiamenti, accontentare capricci vari o semplicemente godersi un periodo più o meno determinato di ozio, inteso come non fare niente deliberatamente (quindi qualcosa di superiore al normale cazzeggio). Fare quello che ti va e non solo quello che devi fare.
La cattiva gestione del tempo, durante le diverse fasi, rischia di ridurre notevolmente la libertà e il gusto della fase finale per cui ci si strugge. Soprattutto quando i risultati non arrivano, il tempo libero tra un impegno e l’altro perde forse la parte migliore del suo sapore. A volte semplicemente si annulla e viene cancellato dall’agenda.
Portando tutti questi concetti al lungo periodo si hanno conclusioni diverse e non semplicemente proporzionali. Viene da chiedersi se una volta finiti gli impegni, si sarà ancora in grado di fare ciò che piace. Soprattutto, in un arco di tempo abbastanza lungo, viene da chiedersi se non si farebbe prima a fare direttamente ciò che ci piace. Si realizza che alcuni impegni sono inutili come le parti di un libro che ti sembravano importanti mentre leggevi e che invece non vai a sottolineare e nemmeno a rileggere quando l’esame è alle porte. Viene da chiedersi se si stanno sottolineando gli aspetti giusti della vita e se non sarebbe meglio iniziare direttamente  a seguire le proprie passioni facendo di queste i propri impegni.
Mantenendo il parallelismo vita-libro da studiare, non sono una di quelle persone che cerca di tagliare il più possibile e di concentrarsi sul succo. Mi piace concentrarmi anche sul resto, con l’intenzione iniziale di fare un succo migliore e più personale. Quello che vorrei è guardare indietro a quello che ho letto e vedere le parti scartate come esperienza e non come tempo perso; sapere che c’è abbastanza tempo anche per il capitolo dopo e che quello prima è servito a qualcosa

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