Il tempo non è così brutto come lo si dipinge

Quello di oggi è un esercizio di ottimismo o, se vogliamo, l’esasperazione della filosofia del “bicchiere mezzo pieno”. Parlerò del freddo, tenendo una posizione un po’ insolita, per un terrone come me, su cui molti non si troveranno d’accordo. Lui è uno dei motivi per cui, mi dicono, dovrei rimpiangere la Sicilia e per cui dovrei trovarmi male qui; un’ esperienza che andava fatta, adesso posso dire di poter sopravvivere tra i meno quindici e i più quaranta e passa gradi. E la cosa mi suona tanto bene.
Ho iniziato a pensare a quest’argomento tantissimo tempo fa, dopo le prime nebbie, e ho preferito aspettare di vivere per qualche giorno la neve per poter parlare con cognizione di causa.
L’idea che mi sono fatto è che al freddo ci si abitui. Se già lo pensavo quando stazionavamo stabili attorno allo zero adesso, che quando siamo a meno due vuol dire che fuori c’è il sole, lo confermo.

Cominciamo con la pioggia. Una delle primissime cose che mi è stata detta di Pavia è che piove per tre mesi complessivamente, ad “assuppa viddanu“: ovvero in quel modo finissimo e quasi impercettibile, che però dopo qualche minuto ti inzuppa completamente i vestiti. La mia domanda è: ma dove? Da quando vivo qui complessivamente avrà piovuto per quindici, massimo venti giorni (e sto andando per eccesso), tolta la settimana di pioggia ininterrotta in cui sembrava che il Ticino fosse lì lì per invadere il Borgo e conseguentemente il mio palazzo, devo dire che la pioggia non è stata molto presente. Per fortuna aggiungerei: perchè a me piace tantissimo, ma da dietro una finestra e senza un cazzo da fare. Per quanto riguarda l’assuppa viddanu, l’esperienza più simile è stata quella di camminare in mezzo a una nebbia molto fitta..come se.

La nebbia, a proposito! Altro spauracchio dei meridionali al nord. Ebbene, dalla terra dei ciuccianebbia (soprannome affettuosissimo che siamo soliti dare agli abitanti della Polentonia), posso sbilanciarmi in una dichiarazione shock: a me la nebbia piace.
Sarà perchè  posso avere letteralmente la testa, e non solo, fra le nuvole. Sarà perché si ha proprio la sensazione di stare dentro la nuvola, in un’atmosfera onirica e senza tempo. La mattina, uscendo da casa per andare all’università -quando per sostenere di essere già svegli bisogna essere molto generosi con sé stessi- questo fenomeno climatico era perfetto per provare a ricordare il sogno dell’ora prima e per svegliarsi gradualmente. Passando sul ponte coperto (una delle cose che mi piacciono di più di qui) per raggiungere il centro, più di una volta la nebbia era talmente fitta da non consentirmi di vedere il Ticino scorregli sotto. Con la visibilità a meno di un metro, quel ponte era sospeso sul nulla in mezzo al bianco. L’ho ribattezzato “Il ponte dei sogni” e più di una volta ci sono rimasto un po’ male quando, finito di attraversarlo, nessun parente deceduto si era presentato per portarmi i numeri del lotto. Anche la sera, o guardando fuori dalla mia finestra, la nebbia ha sempre un che di suggestivo. È una miopia forzata, che ti costringe a guardare la strada spesso metro per metro. Tutto ciò mi è piaciuto forse perché la mia mobilità non comprende la macchina e quindi non ho vissuto il disagio di dover camminare a 20 all’ora per lunghi tragitti. Va detto anche che l’umidità fortissima che non può mancare, peggiora di molto la temperatura e permette al freddo di insinuarsi sotto giacche e cappotti, vanificando lo sforzo di coprirsi.

E infine, dulcis in fundo, la neve. Ultima scoperta, qui al nord, in ordine cronologico. Con le doverose premesse, relative al fatto che la neve non ha bloccato nessuno dei miei mezzi perché se non prendo la bici non muore nessuno e al fatto che mi ritengo abbastanza stabile da non rischiare di scivolare sul ghiaccio, parliamo della mia ultima cotta.
L’ho accolta con l’entusiasmo e la gioia di un bambino, è vero. Non me ne vergogno minimamente, perché nonostante l’Etna imbiancato è presente come uno sfondo sul desktop dell’immaginario di un catanese, non mi ero mai trovato sotto la neve. La bellezza e l’eleganza di una nevicata hanno pochi paragoni. È una versione in slow motion della pioggia, molto più affascinante, incredibilmente silenziosa. Un giorno ha iniziato a nevicare, io ero fuori in balcone e non me ne sarei mai accorto se non per l’impercettibile ticchettio su un sacchetto di plastica. È uno spettacolo bianco, silenzioso e portatore di silenzio e discreto. Secondo me è davvero difficile alzare la testa verso il cielo e pensare subito “che palle”, non crederò mai a chi mi dice che ci si abitua: la bellezza non può che essere il primo pensiero. Il giorno dopo il quartiere era un’altra cosa: un immenso parco giochi. La mia regressione a una fase infantile mi ha portato a immaginare angeli della neve ovunque, pupazzi, e palle lanciate per le strade, ma mi sono dato un contegno. Ho evitato accuratamente di camminare sulla parte di strada spalata (stupefacente il vicino che alle otto del mattino prende la pala e rende agibile il vialetto) e abbiamo tentato di realizzare un pupazzo in balcone, purtroppo abbiamo dovuto interrompere i lavori nemmeno a metà per carenza, scioglimento e glaciazione della materia prima rimanente. Abbiamo avuto una bella palla di ghiaccio fuori, succursale del frigo per un po’ e, ahimè, oramai completamente andata.
Una cosa che invece non potevo immaginare è la luce. Le prime due notti, fuori era tutto illuminato a giorno dai riflessi delle luci della strada e della luna sulla neve fresca. È stato difficile non passare tutto il tempo a guardar fuori e ho dovuto iniziare a tirar giù le serrande, più per evitare di distrarmi ogni due e tre che per il freddo.
Che dire ancora…è stato un amore a prima vista e non so se ne sto parlando troppo o non abbastanza. Sicuramente adesso, che si è quasi sciolta del tutto, un po’ mi manca.

Concludo con una curiosa statistica. Tra le ultime sei cotte degli ultimi dodici mesi troviamo: una città, due gruppi musicali e un fenomeno atmosferico. Sono l’unico a cui la cosa sembra  un po’ strana?

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