Toccata e fuga

Con un po’ di ritardo (in questa settimana parecchi giorni si sono fusi tra loro, con il risultato che mi è parso di averne vissute due) riporto qualche breve impressione del mio ancor più breve ritorno in Sicilia. È stato un blitz, una toccata e fuga, appunto. Mi aspettavo giorni pieni e calendari fittissimi, ma per fortuna sono riuscito ad avere un po’ di tregua, pagando il prezzo di non riuscire a vedere tutte le persone che dovevo vedere, o di fare tutto quello che avevo in mente prima di prendere l’aereo a Linate. Cominciamo.

Primissima cosa: l’odore del mare. Non ero ancora sceso dall’aereo, non ha perso tempo a dirmi ciao, mi ha semplicemente gettato le braccia al collo e mi ha dato un bacio. Così si fa.
Volendo ringraziare per questo immediato benvenuto, ho impiegato qualche frazione di secondo per togliermi quell’accenno di cadenza strana che ogni tanto ho qui, e ho ripreso a usare tutte quelle espressioni che solitamente evito per non dovermi avventurare in traduzioni, adattamenti e simili. Di certo non mi si scambia per uno di Aosta e giù non do l’impressione di vivere fuori. È una cosa che, con molto piacere, ho notato solo io.

Una breve cena e un festino dopo (è importante cominciare bene), mi sono ritrovato di domenica mattina nella chiesa vicino casa mia, per la prima comunione di Bruno, che poi era anche il motivo del mio viaggio. Lo scopo del gioco era fare una sana abbuffata di Sicilia in mezzo a gente vestita a festa che a festa proprio non si sa vestire. E quale occasione migliore di una messa, per incastrare dei bambini dentro abiti seri e lanciarsi tutti in tiro alla ricerca dell’eleganza?
Mio fratello e i suoi compagnetti di catechismo sono entrati in chiesa con un saio a cui mancava solo il cappuccio bianco a punta per rievocare i fasti del ku klux klan. Forse per rimediare a questa mancanza, o perchè quel giorno avevo una tendenza bipartisan per gli accostamenti, durante uno dei canti della cerimonia ci hanno deliziato con una coreografia che faceva tanto gospel. Mi aspettavo che da un momento all’altro il prete si mettesse a ballare e a battere le mani, ho guardato con interesse i presenti, sperando che qualcuno svenisse in preda all’estasi o salisse sul sagrato a farsi guarire. Ma purtroppo non è successo niente di tutto questo.
Un’altra cosa che ha catturato la mia attenzione è l’evoluzione del Credo. Era parecchio che non andavo a messa e forse per questo ci ho fatto caso, ma quando ero piccolo io ci stonavano la testa per imparare un lungo e articolato credo, che passava in rassegna in modo esauriente tutti i punti salienti della fede cattolica. Poi si è passati a una forma abbreviata rispetto a quella che io avevo mandato a memoria. Infine si è giunti all’attuale versione, in cui il prete rivolge un paio di domande riassuntive e la folla risponde semplicemente credo. Un chiarissimo segnale dei tempi che cambiano che non mi ha affascinato tantissimo: immagino una messa fra un numero x di anni, in cui il prete dirà soltanto: credete? E i presenti risponderanno semplicemente sì, risparmiando secondi preziosi.

Materialismo
A casa, oltre ad aver sentito la solita sensazione di vacanza, ho potuto confermare sentimenti verso dei semplici oggetti. Al primo posto delle cose che mi mancano della Sicilia si è confermato il mio stereo (capolista indiscusso). Mentre al primissimo posto di ciò che assolutamente non mi manca, continua a esserci quel contenitore di boiate chiamato televisione.

Ho parlato con tantissime persone della mia trasferta pavese, cosa che mi è servita per realizzare ancora di più quanto mi piace stare qui. Ho una serie di immagini confuse: pacche sulle spalle, sorrisi di parenti e di amici, pennichelle in riva al mare, abbracci lunghi e inaspettati e delle lacrime piccole piccole, non mie, che forse sono state la sorpresa più grande. Eviterò di stenderle troppo qui per cercare di conservarle intatte e legate assieme in questi tre giorni più una notte e una mattina.

E così, senza nemmeno accorgermene tanto, ero di nuovo alla stazione di Pavia a confermare che il tempo non esiste. Entrare in una città spesso è come incontrare qualcuno: di una persona possiamo pensare tante cose, può rievocarci infiniti flashback, senza contare le sensazioni a pelle, decise e più importanti. Ma ogni volta, di fronte a un viso o una città, un solo pensiero prende il sopravvento. Quando sono a Torino è una sensazione di benessere, “ciao amore mio” si accende subito quando arrivo a Catania.
Quando ho visto Pavia, una sola parola è arrivata, con contorni netti e definiti:
casa 

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