Impressioni di semestre

Ultimissimi giorni qui a Pavia prima di tornare a casa: “ferie” di due settimane dopo tredici  mesi senza fermarmi, era anche l’ora. In questi giorni successivi all’ultimo esame di mercoledì, una sorta di ordine imposto dall’alto a cui non mi sono sentito di disobbedire mi ha detto di mangiare, dormire e fare poco altro, in una parola: poltrire. E così, con niente da studiare e il locale in cui lavoro chiuso per ferie, mi sono ritrovato coinvolto in un’attività di cazzeggio spinto che qui a Pavia non avevo ancora sperimentato e che spero sarà il leitmotiv dei miei prossimi e pochissimi giorni in Sicilia.
Ora, poiché da quando sono qui non posso dire di essermi annoiato un solo giorno, approfitto di queste ore di nulla cosmico (in cui le mie preoccupazioni più grandi sono preparare lo zaino, lasciare la camera in ordine, e sostenere chi non ha finito gli esami) per fare un resoconto semestrale, così gli azionisti e tutti gli stakeholder in generale saranno contenti.
Anzitutto vorrei contestare il termine semestre, che tanto è caro alle università per dividere l’anno accademico. Da Ottobre a Febbraio il primo, da Marzo a Luglio il secondo, poiché Agosto è la terra di nessuno in cui niente di vagamente universitario è in funzione e Settembre è quello strano mondo a sè stante in cui gli studenti recuperano qualche esame e i prof si  preoccupano di preparare i nuovi corsi (che solitamente sono uguali a quelli vecchi). Ad occhio e croce, i mesi dei semestri risultano essere cinque, forse pentamestre è difficile da pronunciare/concepire/utilizzare o forse sono io troppo Detto questo, passiamo al resoconto. Se lo slogan del primo semestre avrebbe potuto essere un lombardissimo “l’è dura”, volendo riassumere le impressioni del semestre appena trascorso l’espressione migliore è sicuramente questa: si può fare. Per dirlo bene servono gli occhi spiritati, lo spazio enfatico tra una parola e l’altra e il tono di voce esaltato del dottor Frankenstein in Frankenstein junior. Intendiamoci, non è diventata facile, ma cambiando lavoro (ben due, negli ultimi 4 mesi), con un po’ più di tempo e di soldi a disposizione, la vita dello studente-lavoratore è assolutamente sostenibile.
Sono riuscito a seguire quasi tutte le lezioni, a fare un po’ di esami in più rispetto a quest’inverno, e se tutto va bene a Settembre lascerò fuori un esame al massimo, rispetto a quelli previsti nel primo anno. Sono numeri che a casa (con la cena pronta, la paghetta, la signora delle pulizie che ti stira le camicie e pulisce la stanza, gli affetti e tutte le comodità di questo mondo) non ero riuscito ad avvicinare o a concepire. C’è la media da sistemare, ma quest’anno ho pensato all’aspetto logistico, la parte pratica relativa alla quantità; la qualità è l’obiettivo del secondo atto, che inizierebbe l’anno prossimo ma che in pratica farà il suo corso già dal mio agosto pavese.
Non è stato necessario chiudersi e ridurre tutto a studio e lavoro, è stato possibile conoscere gente nuova e trovare con chi perdere il s(o)enno. Il prezzo per una vita sociale normale pur facendone due è sicuramente quantificabile in ore di sonno, ma evito di atteggiarmi e sfoggiare i ritmi che ho tenuto. È da quando ho iniziato l’avventura che peso le mie forze cercando di esaurirle il più spesso possibile per vedere quante sono. Ci sono le vacanze e la vecchiaia per riposarsi, basta questo. Per fortuna quando la situazione si è fatta più pesante, causa energie al lumicino, non sono stato solo.
Devo dire che era già molto soddisfacente riuscire a provvedere a me, ma i risultati non guastano l’umore, anzi. Comincio a toccare con mano che quello per cui ho fatto armi e bagagli un anno fa è possibile, anche alle mie condizioni. All’inizio era più un atto di fede, adesso invece sono fatti.  Forse per questo motivo, da un po’ di tempo a questa parte, la mia distrazione più grande è cominciare a pensare al dopo-Pavia: sapevo benissimo che qui sono solo di passaggio, ma devo riuscire a concentrarmi su quello che c’è da finire, prima di riuscire a distinguere bene il prossimo orizzonte. Una linea d’ombra, un’altra, prende forma e questa sensazione di essere dentro a un cambiamento oramai mi accompagna da un po’. Ci ho fatto l’abitudine e -resti tra noi- mi piace pure.

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