1. La figlia del vento (il peso che non hai)

Mercoledì sera al Bar Sue. Ennesima serata senza infamia e senza lode che non avrebbe portato che qualche sguaiata risata alcolica assieme a qualche lievissimo e impercettibile sorriso interiore; un’altra serata inutile, con poco da dire, generata solamente dalla voglia di non stare a casa da soli a far nulla. Il mercoledì tipo dell’ottanta per cento della mia generazione, a cui probabilmente va bene così: quattro chiacchere con conoscenti, nel solito inossidabile scambio di battute.

Ciao, come va?
Tutto a posto, tu che mi racconti?
Mah…solita vita

Solita vita, nessuna descrizione migliore di queste due parole.
Conoscevo tutti lì e, mercoledì dopo mercoledì, la serata era diventata una sorta di rituale: sapevo chi si metteva dove, cosa beveva e quando, chi si lanciava alla conquista delle pochissime facce nuove. Conoscevo lo svolgersi della serata in anticipo, come una coreografia, come se avessi osservato la scena con la morbosità professionale di un agente in pedinamento, mentre mi era semplicemente bastato far caso alla ciclicità degli eventi. Il tipo di sorriso che Giovanni faceva prima di ordinare un altro Negroni, l’andatura caracollante di Antonella, che già dal primo cocktail lasciava intendere quando sarebbe finita a vomitare all’angolo della strada, accompagnata dalla sua fedele amica che mai mi era stata presentata, ma che probabilmente non aveva altre occupazioni nella vita che tenerle la testa in quei momenti poco gloriosi. Non trovare una delle solite facce era né più né meno che trovare una sedia, dentro al locale, fuori posto. Tutti gli avventori di quello strano bar altro non mi sembravano che marionette inanimate con i loro atteggiamenti scanditi da un orologio invisibile e sempre puntuale. Il momento in cui Filippo avrebbe proposto all’ennesima ragazza di passare la notte da lui era sempre lo stesso, come quello in cui la procace cameriera portava fuori il vetro.
Avevo smesso da un po’ di prender posto a questa commedia, cercando di cambiare un po’ la struttura della serata e sperando che assieme a lei sarebbero cambiate le cose. Speravo, scappando, di poter smettere di sentire la vita scorrermi addosso senza, nel bene o nel male, colpo ferire. Non ci riuscivo, non ero in grado, i giorni si succedevano vuoti senza che riuscissi a rimanerci male, bene, o semplicemente accorgermene. Come si dice dalle mie parti unni mi chiovi mi sciddica*, ero da un pezzo fuori a prendere in pieno la pioggia e, piovesse merda o acqua pura, non sembravo intenzionato a farci caso.

And so it is
just like you said it would be
life goes easy on me

most of the time**

Avevo deciso di tornare là, nella speranza di aver dimenticato qualche passo della coreografia, per svagarmi un po’. Soprattutto, per vedere ancora una volta lei, la figlia del vento. Volevo vedere se anche lei mi sarebbe scivolata addosso. L’avrei negato anche sotto tortura: in fondo era l’unico motivo per cui avevo smesso di andare da Sue.
Come tutte le sedie, i tavolini, le candele fuori e tutti gli altri avventori ornamentali, era lì, occupava la mattonella a cinque passi dall’ingresso dove avrebbero tranquillamente potuto scrivere il suo nome, reggeva il solito mojito (il secondo, a giudicare da come lo impugnava) e sorseggiandolo di tanto in tanto, con quella sua caratteristica postura con il collo un po’ in avanti, schiudeva le labbra rosse e aggraziate, aprendole come un sipario per mostrare ai più fortunati il suo sorriso e quel piccolissimo pezzo di carne appena sotto l’interno del labbro superiore, per il quale tante persone sarebbero morte volentieri.
La figlia del vento era minuta di statura, ma sorretta da due gambe molto belle che finivano in un sedere che lei si preoccupava, con un gesto pudico e forse un po’ da civetta, di avere sempre scoperto, ogni tre sorsi e mezzo di mojito tirava la gonna verso il basso come a coprirlo di più. Le mani belle, le dita eleganti come tutto il suo modo di muoversi e di esprimersi, con quella strana cantilena del Sud (lì eravamo tutti del Sud) con cui era solita parlare, i capelli tenuti da un fermaglio dietro la testa, gli occhi castani attorniati sempre da un po’ di trucco nero. Il naso piccolo, delicato, con una storia dietro che non raccontava a tutti e che tanto diceva di lei. La figlia del vento non era appariscente, non ti attraeva mostrando carne o ammiccando, come tutte le altre ragazze presenti da Sue; e non dico che passasse inosservata, ma nemmeno che attirasse tantissimo l’attenzione. Era però, a suo modo, una leggenda tra gli avventori, un’aura di mistero la seguiva come un profumo tra tutti quelli che la conoscevano direttamente o indirettamente.
Nessuno aveva mai visto la figlia del vento con un uomo. Ok, sorridere, scherzare, ammiccare, ma nessuno, nemmeno il più attento, l’aveva vista in atteggiamenti equivoci, anche solo di preferenza o di simpatia. Qualche volta era arrivata con qualcuno, o andata via con qualcun altro, ma nemmeno Cal Lightman in persona sarebbe stato in grado di riconoscere nel suo modo di trattare quei rarissimi accompagnatori qualcosa di più della semplice ricerca di un passaggio. Solo chi era stato con lei sapeva, e custodiva il segreto, che ogni tanto si fermava da qualche parte, in un letto o in una vita. Portata come un dono da imprevedibili traiettorie, atterrava senza peso, senza fermarsi o lasciarsi afferrare, per poi ripartire volteggiando, spinta da un soffio leggero di una frase detta male o da una folata di vento. Come una piuma.
Come so tutte queste cose? Io, molto probabilmente, ero stato l’ultimo della lista. Dico probabilmente perchè nemmeno io, per il quale gran parte di quel mistero aveva cessato di esistere, sarei riuscito a capire se adesso vedeva qualcuno. E, come le altre cose in quel periodo, l’eventualità mi scivolava addosso senza lasciar traccia.

and so it is
just you said it would be
we’ll both forget the breeze
most of the time
and so it is
the colder water
the blower’s daughter
the pupil in denial

Io ero riuscito ad avvicinarmi a lei. Credevo di averla scelta ma, nel più classico dei casi, in realtà era lei che mi aveva già scelto da tempo. Una sera passeggiavamo al centro della strada, unici abitanti di una città a quell’ ora deserta, quando una macchina sbucata da una traversa a qualche metro di distanza si diresse verso di noi. Lei appoggiò delicatamente la mano sul mio braccio, consapevole che il suo gesto istintivo di protezione non fosse strettamente necessario ad evitare un incidente, e mi spinse via dal centro della carreggiata, tirandomi verso di sé con il gesto lieve ma deciso di chi la vita vuole salvartela davvero. Fu durante uno di questi piccolissimi gesti che decisi che l’avrei fatta mia. Una persona a conoscenza di quello che è successo tra noi avrebbe anche potuto dire che eravamo stati insieme. Ma “mia” e “stare assieme” sono due concetti dei quali ho smarrito il significato, durante quel periodo in cui ci siamo frequentati. Ho passato tanto tempo su di lei, riempiendomene le mani e saziandomi, perdendomi due volte. Nel suo sapore, che mi attirava come una droga, e nei suoi occhi, che da lontano erano semplicemente castani, mentre da vicino erano dello stesso colore delle sabbie mobili, nelle quali, sguardo dopo sguardo, sprofondavo senza trovare qualcosa di simile a un appiglio. Sono entrato, dopo un paio di mesi sull’uscio, nella sua vita, ho spazzato via senza saperlo (e senza sforzo) ogni sorta di rivale e ho preso posto. Tutti i particolari che ho notato, le cose di cui mi andavo innamorando, li ho visti solo dopo, all’inizio mi erano sfuggiti. Un prodigio, un’alchimia, un incantesimo…o una maledizione, secondo i punti di vista, a cui non ero preparato. Ci siamo trovati, è esploso tutto senza controllo. Era impressionante la facilità con cui riuscivo a spogliarla, no… non parlo di vestiti.
Come ho detto prima, lei mi aveva scelto, ma senza darlo a vedere: me lo disse molto tempo dopo, quando avevo superato la distanza di sicurezza, quando ormai in quelle due sabbie mobili c’ero dentro fino alla vita.
Credo che il problema tra noi sia stato la differenza di peso. Ho sempre avuto tutto e subito dalle storie, forse perché ho sempre dato molto spazio ai colpi di fulmine, ai momenti in cui non pensavo e mi sentivo come trascinato da una forza esterna al mio volere. La testa, la mia enorme e macchinosa testa, ho sempre preferito lasciarla fuori (non sempre con successo, lo ammetto). Con lei no: un’attrazione senza nome e senza troppi particolari mi teneva stretto, ma, non riuscendo a leggerla bene, all’inizio entrai in punta di piedi, senza aspettarmi troppo. Idiota, emerito idiota, poggiai i piedi sulla sabbia, perché danno una bella sensazione, e iniziai a sprofondare. Se le altre volte ero entrato a mangiare attratto dal menu o dall’insegna, questa volta decisi di entrare attratto dal profumo. Non riuscivo più a smettere,  a dire basta al miglior sapore di sempre. Differenza di peso, sì, perché per lei, sempre leggera, era un piacere avermi accanto e sarebbe stato sempre così: probabilmente mi avrebbe seguito ovunque e in tutto. Per me invece era una tortura, ogni volta, apprezzare cose nuove: da una particolare espressione con cui incassando la testa fra le spalle e soffiando (piano) col naso, disegnava un sorriso con le labbra chiuse; a quello con cui, a volte, muoveva i fianchi mentre parlava, dal modo di dormire a quello per svegliarla. Ero sempre più dentro, ma nel modo sbagliato, perché non sapevo come uscirne. Provai ad aggrapparmi a lei, chiedendo e aspettandomi di più: ma quale idiota si aggrapperebbe a una piuma per non finire sommerso dalle sabbie mobili? E così, mentre ai suoi occhi scoprivamo sempre cose nuove e belle da vedere, ai miei la storia non decollava. Non so, nemmeno adesso, se avrei dovuto lasciarmi sommergere, o se invece sarebbe bastato che lei si fosse fatta prendere. Forse tutto si spiega nello scontro tra due pesi e consistenze troppo diversi, che assieme non potevano stare.

And so it is
the shorter story
no love, no glory
no hero in her skies
I can’t take my eyes off you

Adesso sono a dieci metri da lei, a distanza di sicurezza, secondo me. Ma no, non è così: non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Eppure, quando lei finirà di parlare con la sua amica, come da coreografia, si girerà dalla mia parte. Ho due sorsi, massimo tre, per spostarmi, poi sarà la solita scena: lei che mi sorride, io che le sorrido e che mi avvicino per dar luogo al consueto, inutile, scambio di battute. Mentre entrambi penseremo a che cosa non è andato: io a cosa ho fatto di sbagliato, e lei a cosa non ha fatto di giusto. Non mi ha mai respinto, né mai detto di andare via (una volta sì, ma quella è un’altra storia), non ha mai avuto questa impressione. Ma io, ad un certo punto, ho avuto l’idea che non mi stesse più tirando a sé, come quelle volte in cui fingeva di salvarmi da incidenti immaginari tirandomi per il braccio, e lei non è riuscita a farmi credere il contrario. Non c’era bisogno per lei, invece a me non serviva altro. Volevo sentire la sua volontà, sicuro (o forse, al contrario, insicuro) della mia. Ancora una volta: differenza di peso.

Did I say that I loathe you
did I say that I want to
Leave it all behind?

 Ma mi arrendo, questa volta. Resto lì come incantato a guardarla, con la stessa espressione di quando la ammiravo dormire. Non mi importa se mi vedrà così: che si giri, che sappia. Che lei alla mia testa pesante e macchinosa risultava tutta sbagliata, piccola, immatura, ma che alle mie mani piaceva un sacco;  che sono una di quelle persone che sarebbe morta volentieri per quel pezzettino di carne, che in altro modo non so descrivere, che ha nella parte interna del labbro; che amavo il libro aperto dei suoi gesti, che leggevo a volte davanti a lei apposta, quasi per sfida, solo per vedere quella faccia imbarazzata che avevo imparato a memoria; che quel suo essere donna, ma molto più spesso bambina, mi faceva imbestialire, senza che riuscissi a smettere di volerle bene, o a evitare un suo abbraccio o un suo bacio quando, resasi conto che i suoi capricci mi avevano fatto arrabbiare, veniva verso di me; che non ho mai avuto una dipendenza simile per un sapore e che, soprattutto, tutte quelle volte in cui usavo l’espressione “ho preso una cotta” era solo un ridicolo pudore, con cui rifiutavo di ammettere che mi ero innamorato di lei.

Che sappia, io non mi girerò.

Così, quando al secondo sorso e mezzo finalmente mi guarda, trovandomi nel pieno di quella espressione che non volevo più nascondere, rimane immobile. Evitiamo quella stupida coreografia, nonostante i miei amici e le sue amiche ci abbiano avvertiti della presenza dell’altro invitandoci a salutarci, e da lontano alziamo appena il bicchiere, brindando tra noi a quello sguardo dei tempi migliori.
Avevo avuto le mie risposte. Non l’avrei mai dimenticata; e sicuramente non sarebbe stato facile anche solo smettere di pensarla.

Anche questo era un passo di danza di un ballo più grande di quello del locale di Sue, una cosa ciclica, già vista. Una non – novità.

I can’t take my eyes off you
can’t take my mind off you
till I find somebody new

*Da dove mi piove mi scivola

** Damien rice – The blower’s daughter

(continua qui)

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