Questa estate fa

Una cosa che mi è rimasta dell’adolescenza, o che forse trova addirittura origine nella mia infanzia, è l’amore per l’estate. Quando ero bambino era il paradiso, al lido ogni giorno, tra castelli di sabbia e l’acqua. In realtà durava quanto il mese di ferie dei miei, più qualche fine settimana, ma non sembravo farci caso. I miei mi raccontano che quando ero piccolissimo, giravo per gli ombrelloni con mia sorella di un anno più piccola al seguito, mi sedevo con persone che non avevo mai visto prima e esordivo con “ciao, io sono Daniele” e poi stavo per un po’, fino a che non veniva il momento di cambiare ombrellone. Crescendo, di pari passo con la sensazione di costrizione e oppressione dei banchi di scuola, l’estate è diventata quel lungo periodo in cui avevo tutto il giorno per giocare in cortile coi vicini (salvo il mese di ferie dei miei), nessuna sveglia e la possibilità di vedere un film dopo cena praticamente ogni sera. Successivamente, con il motorino e l’adolescenza, l’estate divenne quel parco giochi di tre mesi circa di cui tutti noi portiamo il ricordo con nostalgia fino (probabilmente) la vecchiaia. I viaggi, le serate con gli amici, quando puoi fare mattina praticamente ogni giorno, e poi lui: il mare. Dai tempi in cui era uno sconfinato campo polisportivo, a quelli più vuoti in cui la spiaggia o la passerella diventano una vetrina su cui sfoggiare i tatuaggi, il pettorale o il bicipite con la vena in rilievo e, per le signorine, l’abbronzatura perfetta e i fondoschiena spesso salvati da questo mirabolante ritrovato moderno della mutanda brasiliana, in grado di salvare situazioni insalvabili. Erano bei tempi, in cui chiudendo la stagione iniziavo la preparazione atletica, passando da un grande amore all’altro.
Il mio rapporto con l’estate si è inevitabilmente modificato con l’università. La sessione estiva e quella settembrina tendono sempre a mangiarne un pezzetto più o meno grosso, a seconda dei calendari delle diverse facoltà (e dei diversi calendari personali di preparazione degli esami). La maturità ti da un assaggio di questa transizione facendo iniziare la bella stagione a luglio, ma quei due mesi scarsi li vivi giorno dopo giorno consapevole di passare la tua ultima estate da ragazzino e che, presto o tardi, dovrai fare ingresso nella vita adulta. La larghezza delle vacanze si va assottigliando di anno in anno, e la parola stessa diventa più corta, prima o poi (crisi permettendo) le chiamerai semplicemente ferie . E quindi, tolte le prime tre estati da universitario, in cui ad un certo punto a luglio gettavi i libri all’aria e si iniziava a studiare non prima di Ferragosto, e che, anche per motivi sentimentali, furono quasi lunghe quanto quelle mitiche del liceo, dal quarto anno in poi tutto è cambiato radicalmente. I tuoi amici non sono più totalmente liberi da giugno a settembre (escluso il periodo dei viaggi), ma da fine luglio a metà agosto, e mai tutti assieme; organizzare una giornata a mare diventa una piccola impresa telefonica. Poi gli esami grossi, qualche lavoretto, e senza accorgertene il numero dei bagni non arriva nemmeno a due cifre.

Se la frequenza diminuiva, l’importanza e la consapevolezza del benessere che ti da anche solo guardare il mare sono considerevolmente aumentate. L’anno scorso, quando stavo per partire, andavo solo nel giorno libero e il mare prese a chiamarmi e a dirmi di restare. Quest’anno, nelle due brevissime settimane che ho trascorso in Sicilia, andarci era uno dei pochi must delle mie giornate. Penso che sia la chimera di quasi tutti gli emigrati al nord, sicuramente è il rapporto su cui ho realmente scoperto il concetto di nostalgia.
Una cosa accomuna tutte queste estati diversissime tra loro, ed è la sensazione della fine. Dopo ferragosto il caldo fa i suoi ultimi acuti, ma te ne accorgi dal sole che va via prima che gli impegni e la nuova stagione stanno per tornare. È un’esperienza molto completa, che riguarda la luce delle giornate, il sapore dell’aria, e la sensazione dell’aria sulla pelle. Fa sempre caldissimo, un caldo boia, ma diversi messaggi cominciano a insinuare un’inesorabile malinconia che culmina nel suo fenomeno atmosferico preferito: la pioggia.
Era un processo lento, fastidioso, che iniziava dalla durata delle giornate, proseguiva dal clima e poi, dopo un’occhiata al calendario, si concludeva con le piogge e la fine. Ricordo tante estati in cui mi ostinavo ad andare a mare fino a settembre inoltrato, fino al giorno della chiusura del lido, anche se non andava nessuno e se il tempo non era più dei migliori. Ricordo tanti temporali al mare, una mareggiata che portò via tutte le scale per entrare in acqua, amputando gli ultimi giorni, e ricordo che poi alla fine, ti arrendevi all’incedere del tempo e tornavi tra i banchi di scuola, cominciavi a mettere sempre più vestiti e rientravi nella routine.
Per me il colpo di grazia era un altro, perché alla pioggia ho sempre voluto bene. Ogni anno, realizzavo che la stagione era agli sgoccioli sempre allo stesso modo: in un pomeriggio ombroso, non troppo caldo, dal finestrino di una macchina o girando per la città in motorino, all’improvviso balzavano agli occhi le vetrine dei negozi di abbigliamento. Durante l’estate erano chiuse o vendevano articoli con più carta che stoffa, e all’improvviso, dall’oggi al domani, ti ritrovavi le vetrine invase da cappotti, maglioni, pantaloni lunghi e scarpe pesanti. Il tuo abbigliamento era ancora costituito da due indumenti abbastanza corti e un paio di scarpe da tennis, quando non erano infradito, e quella scena è sempre stata una sorpresa sgradita, come quando sei in una stanza a cercare un oggetto, e qualcuno con fare scocciato ti si avvicina e ti fa vedere che ce l’hai sotto il naso, stupendosi quasi della tua disattenzione.
Questo era il ruolo che gli store-managers dei diversi negozi svolgevano nel mio immaginario.

Ed è stato così anche quando, crescendo, ho imparato ad apprezzare le altre stagioni, senza aspettare la prossima estate già dai primi di Novembre.
Quest’anno no. L’estate è arrivata spezzata in tre parti, dopo il furore agonistico degli ultimi esami pavesi, in cui la vita rotolava veloce tra lavoro, studio e altre storie che non sto qui a raccontare, c’è stata una breve parentesi siciliana, fatta di sole, di mare, di amici e della tua terra che ti chiama per nome; e poi sono tornato qui, con ancora tutto agosto da vivere. Volendo fare un paragone culinario, il primo mese e mezzo digiuno forzato dall’estate mi ha messo una fame pazzesca per quando sono tornato a casa e così ho sbranato le due settimane di “ferie sicule”, rientrare è stato come masticare un dolce che mi ha impastato la bocca senza lasciare alcun sapore. Uno di quei pranzi in cui se non mangi il dolce si offendono, e se il dolce fa cagare siamo di fronte a una tortura bella e buona. Non so da cosa è dipeso, se è mancato qualcosa o se questa sensazione è stata causata da questa mangiata così disordinata. Solo, non vedo l’ora che finisca. Forse la mia è anche impazienza, l’anno scorso di questi tempi varcavo finalmente una linea d’ombra conradiana e già vedo la successiva: a Ottobre inizia l’ultimo atto della mia vita universitaria e ho troppa voglia di sapere che cosa ci sarà dopo. La cosa migliore sarebbe sbranare questi giorni che mi separano dalla conclusione, ma non ho fame, ho lo stomaco chiuso. Mastico a fatica e lascerei volentieri. Quest’anno non vedo l’ora di vedere i cappotti in vetrina.

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