Tanti auguri a me

Volevo scrivere e pubblicare queste parole nella data esatta, ma questa pioggia mi ha fatto cambiare idea. Mancano solo dieci giorni al compiersi del mio primo anno in terra pavese. Non è un compleanno, non è un anniversario, celebrarlo prima non dovrebbe portare sfortuna e, eventualmente, non sono scaramantico.

Il primo giorno qui, un anno fa, sembra ieri… no: è una vita fa. Lo ricordo ancora bene, sono di nuovo lì, appena uscito dalla stazione: uno zaino, due grosse valigie, duemila pensieri, e l’espressione di chi sta per iniziare un viaggio. Un posto nuovo ma anche una fase nuova. Ricordo che dopo aver posato le valigie in albergo, fatto una doccia e poi un giro in città, la prima, primissima, impressione è stata: voglio tornare a casa. È passato poco tempo davvero affinché arrivassi a chiamare Casa la mia stanza in Borgo Ticino e “ casa dai miei” la mia vecchia stanza, situata, per l’appunto, a casa dei miei.
Anche oggi i capelli ricrescono da una rasatura quasi completa, per sfuggire al caldo estivo. E come l’anno scorso mi avvicino a un esame: universitario per quest’anno, della vita l’anno scorso. Penso di potermi promuovere, magari non a pieni voti: sono dove devo essere, sto facendo quello che voglio fare, quasi tutto, anche se è dura. Lo sapevo del resto, non sapevo il Quanto e il Come, ma non ho fatto armi e bagagli convinto di affrontare un viaggio di piacere. Si può fare, ma di questo ne avevo già parlato, e oscillando tra affamati entusiasmi e vuoti d’aria, lo sto facendo. Una cosa che è diversa dal mio primo settembre pavese è il tempo (e forse per questo avrei fatto meglio ad aspettare un po’, magari fra dieci giorni torna il sole). L’estate è finita di botto, lasciando il posto a una pioggia insistente e liberatoria per me. È piacevole l’aria, è incantevole la vista sul fiume di notte (tutta quell’acqua male non può fare), la settimana è meglio di quelle che l’hanno preceduta (il caldo senza vento e senza mare è una delle cose più inutili e ignoranti che possano esistere). Potrei andare avanti, nel tessere le lodi di questo fenomeno atmosferico, ma la caratteristica principale di questa pioggia è una: è in ritardo. Ho sorriso quando ha iniziato a piovere, sono uscito fuori, ma non ho ringraziato nessuno. Il caldo di agosto non mi ha dato tregua, non mi ha fatto respirare, non mi ha fatto stare bene. L’agosto più brutto dei ventisette che ho vissuto. Sono arrivato a punti di non ritorno, esasperato anche da lui. Forse, con questo clima, alcune cose non sarebbero cambiate. Ma non mi voglio attaccare a questo pensiero, non basta a liberarmi dalla colpa.
Non ho saputo aspettare, non mi è mai piaciuto aspettare, non ho aspettato che un po’ d’acqua e un po’ di tregua per un mese intero. Sto bene adesso, ma è tardi. Mi godo questo fresco (c’è già qualche polentone poco credibile che soffre il freddo) e lascio che la pioggia prenda tutti i miei sensi, ma il sapore di questo ritardo è amaro. La pioggia adesso mi sa un po’ di presa in giro, sarebbe bastato giusto qualche giorno prima. Ma ha deciso così, e come sempre ho l’impressione che possa lavar via dalla mia vita tutto quello che non va. Cosa dovrebbe portare con sé, questa volta? Sono tentato dal lasciare stesi fuori un paio di errori e sperare in un acquazzone. Ma purtroppo non funziona così. Come diceva Cormac Mc Carthy, il passato è tutto ciò che abbiamo, la nostra unica certezza. Il futuro non c’è ancora (ed è infantile pensare di essere l’unico a poterlo determinare a pieno), il presente lo vedremo bene solo ex- post. Sono proprio sicuro di voler cancellare tutte le mie cazzate di questa estate con un po’ d’acqua? Sinceramente no, non sarebbe giusto. Sarebbe come veder tornare indietro un sasso da una vetrata, o sentire ancora nei polmoni l’aria che ha dato corpo a parole – le ho dette, giuste o sbagliate che siano. Che io sappia, nessuno dei due può tornare indietro, o almeno io non gliel’ho mai visto fare. Non è possibile richiamare una freccia, puoi prenderne un’altra o andare a riprendere quella che hai appena scoccato e indirizzarla meglio. Dico sempre che il tempo non esiste, ma non posso negare che questi abbia un senso, e questo senso è unico. Pertanto, è inutile sperare in cancellazioni irreali.

Posso vedere l’acqua in modo più semplice, posso sperare che lavi via il sangue e lo sporco dalle ferite, o la terra dalle ginocchia e dalle mani. Sono caduto lo stesso, mi sono lo stesso fatto male. Ma almeno le ferite, quando sono pulite, prima o poi si chiudono.

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