Io c’ero. Io ci sono.

Bologna, Arena Parco Nord, 25 settembre 2012, concerto dei Radiohead: lo scopo della mia vita.

Dovrei fermarmi qui, non scrivere più niente, dire più niente; smettere di raccontare, di scrivere, e di fare una lunga serie di cose infinitamente meno importanti di quelle due ore e mezza di Spettacolo.
Ma sono sopravvissuto e, dico sul serio, non ci speravo. Quello scollamento totale che mi aspettavo prima di partire per Bologna, quel disinteresse totale per la vita e per tutto ciò che inevitabilmente sarà meno bello di questo concerto, non è avvenuto. Sono ancora qui e ovviamente ho qualcosa da raccontare.

Ha preso una lunga rincorsa: i biglietti presi a Dicembre, il rinvio di questa estate dalla data originale di Luglio e l’estate che andava finendo, portandomi sempre più vicino a quest’evento, che aspetto dal giorno in cui mi diedero una cassetta blu con registrato sopra ok computer (più qualche canzone di Jeff Buckley, ma questa è un’altra storia), che ha cambiato completamente il mio orecchio, i miei gusti musicali, e gran parte del mio concetto di perfezione. Era il primo anno del liceo, non avevo ancora compiuto quattordici anni, quindi parliamo di molto più di dieci anni fa, giusto per rendere l’idea.
Nel frattempo la band di Oxford ha tirato fuori dal cilindro altri cinque album, andarli a vedere non era più  andare a sentire il miglior disco mai registrato, perché non hanno potuto fare più di 3-4 canzoni per album, in una scaletta lunghissima di più di venti brani: era un appuntamento con i miei gusti musicali. Ve la scrivo la scaletta, in fondo alla pagina, ma sappiate che sono rimasti fuori tantissimi capolavori, per il semplice fatto che hanno inciso solo pezzi bellissimi e di scalette così possono proporne 3-4 senza ripetere un brano. Sono i Radiohead, del resto.
Pensavo che la tranquillità con cui ho atteso questa data sarebbe crollata rovinosamente alle porte dell’arena, ma la tensione non è arrivata. Non è arrivata quando sono sceso alla stazione di Bologna; non è arrivata quando con mio fratello sono passato da Piazza Maggiore, sede originaria della data inizialmente prevista a Luglio(super-location, era bella da vuota: chissà che cosa sarebbe stato vederla piena di gente e di musica buona); non è arrivata quando siamo arrivati all’Arena Parco Nord. Erano le sette, siamo riusciti a metterci a circa dieci metri dal palco e l’orologio, fino all’inizio del concerto, è stato guardare l’arena che si riempiva(fino all’ultimo posto). Finalmente ha iniziato la band di supporto, i Caribou, che mi sembra siano abbastanza cool e famosi nel Regno Unito. La loro funzione a Bologna è stata farmi sperare che il basso non si sentisse così male come durante la loro performance, dimostrarci che hanno fatto qualche altro pezzo carino oltre a Odessa, e non fare più di 4-5 canzoni, il giusto numero per evitare che la gente cominciasse a chiamare i Radiohead a gran voce, cacciandoli via dal palco. E poi sono andati, giustamente, via.
Qualche minuto di attesa e poi Lotus flowers e Bloom e i Radiohead a qualche metro da me.
Resistendo a questo uno-due pugilistico, sono rimasto in piedi per le due ore abbondanti successive. Gli scenografi del tour hanno deciso che non si potevano chiudere gli occhi e viaggiare trasportati dalle note dei miei beniamini. Dietro al palco, una lunga parete di luci colorate (per riuscire a contarle avrei dovuto avere un D.o.c. molto serio), dodici maxischermi semoventi appesi al soffitto, creavano atmosfere sempre nuove; vi erano proiettate le immagini delle parecchie telecamere sparse per il palco e cambiavano colore e disposizione a ogni canzone.

La band si è presentata schierata in un modo molto significativo. Dietro, in difesa, le due batterie, con Phil Selway (unico a salire sul palco durante il soundcheck, riconosciuto solo da me e un altro tipo e completamente ignorato dal pubblico) e Clive Deamer (percussionista molto talentuoso dei Postishead e di tante altre band, presenza fissa nei tour);  in mezzo a loro il bassista Colin Greenwood, che per tutto il concerto non si muoverà da quella posizione e del quale ricorderò sempre la faccia concentratissima e seria proiettata spesso dai maxischermi. L’attenzione per la ritmica della band è una delle cose che fanno la differenza, forse più del genio di Thom Yorke e degli assoli del celebre Johnny Greenwood (che è quello che suona con i capelli davanti alla faccia), e lo dimostra il fatto che in molte due canzoni anche i due chitarristi si univano a questa fase, Johnny prenderà un tamburino da marcia militare per accompagnare bloom mentre l’immagine di little by little che ricordo è quella di quattro membri su sei alle percussioni con l’unica chitarra di thom yorke e l’immancabile e puntualissimo basso.In attacco, per così dire, il centro della scena toccava ovviamente all’headliner, la persona più ispirata che conosco, alias Thom yorke, quando tra una canzone e l’altra abbozzava un grazie, secondo me non ero il solo a rispondere “grazie a te!”; ai due lati Johnny Greenwood e Ed O’brien, con le loro chitarre,tastiere, e gli immancabili Mac.

È inutile che racconti lo svolgimento del concerto seguendo una linea temporale, perché nella mia testa è durato tutto parecchio di più e ci sono molte cose che durano adesso. È stato uno di quegli eventi che ti spostano la chimica del cervello e lo sviluppo di future sinapsi. Una linea di confine, spero: penso proprio che ci sarà un prima e un dopo il concerto dei Radiohead, ma mi rendo conto che per chiunque legge queste parole potrei risultare esagerato. Metterò un paio di flash, le cose che vorrei fissare su un foglio elettronico, e lascerò tutto il resto a maturare, conservandolo più o meno gelosamente e sperando che saltino fuori a caso e all’improvviso come solo i ricordi olfattivi sanno fare, sistemandomi le giornate. In fondo invece, come promesso, la scaletta: cominciamo.

È stato molto bello stare nello stesso posto con gente quanto e più malata di me, che sapeva tutti i titoli delle canzoni e più testi di me a memoria, mi fa sentire meno strano.

Il livello di preparazione era comunque alto, alla fine di ogni brano nella mia testa partiva il successivo dell’album. La scaletta era ovviamente diversa e sto notando con piacere che – dopo i primi doverosi giorni di castità, durante i quali non mi sono azzardato nemmeno a indossare gli auricolari (mea culpa, il giorno dopo ero a una serata, ma me ne sono andato per non contaminare le orecchie) – quando ascolto i brani che hanno suonato al concerto a volte invece della successiva del disco il mio cervello manda in play la successiva del concerto..

Tutti quei messaggi dei testi come “just to feed your fast ballooning head listen to your heart”(lotus flowers), “don’t blow your mind with why” (bloom), “if you think that it’s over…you’re wrong”(separator) dal vivo sono suonati come degli inviti, dei consigli che mi venivano dati dalle persone che ascolto di più in assoluto (credo di non aver ascoltato nessuno dei miei parenti/amici/conoscenti per un numero di ore avvicinabile a quello che ho dedicato in questi anni ai dischi dei Radiohead, è una questione quantitaviva. Se parliamo poi di attenzione, il discorso è ancora più netto). Una cosa intima, quasi fossimo io e loro e non io, loro e altre migliaia e migliaia di persone. È stata forse la cosa più bella del concerto, quella e il fatto che viaggiavo sia con gli occhi chiusi per quello che sentivo o aperti per quello che era lo show. E in questo senso non è un caso se il concerto sia stato chiuso da Everything in its right place, ogni cosa al suo posto, appunto.

Ho un ricordo molto bello di You and whose army, non pensavo l’avrebbero fatta, è venuta fuori molto bene, soprattutto da un punto di vista visivo.

Ho già parlato del volto sempre concentrato di Colin Greenwood, ma una faccia che non dimenticherò mai è quella di soddisfazione di Ed O’brian, ripresa da uno degli schermi, quando tutta l’arena si è lanciata nel coro di una parte di paranoid android…eravamo tantissimi. È stato utile per vedere che sono umani anche loro, è una canzone che hanno fatto più di dieci anni fa e ancora si emozionano(loro che suonano, non noi che ascoltiamo)
Infine, un gustosissimo siparietto durante exit music (for a film), Johnny Greenwood, si inserisce come da copione dopo l’avvio chitarra & voce, ma ad un certo punto Thom Yorke smette di suonare, lo guarda e dopo un po’ gli fa(al microfono) Johnny, turn that fucking mac off!. Noi tutti a ridere, il chitarrista dei Radiohead va in depressione… quando finisce la canzone siamo lì a tifare per lui e a incoraggiarlo e Thom, da brava prima donna, interrompe l’intro al piano di daily mail, per suonare una musica buffa e accompagnare il coretto, anche se in realtà voleva si smettesse di fare cori da stadio.

 

La scaletta:

Lotus flowers

Bloom

15 steps

Lucky

Kid a

morning mr magpie

there there

the gloaming

separator

Pyramid song

You and whose army?

I might be wrong

Planet telex

Feral

Little by little

Idioteque

Give up the ghost

Exit music (for a film)

The daily mail

Myxomatosis

Paranoid android

House of cards

Reckoner

True love waits

Everything in its right place

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