Il curioso sogno alla Benjamin Button

Strana storia, quella dei sogni, quei capolavori narrativi che facciamo per non far marcire il cervello durante il sonno. Mentre la fase cosciente si prende una pausa di qualche ora, il sangue in testa mischia le carte. Mi piace immaginare questa scena: il cervello che mischia senza criterio paure, aspirazioni, ricordi, pensieri eccetera. Un croupier inesperto e scazzato, o il classico amico (ne abbiamo tutti uno così) che mischia le carte di briscola così a lungo che qualcuno alla fine lo avverte/minaccia del fatto che qualcun altro tempo prima è morto mischiando con quella flemma (la battuta in lingua originale è: unu mossi mischiannu ‘e catti).

Poi ci si sveglia e tutto torna come prima. Più o meno, perché per un periodo che va dai dieci minuti alla mezza giornata riusciamo a ricordarne qualcuno. O perché qualcuno di questi sogni ci turba tanto da riuscire a svegliarci. O ancora perché lo stesso si presenta per più sere, o a intervalli di tempo regolari e non (ma quella dei sogni ricorrenti è al momento un’esperienza che mi manca).

Ho l’abitudine di scrivere i sogni che mi restano impressi, a volte hanno una trama talmente assurda o elaborata che è un peccato non farlo. Scrivo quello che mi ricordo, poco più di una foto sbiadita, e alla fine metto la data. Rileggerli a distanza di tempo è ovviamente molto più divertente che rileggere un diario.
È un bravo sceneggiatore, il subconscio, se considerate che in pochissimo tempo, con flash essenziali, riesce a convincerci che quello che stiamo sognando è reale.

L’altra sera ho sognato che avevo una storia con un personaggio famoso, del quale mi sa che ometterò il nome perché i rimandi freudiani sarebbero esageratamente evidenti anche a chi pensa che Freud sia il nuovo terzino della Germania. Dicevo, mi frequentavo con questo personaggio famoso e fino a qui nulla di strano, se non fosse che soffriva della sindrome di Benjamin Button. In pratica più passava il tempo e più ringiovaniva (specifico per chi non avesse visto il film, tra l’altro ho appena scoperto che è tratto da un racconto di Fitzgerald e non poteva essere altrimenti: quello lì è un genio). E così i commenti dei miei amici, inseriti con maestria dalla sceneggiatura, passavano da un accorato “che cosa ci stai a fare con quella troia?”, a un più sentito “prenditi cura di lei” quando l’età si abbassava talmente da escludere qualsiasi rapporto fisico. Immaginate una storia con una persona che vi fa un sangue terribile che ad un certo punto smette di graffiarvi la schiena e inizia a chiedervi coccole. In pratica mi finiva a fare il baby sitter.
Ad un certo punto, il malato regredisce fino alla forma di un neonato e muore, questo è il decorso. Ma quando lei era diventata davvero piccola, mi sono reso conto che non era reale.
Ciò che mi piace dell’accorgermi di essere dentro a un sogno è che da quel momento puoi far prendere alla storia la piega che vuoi tu. Se ti accorgi di stare sognando, il tasso di influenza sugli eventi futuri aumenta esponenzialmente; per riuscire a replicarlo nella vita reale devi essere particolarmente ispirato, particolarmente in giornata, o particolarmente fortunato (meglio ancora se tutte e tre le cose insieme). Dentro un sogno, quando capisci che è il tuo, sei né più né meno che Dio.
Che poi, l’onnipotenza, è uno dei motivi per cui mi piace tanto scrivere.

Ricordo che mi aveva chiamato un dottore (con la voce del pigmalione di questa persona famosa nella vita reale) per dirmi cosa dovevo cucinare per cena, ricordo che gli chiedevo se non c’era niente da fare e ricordo anche la sua risposta, mentre qualcuno dall’altro lato del cavo lo insultava per non so che cosa. E ricordo lo sguardo pieno di gioia e riconoscenza che ricevevo quando preparavo proprio quella cena. Era uno sguardo da donna, anche se di quella gran femmina era rimasta ormai solo una bambina che girava con il ciuccio e il biberon. Probabilmente è stata la voce del dottore a farmi rendere conto che tutto era troppo surreale. A quel punto avevo la piena facoltà di scrivere il finale: avrei invertito la malattia, magari tornando anche io bambino, così saremmo cresciuti insieme (mi sa proprio che mi ero affezionato).
Invece mi sono svegliato.

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