L’importanza di chiamarsi Franco

Per l’ennesima volta, non si erano capiti. Serve a un cazzo essere chiari dall’ inizio, mettere le mani avanti, avere l’ accortezza di non illudere nessuno. Prima o poi uno dei due ci casca, perché la scopamicizia è un cammino su un filo e ci vuole molto più equilibrio di quello che si possa pensare.
Vuoi o non vuoi, il sesso è una cosa profonda. Anche se nella tua mente scorrono i fotogrammi delle scene di sesso di American psycho, in cui Pat Bateman si guarda i bicipiti allo specchio mentre riprende le sue gesta erotiche con due prostitute; anche se nella mente di lei scorrono i passaggi di quella porcheria di 50 sfumature di grigio(o di nero o di rosso) e lo sapete tutti e due (ma lo sanno pure i muri) che si sta solo facendo sbattere e solo perché ne aveva bisogno. Vuoi o non vuoi, succede che ad un certo punto qualcuno si trova più a fondo di dove pensava di essere e comincia a chiedere di più, o peggio ancora a dare cose che nessuno aveva chiesto.
Quando non senti più il desiderio di alzarti dal letto e uscire, una volta finito; quando invece di stare stesi l’uno accanto all’altra, senza molto fiato, si finisce abbracciati; quando ai commenti entusiasti sulla prestazione e sul fatto che “cazzo se ci voleva” , gli stessi commenti che faresti dopo una qualsiasi altra attività piacevole, di tipo sportivo, si sostituiscono silenzi; quando uno dei due si illude che questi silenzi non siano imbarazzanti ma complici; quando ti comincia a cercare anche per altro. Ecco, a uno a caso di questi punti qui, la tua scopamicizia è bell’e rovinata. Sta pericolosamente svoltando verso una relazione. Il fatto che nessuno dei due la desiderasse all’inizio dovrebbe essere indicativo, ma per la parte che cambia idea non lo è mai.
Frankie c’era passato tante volte, sia da una parte che dall’altra. Si era trovato a respingere molte compagne di giochi che ad un certo punto avevano desiderato qualcosa di più; e si era sorpreso a volere altro da persone che aveva avvicinato senza nemmeno guardarle bene in faccia.
Però questa volta era dispiaciuto, la ragazza in questione (che per rispetto della privacy chiameremo solo con l’iniziale, N., e con un cognome inventato, facciamo Esima) gli stava simpatica, e dare sfogo a quella tensione che c’era sempre stata tra loro era stata un’enorme cazzata. Non avevano speranza, come coppia, ma era una di quelle persone che avrebbe tenuto volentieri nella sua vita, con cui si trovava bene e con cui riusciva a parlare.
Frankie aveva il grosso problema di non conoscere tante persone che meritassero di essere trattate come sue pari, c’era una sorta di latente complesso di superiorità che non gli consentiva di avere più di un rapporto superficiale con la maggior parte della gente. N. Esima non era tra quelle, c’era solo il piccolo particolare che per lei non provava niente di più che un affetto fraterno, che non si sarebbe mai evoluto in campi diversi dall’amicizia. Avvicinarsi troppo era stato un errore. Perché alla fine anche lei non aveva saputo camminare sul filo e adesso il loro rapporto era incrinato per sempre.
Così, sperando che da sua pari avrebbe capito ciò che gli eventi gli avevano appena mostrato, le scrisse.
Si spogliò dal soprannome con cui tutti gli amici lo chiamavano, ricordando che il suo vero nome era molto più terrone e adatto alla situazione. Franco finì la lettera alla prima stesura, con una calligrafia chiara e larga che non sembrava nemmeno la sua, senza errori o parole tagliate. Aveva pensato così tanto a queste cose che la bella copia venne fuori al primo tentativo, levigata dallo scorrere di tutte le sue storie.
Franco lasciò la lettera nella buca, come un volantino pubblicitario qualunque, e andò via senza citofonare. Sperando che né la sua vita né quella di N. Esima sarebbero più scivolate su simili errori.

Colpe, giustificazioni, scuse, motivi. Non cercare nulla di tutto questo  perché non sarà qui.
Non è colpa mia, né tua: è andata così. Va sempre così. Per quanto ci si possa illudere di riuscire a staccare la propria vita in pezzi, per quanto si possa sentire il bisogno di tenere compartimenti stagni, sappiamo benissimo che le pareti sono molto porose e permeabili, sappiamo benissimo che in realtà non esiste nessuna parete. Perché le pareti sono della stessa sostanza di ciò che tengono separato, separiamo pensieri da altri pensieri con pensieri di separazione, proteggiamo sentimenti da altri sentimenti con barriere emotive.
Presto o tardi gli argini si rendono conto di essere fatti d’acqua. Che tutto si mischi è inevitabile, naturale, non possiamo nemmeno parlare di esondazione.
Non è scontato, invece, quello che può succedere dopo. Se mi sono avvicinato con una parte di me verso un pezzo di te, non è dato sapere che cosa succederà quando le altre parti lo verranno a sapere.
Ma tende ad andare male, non c’è nulla di strano a rigettare qualcosa in cui non ti sei sentito di mettere tutto te stesso in gioco.
 Subito prende la parola una parte di te più accondiscendente, che elenca una serie più o meno lunga di se e di ma. Asserisce al momento particolare in cui ti trovi, a cause esterne, alle tue scottature passate, alla tua naturale diffidenza, a fantomatiche conoscenze mai avvenute davvero. Tutte cose che smonteresti in qualche secondo con due o tre passaggi logici, se solo smettesse di parlare. Il guaio è che alcune persone le prestano ascolto e prima o poi, in base al loro grado di pigrizia, si accorgono che quella voce è meglio metterla subito a tacere. Come ti ho detto qui non ci sono scuse, motivi e giustificazioni. Ho smesso di sentire quella voce tanti anni fa, vivo bene e invito più persone possibili a fare lo stesso.
Non mi scuso, né mi giustifico: non c’è mai stato nient’altro tra noi, non ho mai messo nient’altro.
Mi spiego meglio: non ho mai voluto mettere nient’altro. E, ancora una volta lo ripeto, niente scuse, giustificazioni, complesse teorie sul mio momento esistenziale: non ho voluto. Non voglio.
Incontrare una persona e averci a che fare, in realtà, è conoscere sé stessi.
Non hai la certezza dell’esistenza di qualcosa di diverso da te, ne hai solo la percezione. Tutte le persone che fuggono dalle storie non hanno paura che di una cosa: vedere bene sé stessi attraverso la relazione. Perché questo è il principale vantaggio dello stare con qualcuno, dell’avere un amico, un confidente o un compagnone di scherzi: attraverso lui/lei vedi te stesso.
Ancora, niente scuse e niente giustificazioni, niente motivi. Perché non sono una di quelle persone che fugge da questo genere di cose. Anzi cerco disperatamente uno specchio decente su cui riflettermi, su cui vedermi davvero, attraverso il quale conoscermi. E sono fermamente convinto che uno specchio NON valga l’altro. E non è perché voglio vedermi più bello di quello che sono: la ricerca di uno specchio decente non è un bisogno di adulazione. Ho bisogno di sentirmi me stesso, di non aver la sensazione di recitare una parte, di non sentire una maschera sul viso. Secondo te le maschere sono un compromesso necessario, ma io dico che si può vivere senza.
Non sono davvero io, e probabilmente non sei tu. Non siamo Noi. È questo il succo, spero di non averci girato troppo attorno. 

 

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