2. Heart of gold

(dovesse servire, qui c’è il capitolo uno)

E a un tratto pensai:
se ciò che scrivevo succedeva davvero,
potevo anche scrivere
qualcosa che lo facesse sparire?

(Lunar Park, di Bret Easton Ellis)

 

Via Garibaldi, disse al tassista. Per un attimo si aspettò che questi si girasse verso di lei per guardarla con aria incredula e chiederle, scandendo bene le parole: sei sicura?
Ma l’anziano signore a cui avrebbe pagato la corsa e il disturbo per il trasporto del bagaglio voluminoso non l’aveva mai vista, e difficilmente l’avrebbe vista ancora.
Rodolfo Guarnera però era un tassista della vecchia scuola e cercava sempre un contatto con i clienti. Non riusciva a notare nulla di particolare sull’espressione della giovane signorina scura che era appena salita sul suo taxi, per via dei suoi occhiali da sole, né a capire qualcosa su di lei. Forse tornava da un lungo viaggio, o magari era una studentessa fuorisede (con una valigia di quelle dimensioni, in una città così piccola, non poteva essere diversamente se eri diretta verso un indirizzo privato).
Mi lasci al 125, disse ancora la signorina, sempre più imperscrutabile. Il buon Rodolfo vide che la giovane lo guardava attraverso lo specchietto retrovisore, e ne approfittò per dire la sua battuta. Il tempo, la politica e il traffico funzionano sempre per attaccare bottone, ma Rodolfo sapeva che con un bel sorriso rassicurante poteva chiedere praticamente tutto – era quello che usava per scusarsi quando la corsa durava più del dovuto e la sua coscienza sulla scelta del percorso non era, per così dire, immacolata. Avrebbe funzionato anche quella volta.
Torna dalle vacanze, signorina?  Il tono sicuro, gioviale, e il sorriso che faceva pendant col suo volto appena imbiancato dalla barba rada e i capelli sale e pepe, le guance sempre arrossate; Rodolfo era Babbo Natale che ti chiedeva che cosa avresti voluto trovare sotto l’albero. Eh sì, ho gli ultimi corsi, rispose la signorina gentile. Rodolfo pensò che fosse solo timida e che presto si sarebbe aperta a lui, come tutti i clienti di quel taxi, sedendosi  sulle sue ginocchia paterne per raccontare la sua vita in modo da rendergli meno noioso il viaggiare sempre per le stesse strade.
Lei, invece, semplicemente mentiva.
I suoi pensieri erano semplici, le sue frasi non avevano mai troppe virgole o numerose subordinate. Soggetto, predicato, complemento: così si esprimeva. Quel vecchio bonaccione non aveva il diritto di conoscere l’unico motivo per cui il primo posto da visitare al suo ritorno non era casa sua, bensì casa di Ruggero. Nonostante tutto, nonostante il tempo passato, gli screzi, le conclusioni e la totale assenza di rapporti, Ruggero le mancava. Ma la frase era molto più semplice: Ruggero le mancava e lei andava da lui. Semplice e lineare, il nonostante e tutte quelle specificazioni erano giri superflui, ragionamenti alla Ruggero, che lei non faceva. Pensò al fatto che spesso si era sentita l’uomo della coppia e si trovò a sorridere, piano, solo con le labbra. Rodolfo interpretò quel sorriso come un’altra apertura e infilò un’altra domanda con tempismo da attore navigato: È contenta di tornare?…

Scese dal taxi, pagò la corsa e guardò la casa evitando grossi respiri di incoraggiamento, di quelli che fai prima di buttarti da uno scoglio alto, ma con il dubbio costante di essere sul punto di fare una cazzata.
Ci mise un po’ ad accorgersi che Rodolfo, con una premura da fidanzatino adolescente, aspettava che varcasse il portone prima di ripartire. Si girò verso di lui, tolse gli occhiali, per sorridere anche con gli occhi e dire a quel tassista affettuoso e un po’ impiccione che non aveva bisogno d’altro. Questi accese il motore, la salutò con un garbato cenno della mano, fece manovra e andò via, mentre lei entrava nel cortile.
Le anziane vicine di Ruggero chiacchieravano tra loro. Una vita fa, quando ogni tanto dormiva da lui, le aveva odiate a morte, perché puntualmente durante il giorno le loro discussioni in lombardo la distraevano dai libri. Prima di avviarsi verso la porta, volle essere sicura che fosse in casa e prese posto tra le sedie di plastica bianca del cortile, senza salutare o rivolgere un cenno alle vicine moleste. Guardò verso la sua finestra: la luce era accesa e uno stereo che lei non aveva avuto il tempo di vedere suonava in sottofondo.

Ruggero era steso sul divano, nella pace degli angeli, e con le braccia incrociate dietro la testa stava ascoltando il pezzo di Neil Young che aveva scelto su Youtube. La versione del disco che aveva tra gli mp3 non lo soddisfaceva: lui adorava quella versione di Heart of gold in cui Neil prova un paio di armoniche a bocca, prima di trovare quella giusta mentre scherza col pubblico, e poi canta. Da solo: chitarra, armonica e voce. Era affascinato da quella storia di chi scavava come un minatore e navigava gli oceani alla ricerca di un cuore d’oro. Gli piaceva proprio l’idea di sbattersi e sporcarsi le mani per essere felice come si deve: era un po’ la sua vita.
Canticchiava il ritornello, sorridendo e tenendo il tempo con la punta dei piedi, quando le note del messaggio del suo Nokia da due soldi lo smossero da quella che rischiava di trasformarsi in una dormita.
Ti devo parlare
Riconobbe il numero, non era più in rubrica ma ne ricordava le ultime tre cifre (e anche le precedenti, al secondo tentativo). Fino a non troppo tempo prima, un messaggio del genere lo avrebbe fatto scattare in piedi, per comporre il numero del mittente e vedere cosa mai poteva aver da dire proprio a lui. O peggio ancora, lo avrebbe fatto uscire di casa in direzione dell’autrice della chiamata. Ma quel colpo di scena arrivava troppo dopo la chiusura del sipario, Ruggero adesso era sereno, e non ricordava più l’ultima volta in cui si era avventurato a pensare a lei.
Per nulla agitato, e davvero poco curioso, rispose: ehy, dimmi pure … tutto ok?
“Keep me searching for a heart of gold”
Dopo aver letto la risposta comodamente seduta su una delle sedie del cortile, si alzò e prese la valigia, superò il portone e cominciò a salire le scale. Aveva temporeggiato abbastanza.
Nel frattempo, il display del telefono aveva mostrato a Ruggero, dopo la notifica del messaggio inviato, l’orario. Era tardi e avrebbe dovuto cominciare a prepararsi se non voleva arrivare in ritardo. Abbassò il volume e si mise a cercare i vestiti e le altre cose che doveva portare con sé (cavatappi, penna, blocchetto delle ordinazioni). Aveva chiuso da poco lo zaino, ancora alla ricerca della camicia bianca di ordinanza, quando il cellulare lo avvertì dell’arrivo di un altro messaggio.
Scemo, di presenza intendo… La valigia era grande quasi quanto lei, non era facile portarla su per le scale, e quindi, mentre prendeva fiato sul pianerottolo davanti alla porta, aveva mandato questo messaggio, un po’ per cazzeggiare.
La perplessità di Ruggero impiegò pochissimi secondi a tramutarsi in fastidio: che cosa poteva volere dopo mesi? Da dove usciva tutto quel buonumore? E quella confidenza? Spense lo stereo e rispose subito, piccato: in quel caso sai dove abito. Punto. Il punto negli sms non lo metti mai, non lo scrivi in chat, fa sempre la sua porca figura ed è molto utile per esprimere concetti quali “ho finito di parlare”, o “l’argomento è chiuso”, o ancora per sottolineare il tono piuttosto acido. Lasciò il cellulare sul letto, per cercare quella dannata camicia, ma non ebbe il tempo di rivoltare il primo cassetto che venne disturbato da un altro messaggio.
Solo che questa volta non era il suo cellulare. Era sì il suo messaggio, ma non nel suo telefono. La melodia del tono di avviso gli era ben nota ed era vicina, molto vicina.
Improvvisamente braccato, realizzò che il confronto che aveva aspettato tanto a lungo era adesso a pochi passi da lui. Aveva pensato a quello che avrebbe dovuto dire, o a ciò che avrebbe voluto sentire, aveva scritto tanti e tanti copioni per una scena che non era mai finita sul palco dei suoi giorni. In quell’altra vita dove l’aveva aspettata, ci sarebbe stato l’imbarazzo della scelta sui dialoghi possibili. Ma alla fine aveva messo tutto da parte, aveva comprato dei quaderni nuovi e ripreso a scrivere il suo destino. Ora quel film di cui credeva di aver visto il finale, quella serie interrotta a metà stagione, ritornava, a momenti avrebbe bussato.
E ovviamente non era pronto.
Passò immediatamente alla fase della negazione, molto più facile convincersi di aver sentito male. Era di nuovo bambino, i suoi lo avevano già messo a dormire, e ancora una volta aveva bisogno di alzarsi nella stanza buia per controllare se sotto il letto non ci fosse qualche mostro terribile. Del resto anche quelle volte tutto cominciava con un rumore.
Da dietro la porta, la Figlia del vento mostrò il broncio soddisfatto di una bambina a cui è riuscita la monelleria. Si sorprese a riconoscere il suono dei suoi passi incerti, si sorprese di tanta attenzione perché non era mai stata da lei. Certa del fatto che lui avesse sentito il suono del messaggio che le aveva appena inviato, schiuse le labbra nel primo sorriso pieno della giornata e suonò il campanello.

(continua qui)

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