L’ultimo(?) primo semestre e i punti fragola

Sembra che stia per volgere al termine l’ultimo primo semestre (si spera) della mia vita. Le mie impressioni su questa università ora sono un po’ più mature. Passata la cotta iniziale, come in tutti i rapporti, quest’anno e nella fine dello scorso ho cominciato a notare i primi difettucci. Però vabbé: è normale. Come una ragazza ha la tendenza a vendersi bene appena l’hai conosciuta dicendo, che so, che è brava a cucinare, quando in realtà oltre alla pasta e a mettere un po’ di carne sul fuoco non sa fare; nelle prime fasi di un rapporto buona parte della responsabilità è anche tua, nel non vedere i difetti. E così in definitiva posso dire che l’unipv è tutt’altro che perfetta, ma va bene lo stesso.

La chicca di questo semestre riguarda le prove in itinere, quelle sante cose che ti permettono di snellire il carico di lavoro per le sessioni d’esami, che stimolano a seguire e a partecipare e che ti fanno vedere a che punto sei con la preparazione.
Non c’è un solo difetto nelle prove in itinere. Non venitemi a dire che è uno sbatti per i professori correggere tanti compiti, per l’università mettere a disposizione le aule e organizzarsi: forse dimentichiamo che quello è il loro mestiere per il quale NOI li paghiamo, e che venire incontro alle esigenze degli studenti, misurando l’efficacia della propria didattica, non me lo si può camuffare da problema organizzativo. Fatto sta che all’unipv le prove sono più o meno apertamente osteggiate: c’è chi dice che siano proibite al regolamento, chi dice che siano a discrezione dei singoli prof, e chi (come il coordinatore didattico) manda una mail ai primi di dicembre per chiedere che vengano sospese.
Un intelligente escamotage dei professori per ovviare a questo problema e valutare ugualmente le prestazioni degli alunni, è stato quello delle presentazioni. Non potendo dare un voto, più di un docente ha messo in palio dei punti bonus come ricompensa per questi lavori e così mi sono ritrovato dentro l’esselunga a collezionare punti fragola accademici. Un + 3 di qua, un +5 di là e duecento lavori e lavoretti da consegnare. Challenging, come direbbe uno di quei manager che con il lavoro va dimenticando l’italiano, e pure piuttosto divertente. Anche queste presentazioni sono state in bilico, c’è stato un simpatico valzer presentazioni sì- presentazioni no che ha messo in dubbio l’esposizione dei lavori (con grande gioia di chi li aveva già finiti). Anche qui mi chiedo: ma un docente non è libero di far realizzare un elaborato ai propri studenti per valutarlo durante le lezioni??? Le versioni che sono circolate non facevano onore a nessuna categoria: si è detto che uno studente si sia lamentato del fatto che nel suo corso non ci fossero prove in itinere (e quindi il coordinatore le ha annullate tutte per par condicio…mah), si è detto anche che un docente si sia lamentato della scarsa affluenza alle sue lezioni per via di una prova di un altro collega, salvo poi scoprire che questo docente di prove in itinere ne aveva due in programma. Alla fine, nel trionfo della commedia all’italiana, alcune prove sono state annullate, altre no.

Usciamo dalle mura dell’università per parlare un po’ più in generale. Questo semestre all’insegna del multitasking è stato impegnativo. Tra lezioni, prove, presentazioni, lavoro e vita natural durante, comincio a sentire il peso di questa doppia vita. Quello dello studente-lavoratore non è uno stile di vita sano e non c’è da stupirsi se il mio mantra antistress sia “è il mio ultimo anno” (nei giorni di particolare casino, mi si può vedere correre su e giù per il locale mormorando queste parole a mezza voce). Sono un po’ stanco di questa doppia identità e anche un po’ di prendere i libri, ma sta finendo, va bene anche questo. Tutto è ampiamente compensato da momenti in cui mi sento al mio posto. Sono degli istanti brevi, ma intensi, di pace: sono dove devo essere, a fare quello che devo fare. Per quella che è la mia esperienza, non è facile trovare queste sensazioni, ma devo dire che qui a Pavia vivo quasi ogni giorno un momento così.
E poi ho capito che se non c’è nulla da fare mi annoio e che se avessi il doppio del tempo, o dei soldi, a disposizione, prenderei sicuramente il doppio degli impegni.
Se i periodi come questo fossero acque agitate, pensare solo al fatto che c’è corrente sarebbe controproducente. Il primo passo è accettare la situazione, perché è inutile pensare ad acque tranquille quando la tua vita somiglia più a una gara di kayak. Il secondo passo è realizzare che se il fiume si biforcasse in due, e tu al bivio vedessi da un lato il corso placido e lento (ottimo per guardare il panorama in panciolle dopo aver riposto i remi) e dall’altra le rapide, porteresti il tuo kayak sulle rapide senza indugi. Ed è buona creanza non lamentarsi delle situazioni che ti vai a cercare da solo.  Sono fatto così, oramai lo so, e non mi cruccio più se la lista delle cose da fare è sempre piena.

Daniele Molmenti

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