3. Il carico da undici

il carico da 11

Ma non si dice forse che un autore non può parlare che di se stesso?
(L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera)

( segue da qui. Ma tutto è iniziato al Bar di Sue, molto tempo prima)

Andò alla porta solo per sicurezza, a torso nudo, i piedi scalzi, ché tanto dietro la porta non c’era nessuno. Il programma era: aprire la porta, non vedere nessuno, ridere dell’equivoco.
E invece se la ritrovò davanti.

Se avesse potuto vedere la sua faccia, avrebbe visto tutte le micro-espressioni della paura. E della sorpresa (ma quelle, si sa, durano solo un istante). Avrebbe visto la stessa faccia che lei gli aveva mostrato tutte le volte in cui si erano incontrati dopo la rottura. Ma non poteva vedersi, e nemmeno la figlia del vento poteva.
Il sangue di entrambi corse alle gambe, una reazione d’istinto con cui il corpo suggeriva una rapida fuga, ma Ruggero si riprese e balbettò un Ciao. Poi disse Pensavo scherzassi e, mentre il sorriso di lei fioriva nel tentativo di iniziare la conversazione, smise di parlare. Aveva sentito distintamente il tonfo di una pesante sfera d’acciaio, tipo quelle dei flipper, su una superficie di legno. A questo erano seguiti altri botti sempre più piccoli e ravvicinati che terminavano nel suono della sfera che iniziava a rotolare su un piano inclinato: il suo sguardo aveva cominciato a scivolare verso le labbra di lei, poste alla fine della discesa, e lì si sarebbe fermato per motivi ineluttabili come la gravità. Quella specie di ipnosi lo aveva completamente distratto dalla conversazione, così pronunciò la sua terza battuta (“aspetta qui”) e le chiuse la porta in faccia.
Dopo aver chiuso la porta, vi si appoggiò senza far rumore, chiuse gli occhi e li riaprì solo dopo aver lasciato andare un paio di madonne e una quantità di santi sufficiente a riempire un calendario per metà.
Proprio ora doveva tornare? Quale strana combinazione karmica la portava proprio alla sua porta quando poteva fare solo danno? Con un accenno di disperazione in volto, si trovò a brancolare alla ricerca di improbabili colpevoli per quella serie di eventi. Una voce sprezzante, molto simile alla sua, candidò un paio di nomi femminili, prima di aggiungere sarcastica un te la sei cercata che era tutto un programma.

Camicia bianca, pantaloni neri, zaino in spalla con dentro il cambio per la fine del turno, Ruggero riaprì la porta in tenuta da cameriere. Ti mancano solo gli occhiali da vista per essere un testimone di Geova, lei lo disse senza filtro, soprattutto per rompere il ghiaccio con una persona che non vedeva da mesi e che gli aveva appena chiuso la porta in faccia, senza nemmeno lasciarla entrare.
Ruggero sorrise appena con il lato destro della bocca, solo con quello, e le porse una bottiglietta d’acqua, gelido. Avrai sete, se sei arrivata adesso. Non ho altro, e altro non posso offrirti: sono in ritardo. Le diede il tempo di prendere l’acqua, non quello di rispondere, prima di chiudere la porta a chiave, afferrare l’ampia valigia e iniziare a scendere le scale: abiti sempre lì vero? Ti accompagno, ma facciamo solo un pezzo di strada assieme, sono in ritardo a lavoro. Di certo non poteva rimanere sul pianerottolo, così lo segui.
Camminava svelto, col passo di chi alla stazione sta per perdere il treno o l’aereo o il pullman e non si scompone.  Per stargli dietro, doveva quasi correre; per sovrastare il rumore delle ruote della valigia, doveva alzare la voce. Aspettami, non ci insegue nessuno! Era certa che tra un paio di battute a quel volume, correndo a quel modo, le sarebbe venuto il fiatone.
– A te, forse, io dovevo essere in sala 5 minuti fa.
– E allora lasciami la valigia, faccio da sola.
Capricciosa, orgogliosa, femmina. Sentendo questa risposta, Ruggero pensò a questi tre aggettivi in sequenza, rapida come il suo passo. Mantenne lo sguardo dritto per non vedere la faccia con cui aveva sicuramente detto quelle parole, mantenne l’andatura. Tutto questo per evitare di sorriderle.
– Facciamo la stessa strada… ti aiuto, ‘sta valigia è più grande di te. E poi non volevi parlarmi? Dì, ti ascolto.
Se avesse sostenuto quella conversazione faccia a faccia, non avrebbe avuto la minima speranza: la forza non era il suo maggior pregio. Sarebbe capitolato, non poteva, non in quel momento. Né mai. Era già in difficoltà così, non voleva concederle altri vantaggi.
–  Mi aspettavo un’accoglienza diversa, Ruggero…
…per me è già tanto che ti aspettavi un’accoglienza. Non ti aspettavo.. la prossima volta che vuoi farmi un’improvvisata scegli un giorno in cui non sono al locale, faccio gli stessi giorni da una vita, anche se non li hai mai imparati (lo disse intendendo “e da una buona metà di questa vita non ti vedo”). Almeno ti faccio trovare qualcosa (pensando “così non mi faccio trovare in casa”)
Beh è stata una sorpresa… no?
Come no… e a cosa devo questa sorpresa?
Non farmici girare intorno, non è da me: sono qui adesso. Sai che ho bisogno dei miei tempi.
– E tu sai che io al tempo non credo.
– Meglio ancora, così conta solo che sono tornata.
– È tardi adesso.
Ma se hai appena detto che non credi al tempo, lo dicevi sempre! Che razza di risposta è? Dimmi piuttosto che è cambiato qualcosa.
Aveva ragione, era quello che avrebbe voluto dire all’inizio della conversazione. Ma il suono della sua voce, quel modo tutto suo di dire le e e le o, come suonava il suo nome detto da lei; Ruggero le dava le spalle per non guardarla, neanche fosse al cospetto di Medusa, e lei lo pietrificava ugualmente, solo con la voce. Doveva dirle di no, ma più parlava con lei e più dimenticava il perché.
Sospirò, non sapendo come rispondere e dopo una decina di passi disse ancora:
Quindi cos’è che mi dovevi dire?
– Ma davvero non ci sei arrivato?
Un po’ per stanchezza e un po’ perché quella conversazione/inseguimento aveva qualcosa di surreale, provò a fermarlo, tirando piano l’avambraccio di lui con le mani eleganti. Strinse dolcemente come avrebbe fatto sulle leve dei freni di una vecchia bicicletta, infatti Ruggero e il rumore della valigia rallentarono fino a fermarsi del tutto, cinque passi dopo.
– Mi manca la tua attenzione, quella per tutte le piccole cose di me a cui nemmeno io facevo caso. Mi manca vedermi dai tuoi occhi.

Sapeva che sarebbe andata così, lui in fuga e lei dietro a cercare di riprenderlo, ma non si aspettava che avrebbe dovuto letteralmente trattenerlo per dire le sole parole per cui aveva bussato alla sua porta.
Ancora una volta sorrise delle parti invertite tra loro, senza mollare il braccio di Ruggero. La figlia del vento aveva appena girato le carte sul tavolo, sentiva i muscoli tesi dell’avambraccio che stringeva con entrambe le mani, eppure aveva come la sensazione che questo fosse abbandonato alla sua presa.  Attendeva paziente di sapere se con quelle carte avrebbe preso o no il piatto.
E lei era mancata alla sua attenzione? Sarebbe bastato girarsi per controllare. Ruggero sentì distintamente i morsi di un’ossessione che credeva di aver vinto. L’istinto gli suggeriva di voltarsi e di chiuderle la bocca nel solo modo possibile, non aveva suggerito altro fin dall’inizio. Ma parecchi strati di ragionamenti e gli eventi degli ultimi mesi facevano sembrare una tentazione ciò che in realtà era necessario e semplice come respirare, mangiare o dormire.
Era in trappola: se si fosse voltato i suoi occhi sarebbero rotolati giù fino alle labbra, di nuovo. Non si doveva girare, non doveva guardarla, non poteva cedere. Sarebbe bastato dire che vedeva un’altra persona, ma aveva bisogno di qualcosa di risolutivo. Ruggero decise di giocare l’unico asso che aveva per liberare la sua manica da quella presa gentile e sé stesso da una più forte che presto sarebbe tornata legarlo. Un asso di briscola, un carico da undici.
Si voltò appena a sinistra, giusto per registrare che erano davanti a una traversa della strada principale, e vedere una panchina su cui avevano fatto, nella vita precedente, il loro primo accordo: lui voleva prenderle le misure, lei non voleva paranoie. La panchina di cemento era stata spostata e addossata a un muro per consentire agli operai di montare un’impalcatura. Aspettò che un autobus passasse accanto a loro, chiuse gli occhi per sputare il rospo che per troppo tempo aveva cercato di ingoiare, infine senza voltarsi disse solo: io ti ho tradita.

Lasciò la valigia, mentre sentiva andar via una ad una le dita di lei. Aspettò in silenzio una reazione, ignaro del fatto che per cinque secondi buoni lei non intese alcun suono, e poi, sentendo che era ancora lì, riprese a parlare continuando a darle le spalle.
Alla prima occasione, il primo giorno utile, e poi ancora. Pensavo di averlo fatto perché non ti volevo, prima di capire che non volevo che te. Non accettavo l’idea che qualcun altro avrebbe preso il mio posto, così ho dato via il tuo. Poi ho vestito il mio senso di colpa da insicurezza, l’ho camuffato da gelosia. È stata una buona recita. Sincera, a suo modo: speravo nelle tue colpe per cancellare le mie.
Non è stata affatto la tua assenza.
Avrei dovuto fare qualcosa per farmi perdonare, chiederti scusa, recuperare. Invece ho pensato solo a quello che mi facevi mancare. Dovevo guadagnarmi quello che volevo da te, invece ho pensato che mi fosse dovuto.
In fondo ero io ad aver paura. Non l’avevo mai fatto in vita mia, ma non credo sia importante adesso. Sono scappato nel modo più vile possibile. Non credevo di riuscire a farti rimanere e così sono andato via io. Ma tu mi mancavi: con te non ero felice, non ero sereno, ma c’ero. Mi hai tirato fuori da un momento in cui mi sentivo un fantasma. Non è stato il caso, non sono stato io: sei stata tu. Non chiedermi come, non è mai stato importante. È il solo motivo per cui ci credevo così tanto. A me bastava questo, a me doveva bastare questo. Ho avuto paura di perdere ancora, così mi sono attaccato a una bilancia del cazzo secondo la quale dovevo ricevere quello che ti davo. Eppure so benissimo che non esistono numeri e non si può andare in pari in questo genere di cose. Me ne  sono ricordato troppo tardi.

Aveva immaginato più volte un dialogo tra loro due, non fu una gran fatica trovare le parole. In un certo senso erano lì da tempo.
Ruggero riprese a camminare per arrivare al locale. Non si sentiva più pulito, ma più leggero sì.
Tre autobus e parecchi passanti indifferenti dopo, un’amica vide la figlia del vento seduta su una panchina messa a muro dagli operai, con accanto la propria valigia, incurante del freddo. Fissava il vuoto con ostinazione e all’inizio non si accorse di lei. L’amica invece si accorse subito della striscia di trucco che le rigava appena la guancia, motivando quello sguardo assente. La prese per mano e la guidò fino a casa, senza dire niente.

(parte 4)

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