4. Monete

 

(questa storia segue un carico da 11 e parte da lontano, da un bar famoso)

coins

too soon, everyone just step away
I’m sure this isn’t the last play

(yet again, Grizzly Bear)

Scusi? Noi siamo pronti”, “Senta, ci vuole ancora molto?”
Due piatti vuoti al 25, “Posso portarli via?”, rimpiazzare le posate. Avvertire la cucina che può andare il secondo del 13. Portare i piatti a lavare. Due margherite, una capricciosa e una quattro stagioni, la prima margherita ha doppia mozzarella, tutto al 21. “Quanti siete? In quattro? Prego, accomodatevi nell’altra sala”. Via due piatti dal 25, sono gli ultimi due, pertanto: “Gradite un dessert, della frutta, dei caffè, un amaro?” Nel frattempo: dal 22 chiedono due acque naturali, al 20 è caduta una forchetta (e indovina chi gliene deve portare un’altra?), al 21 hanno bisogno dell’oliera, al 26 invece mancano ancora due Fanta e una Sprite.
I clienti del tavolo 16, mentre vai a fare tutte queste cose insieme con una sequenza memorizzata in cui vanno aggiungendosi più azioni di quelle che riesci a compiere, ti chiedono che fine hanno fatto le loro pizze, se manca ancora molto.
Ti chiedi se da qualche parte ti abbiano visto un’antenna, un sensore, o qualche altro affare tecnologico direttamente collegato col forno. Ti chiedi se pensino che, mentre servi loro e altre cinquanta persone, possa davvero sapere anche a che punto preciso di cottura si trovi la loro dannata pizza San Daniele. Passi in rassegna tutte le risposte acide e (dopo il quarto stronzo che si avventura in queste domande senza senso) anche qualche mossa più aggressiva. Ma dura un attimo, il tempo di distendere il sorriso più rapido e cortese possibile e rassicurare il cliente che andrai personalmente a controllare (come no). Al tavolo 24 hanno chiesto il conto, mentre il tavolo 25 ha ordinato tre macedonie, due tiramisù e una torta della nonna. Dopo i caffè (sei normali, un decaffeinato macchiato  -ma macchiato freddo, con il latte a parte- un caffè d’orzo…”anzi ,facciamo due deca macchiati”). “Capo, il conto del 24 perfavore”, “Sì, quando vai su porta anche questa al sedici che la offriamo noi”.
Questo è ciò che accade in cinque minuti.
Non esiste un posto migliore per non pensare. È il tieniti impegnato per antonomasia.
Dopo le prime due sere, ti chiedi chi te l’ha fatto fare. Dalla terza in poi ti abitui, piano piano prendi il ritmo (ogni locale ha il suo) e ti rifugi nel vuoto mentale in cui puoi nasconderti dalle otto meno venti alle undici. Una mole di pensieri semplici e di brevi imperativi prenderà di peso tutte le tue preoccupazioni e le sposterà da qualche altra parte con fare spiccio. I tuoi pensieri rientreranno al loro posto uno alla volta, con lo stesso ritmo con cui la sala si svuota a fine turno.
Ruggero aveva  appena passato indenne le tre ore di fuoco del ristorante e si apprestava finalmente a sedersi. Lui la chiamava “pausa orgasmo”, non aveva nomi migliori per descrivere la goduria di sedersi dopo tre ore passate a fare la trottola impazzita tra le quattro sale distribuite su due piani e la cucina. La sensazione di benessere passò dalle gambe ai piedi e poi risalì tutto il corpo fino alle braccia stiracchiate verso l’alto, il piacere era tanto intenso che lasciò un po’ indietro la testa e chiuse gli occhi.
Centinaia di ordinazioni, richieste e insignificanti imperativi schizzarono via come da una pentola a pressione fino a che da quella nebbia emersero i fatti precedenti al turno. Dal manuale “come rovinarsi una pausa”.  In quel momento l’immagine di lei davanti alla sua porta di casa si sostituì al placido e rilassante schermo nero degli occhi chiusi. Era da più di duecento clienti che sorvolava sugli eventi del pomeriggio, il che gli guastò la pausa orgasmo e lo portò a sperare nell’arrivo di un paio di tavolate numerose, per arrivare alla fine del turno talmente stanco da riuscire ad affrontare il tragitto del ritorno col solo pensiero di gettarsi sul letto e dormire come se non ci fosse un domani. Aveva ancora 10 minuti per non fare nulla, gli toccavano, ma meglio tornare a lavoro e tenersi occupati. Si alzò poco rinfrancato nel morale dal break e andò a sciacquare la faccia prima di rimettere il grembiule e tornare in servizio.
Il locale adesso era sotto controllo: gli ultimi clienti erano tutti nella sala principale, in un rapporto numerico finalmente favorevole ai membri dello staff. C’era il tempo per riordinare le altre sale, portare al loro posto piatti, posate e bicchieri e cominciare a togliere alla sala quell’aspetto da campo di battaglia, l’assalto ai forni era concluso. Adesso bisognava trovare qualcosa da fare fino alle pulizie finali e all’orario di chiusura. In genere, abbassando un po’ il ritmo, si arrivava alla fine senza troppa noia. Ma lui aveva bisogno di tenersi occupato, di non pensare, così cominciò una lunga serie di “faccio io” per la quale un paio di colleghi decisero di sedersi e lasciar, appunto, fare a lui.
Quando finirono i tavoli da sistemare, decise di chiedersi che tempo facesse fuori. Era una serata più buia del solito e le finestre della sala centrale sembravano delle pareti nere, fuori la piazza non aveva un lampione funzionante e veniva illuminata solo dalle macchine che arrivavano o andavano via. Nessuna traccia della luna, doveva essere davvero nuvoloso per un buio simile. Il rumore della pioggia mancava, ma quello del vento lasciava intendere che presto sarebbe arrivata. Soddisfatto per questa nuova distrazione, Ruggero prese una pila di piatti e il conto di un tavolo, per andare al piano di sotto e far scorrere altro tempo.
Un lampo illuminò la piazza e Ruggero sbandò.
Riuscì a coprire per intero il suono del tuono mentre inciampava, la pila di piatti si curvò, pronta a cadere, ma riuscì a evitare il peggio aiutandosi con l’altra mano e spostando tutto il peso sulla gamba destra. Ne venne fuori un balletto che attirò l’attenzione di tutti i tre tavoli rimasti e – tra tutte le cose che aveva tra le mani – cadde solo una Moneta. È un momento particolare, quando a un cameriere cade un piatto o un bicchiere; è il momento di sorridere o di far finta di niente, arrossire o imprecare non farà tornare le cose al loro posto, bisogna prendere di faccia la figura di merda e portarla a proprio favore: il cameriere imbranato prende sempre un sacco di mance.
La cliente del tavolo 24 veniva sempre con una sua amica e restava fino a tardi, aveva dieci anni in più di lui, ma ugualmente se lo mangiava con gli occhi sabato dopo sabato. Cercò di sdrammatizzare e far ridere il suo bel cameriere imbarazzato: lo sai che quando ti cade qualcosa dalle mani, succede perché c’è qualcuno che ti sta pensando? Ruggero guardò la moneta, pietrificato, e abbozzò un debole sorriso. La cliente gentile continuò: Il suo nome ha la stessa iniziale dell’oggetto che ti è appena caduto. È una vecchia superstizione, ma almeno quando ti cade qualcosa, soprattutto se si rompe, ti da altro a cui pensare.
Ruggero, evitato il patatrac, era rimasto immobile e sembrava che l’eventualità di rompere qualche piatto lo avesse spaventato a morte. La gamba destra in avanti, come uno spadaccino che ha appena tentato un assalto, e i piatti in equilibrio sull’avambraccio. Invece di arrossire per la goffagine era sbiancato.
Il lampo aveva illuminato la piazza a giorno per una frazione secondo: c’era una sola persona, ne conosceva i lineamenti a memoria e per un secondo erano stati occhi negli occhi.
Lo stava aspettando fuori come i bulli delle scuole medie? Non c’era possibilità di togliersi questo dubbio, la piazza era tornata completamente al buio e lui non poteva certo posare tutto e andare ad appoggiarsi al vetro per vedere chi c’era fuori. E poi magari se l’era solo immaginato, niente di strano che quando pensi troppo a qualcosa la vedi anche dove non c’è.
Un’oretta dopo Ruggero era fuori dal locale, dopo quel lampo aveva iniziato a piovere forte e lui come sempre non aveva l’ombrello. Tirò su il cappuccio del suo impermeabile, salutò i colleghi e si avviò verso casa. Con quel tempo non c’era il rischio di incontrare qualcuno, solo la strada da percorrere a piedi lo separava dal suo letto.
Mentre camminava, col passo molto meno spedito e fermo rispetto a quello dell’andata, venne distratto da una voce. Con le cuffie non l’avrebbe nemmeno sentita, ma le aveva dimenticate a casa assieme al lettore, e l’isolamento acustico del cappuccio e della pioggia non era della stessa qualità. Più che deciso a farsi i cazzi suoi, proseguì, sicuro che la voce non parlasse con lui.
Dovette ricredersi quando risentì lo stesso suono un po’ più forte. Lo sentì una seconda volta, poi una terza, e alla quarta volta distinse finalmente il significato del suono. Si girò per sentire il quinto “stronzo”, che arrivò subito dopo un ceffone ben assestato.

(Il resto dei ceffoni è qui, nel capitolo cinque)

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