5. Weirdo

(segue da qui)
(però, per riprendere bene le fila, forse è meglio andare qui)
Immagine

You float like a feather
In a beautiful world
I wish I was special…

(Creep – Radiohead)

 

Arrivò a fermare il secondo schiaffo e ne prese un altro ancora più forte, prima di ricordarsi che forse avrebbe dovuto prenderle tutte e due le mani.
L’espressione furente e decisa, la figlia del vento era completamente zuppa di pioggia, lo aveva aspettato tutto quel tempo senza curarsi del temporale. Per rispetto per il colpo d’aria cui sicuramente andava incontro, come minimo doveva essere lì per cambiargli i connotati.
Le tremavano le mani, per il freddo prima che per la rabbia. Ruggero lasciò la presa per darle il tempo di portarle davanti al viso, starnutire e dare due colpi di tosse. Finito questo si riavventò su di lui, ma stavolta non arrivò a colpirlo e si trovò le sue mani serrate sui polsi, che senza stringere non la facevano muovere. Impossibile capire se erano lacrime o pioggia, ma non era di certo la prima cosa che sfuggiva alla sua comprensione in quella giornata che si ostinava a non finire.

Ruggero agì d’istinto, e in qualche modo riuscì a tramutare quella goffa presa di lotta in un abbraccio. Poggiando i pugni e il viso sul petto di lui, continuava a insultarlo sommessamente. Ruggero le mise una mano sulla fronte, scottava, non ci voleva un dottore per capire che non stava bene.
“Tu non puoi stare in giro così, ti viene qualcosa”
“Non è un problema tuo, stronzo”- disse lei con un filo di voce.
“Senti, non c’è molto da dire, è andata così. Però non c’è bisogno che ti prenda un malanno per sfogarti.”
“Ma guarda questo!” Si allontanò immediatamente. “Ma come ti permetti? Chi pensi di essere per dire che cosa devo o non devo fare?”
Probabilmente avrebbe ricominciato a prenderlo a schiaffi, ma riprese a tossire. Senza pensare troppo, Ruggero si tolse il cappotto per coprirla e cominciò a condurla verso casa sua.
“Che stai facendo?”
“ Ti porto a casa mia. Ti asciughi, ti faccio qualcosa di caldo e quando smette di piovere torni a casa. Tranquilla, io dormo sul divano. Poi, in una giornata migliore di questa, se può farti stare meglio mi dirai tutti gli insulti necessari.”

Non si oppose, non era abituata a vedergli prendere in mano la situazione. Qualche minuto dopo era nella sua cucina, i capelli asciutti e un maglione vecchio di lui che le arrivava quasi alle ginocchia. Aveva davanti una camomilla fumante e rigirava lo zucchero con uno sguardo assente. Ruggero tornò a sedersi in cucina dopo aver tirato fuori un paio di coperte e aver sistemato i vestiti sui termosifoni. La familiarità della scena per entrambi si esprimeva in un silenzio imbarazzante, scandito dal rumore del cucchiaio sulla tazza. Fuori continuava a diluviare.
“Va meglio?”
“No, proprio no.” Alzò finalmente gli occhi dalla tazza verso di lui: “Che hai fatto?”
“Ho rovinato tutto. Non ci credevo, le uniche volte che ti sentivo dire stiamo assieme, era quando avevi qualcosa da rinfacciarmi. Non credevo che ti avrei trovata al mio ritorno qui, non pensavo che la cosa ti avrebbe toccata. Non c’eri.”
Le parole che aveva sognato di gridarle in faccia uscirono lente e fluide, versate civilmente, seduti a un tavolo davanti a una tazza di camomilla.
La figlia del vento tornò a guardare la tazza e diluì la pausa scenica bevendo un po’. Poi tornò a guardarlo e rispose: “ Dovevi darmi tempo, mi dovevi aspettare..”
Ruggero la interruppe subito: “ Lo hai detto tante di quelle volte… Io non sono fatto così, non c’è un momento per essere pronti, per certe cose o lo sei o non lo sei. Tutte queste cazzate sulla prontezza erano segnali che non aveva senso.”
“Non puoi pretendere che siano fatti tutti come piace a te! Se stavo tanto male come dici non avrei continuato, l’avrei chiusa prima.”
“Può essere… ma mi hai lasciato senza sapere che cosa ho fatto, per altri motivi. Doveva andare così.” Cercò di togliere qualsiasi tono acido e di non iniziare una discussione o un litigio, si scoprì esageratamente stanco e sperava lo fosse anche lei.”Dormi un po’ adesso”- riprese conciliante-  “qua sistemo io”.
Lei gli rispose con una delle sue occhiate gravi e intense, ma senza livore. Questa storia era tutto un capriccio e riprenderla era inutile. Si alzò e gli sfilò accanto per uscire. Avrebbe dovuto darle quel maglione nell’altra vita in cui era frequente prestarle della roba per dormire, e in quell’altra vita l’avrebbe seguita a letto. Invece la guardò appena, registrò con finta noncuranza quelle gambe eleganti che uscivano dal suo maglione e sistemò le cose nel lavello con lentezza studiata.

Quando rientrò in camera lei dormiva di sasso, con il suo solito broncio del sonno. Ruggero si stese sul divano. Nonostante la stanchezza,  guardarla dormire non gli portava il sonno.
“Quello che non riesci a capire e che avrebbe dovuto mancarti di me è che non ti capiterà più qualcuno che ti vuole come ho fatto io. È un espressione consumata e già sentita, ma io non parlo di qualità o di quantità.
Io parlo esclusivamente di modi.
Qualsiasi uomo che ti avvicina è attratto da qualcosa, da un particolare o da un altro, o magari sei stata brava tu ad attirarlo. Quel genere di persone vuole una sola cosa e presto o tardi smette di desiderarti una volta che l’ha ottenuta. E questo dovresti saperlo meglio di me.
Io stesso l’ho fatto non so più quante volte, anche se non sempre riesco a dissimulare.
Io e te invece ci siamo incontrati. Ho iniziato a desiderarti solo dopo che ti ho avuta. Averti non è mai stato il fine, l’obiettivo. Quando raggiungi un obiettivo poi passi al successivo.
Averti era necessario: è diverso. Non era un bisogno fisico, una pulsione, niente di tutto questo. Non ho mai avuto voglia di vestirmi e andare via, restare era la regola con te. Nella vita invece è stata un’eccezione. Ero esattamente dove dovevo essere, ti assicuro che anche questa sensazione è rara. Ti desideravo perché stavo bene, anche se non stavo bene nel desiderarti. Ma era necessario, era giusto così. Non so quante volte possa capitare tutto questo in una vita, ti auguro (e mi auguro) almeno un’altra. “
Disse questa curiosa favola della buona notte a lei che dormiva, sicuro di non essere ascoltato.
“Non so se troverai qualcuno in grado di darti l’attenzione che ti ho dato io” disse ancora alla bella addormentata. In realtà, era più lui ad aver paura di non riuscire a dare di nuovo quell’attenzione a un’altra persona.
Andò a chiudere quei pensieri assieme alla serranda, senza far rumore per evitare di svegliarla, spense la lampada da tavolo e chiuse gli occhi, sperando che tutto si fermasse un po’ per fargli prendere sonno.

“Vieni a dormire”. Lo aveva detto dormendo, senza dubbio. Le toccò la fronte, un po’ perché era preoccupato e un po’ perché  solo la febbre poteva farle dire una cosa del genere; ma vedendo che lei, sempre nel sonno, si spostava per fargli spazio, si accomodò sul letto che le aveva prestato. La cinse con un braccio e lei gli prese una mano, continuando a dormire.

Questa scena grondava anacronismo da tutte le parti. Tutto era talmente assurdo che non si stupì più di tanto quando iniziò a sentire le note di creep. La versione acustica, intima, solo chitarra e voce.
Poteva tranquillamente ripeterla in mente con la perfezione di tutte le sfumature, i toni di voce di Thom Yorke, ogni singola nota della chitarra,  succede quando ascolti una canzone più di cento volte. Ma Ruggero non stava prendendo sonno con il lettore, aveva invece tra le braccia la figlia del vento.
Ci mise un po’ a capire che scherzo gli stava giocando la sua memoria. Una volta, quando quella scena era normale, lei aveva portato a letto il suo lettore per ascoltarlo assieme, ma aveva bocciato senza pietà le prime venti o trenta canzoni proposte dal random. La preoccupazione più grande di Ruggero non era quanto la sua donna non ne capisse di musica, no, Ruggero pensava solo a una cosa, mentre letteralmente sudava freddo: “fa che non scelga una canzone dei Radiohead, fa che non scelga una canzone dei Radiohead”. Lo pensava con gli occhi chiusi, stretti come quelli dei bambini dei film o delle pubblicità che esprimono un desiderio, tanto lei gli era davanti e non poteva vederlo. Capita di legare molti ricordi agli eventi, ai film, ai posti, ma con le canzoni no, bisogna stare attenti. Metti che poi tutto finisce e tu sei costretto a evitare una delle tue canzoni preferite? Bisognava stare attenti a non legare certe canzoni, per lasciarle sempre libere di essere ascoltate. Soprattutto: mai legare una qualsiasi persona a una canzone dei Radiohead, questa era una delle poche regole di Ruggero.

Alla fine lei scelse creep, forse perché aveva già sentito quella canzone in un film con Johnny Depp. Quella sera lei prese sonno subito, lui parecchio dopo, e non prima di aver pensato “sono fottuto”.
“Sono fottuto” era anche il nome della cartella mentale in cui conservava quel ricordo, e a giudicare da dove si trovava e con chi, mentre sentiva una canzone in testa con una definizione del suono degna delle cuffie più costose, non avrebbe potuto trovare un nome migliore.
Che cosa diavolo stava facendo lì? 
I don’t belong here… Disse muovendo solo le labbra accompagnando Thom nelle ultime note. E si addormentò.

(qui c’è l’ Epilogo)

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