6. Le coperte messe male

Per chi volesse riprendere il filo, questo racconto è il seguito di una strana nottata, ma l’inizio di tutta la storia è in un bar davvero famoso, molto tempo prima.

Inventa un tempo in cui ci siamo io e te
potremmo dire le parole che vorrai
(Anni luce – Umberto Maria Giardini)

Gabbiani.
Gabbiani e una risacca calma e regolare, di quelle da gita in barca la domenica mattina, una di quelle domeniche in cui hai lasciato la finestra aperta affinché il calore del sole accarezzi la pelle solleticata dall’aria pungente delle prime ore del giorno, ore fresche anche in estate.
Gabbiani, risacca e un quartetto d’archi -o forse è un terzetto, chi lo sa- che dà il tempo ai primi movimenti del volto: le palpebre strizzate e arricciate assieme al naso per soffiare la prima aria cosciente; e poi stirate verso l’alto, sempre con gli occhi chiusi, durante il primo respiro, nervoso e improvviso. Inizio a stiracchiare le braccia assieme alle note dei violini perché, come tutte le volte in cui non ho dormito da solo, l’ho fatto in una piccola porzione del letto. Tiro in alto le braccia fino quasi a staccarle e le allargo con un ritmo scandito da croc familiari, compiendo un semicerchio che si conclude con le braccia dritte in alto, come se dovessi saltar giù a pesce da un trampolino. Poi alzo la testa per passar le mani sui capelli fino alla nuca, massaggiare il collo, e aprire gli occhi proprio assieme alla prima nota di basso. Mi concedo il primo riff per guardarmi intorno (ok, sono in camera mia), mentre rientrano nella canzone i gabbiani e la risacca, e mi aiuto con l’ingresso della chitarra per tirar fuori le gambe dal letto e sedermi un attimo, appoggiare la testa sulle mani, grattarmi la fronte e tirarmi definitivamente su a tempo con il crescendo della tastiera.
La sveglia con lo stereo è uno dei piaceri della vita. Puoi contrattare con te stesso e scegliere un suono amico per uno dei momenti più duri in assoluto, tentando di influenzare l’umore della tua giornata tramite le tue canzoni preferite.
E difatti mi sveglio col sorriso, chiedendomi, ma senza troppo impegno, chi possa aver messo nello stereo English Riviera dei Metronomy, un cd che credevo di aver perso, o di aver prestato.

Guardo ancora il letto e le coperte messe male, tutte nella parte dove non ho dormito, monopolizzate da lei, come ogni volta in cui abbiamo passato assieme la notte. Non mi sorprendo nel non trovarla lì, un flashback veloce di un ciao sussurrato e di un bacio sulle labbra motivano subito quell’assenza.
Quella matta è andata via prima del sole con questo tempo da lupi, e io che non volevo farla ammalare.
Cerco di ricordare il sapore e la pressione del bacio, ma la mia memoria funziona come quella di tutti: suoni e immagini. Non posso ricordare odori e sapori, posso solo riconoscerli quando si ripresentano, e questa spesso è un’arma a doppio taglio, perché non ho il tempo di prepararmi o il modo per evitare. Per lo meno sono certo che andando via mi ha baciato: questo genere di ricordi non si possono inventare.
Una dolorosissima fitta alle tempie accompagna il mio alzarsi dal letto, ma la sorpresa più grande viene dalla strana luce che illumina la stanza. Dove vivo adesso, la mattina presto è sempre molto buia in inverno; nonostante siamo al nord il sole ha abitudini meridionali e si alza con calma. Cos’è tutta quella luce, allora? Barcollando, vado a vedere alla finestra.
Ma non avevi abbassato le serrande? La voce che pronuncia questa domanda è troppo simile alla mia, ha un tono acido e canzonatorio. Ignorandola, mi appoggio alla finestra e la vedo.
Neve.
Fuori tutto è imbiancato, completamente. La neve, soprattutto quando è fresca, riflette la luce del sole, la notte perfino quella della luna. Ecco spiegata quella luce anomala in camera.

neve

Ma ieri non pioveva?  La stessa voce di prima, adesso trattiene a stento le risate. Grattandomi la testa mi avvio verso il bagno, sempre barcollando, evitando di far caso alla voce che mi prende in giro per l’andatura e al fatto che in cortile sulla neve non c’è nemmeno un’orma.
Dopo aver scavalcato un cumulo di vestiti zuppi davanti alla porta del bagno, abbasso i pantaloni del pigiama e appoggio una mano al muro per sorreggermi e pisciare, faticando a capire perché ho tutte queste difficoltà a stare in piedi. E come spesso succede quando vai in bagno con tanto alcool in corpo, mi sento un attimo più sobrio. Continuo a ricordare di non aver bevuto.
Dai, ci sei quasi. La voce adesso non ha più quel tono sprezzante, e quasi quasi sta lì a farmi coraggio. Tornato in camera, c’è  Joseph Mount che non ha di questi pensieri, essendo registrato in un disco, e quindi sta ancora cantando We broke free. Il mio Nokia da due soldi manda due note brevi e regolari, che mi fanno stringere gli occhi per il mal di testa da hangover. Rintraccio il telefono e leggo il messaggio:
“Hey, mister trenta e lode … sei tornato tutto intero ieri? Dammi un cenno di vita quando ti svegli, se ti sbrighi ti preparo la colazione”.
Tutto suona nuovo. Passo alla schermata successiva per leggere il nome del mittente, per provare a capirci qualcosa, Joseph Mount canticchia sereno “thank god the gold is mine”. Leggo il display: “Nadia”. Ed è lì che sgrano gli occhi e vedo in una frazione di secondo gli eventi della sera precedente, li vedo scivolare assieme alle tastiere e alla parte finale della canzone, molto più rumorosa e disordinata.

Io e due miei colleghi in centro a festeggiare un esame. Un numero imprecisato di shots, di birre e di facce divertite per quello che avevano combinato dentro il locale. Il proprietario che ci fa buttare fuori. Altro locale, altre birre, altri shot. Risate e cadute in mezzo alla strada. 
Una nevicata improvvisa. Rifiuto un passaggio, dico di poter tornare a casa. Un paio di traverse sbagliate. La neve che aumenta, assieme al vento. Io che rientro a casa sotto le mentite spoglie di un pupazzo di neve, quasi congelato. Il primo bicchiere di scotch riempito e mandato giù in un sorso, con ancora il cappotto addosso, per mandare via i brividi. Il secondo bicchiere, sempre d’un fiato, prima di entrare sotto la doccia. La lunga doccia calda. Il the bollente per dare il colpo di grazia al freddo. La caduta a peso morto sul letto. Ecco perché mi sono svegliato scoperto.
Quell’ improvviso flashback viene come registrato sulla pellicola di ciò che ho sognato, che svanisce schiacciato dalla realtà, come solo i sogni sanno fare.
Il messaggio, lei alla porta, la conversazione prima del lavoro, quella dopo, noi in cucina e poi in camera mia. Non è successo niente.
Hai sognato tutto, coglione. Sembra proprio la mia voce, e sembra proprio contenta.

Nadia, nel frattempo, aspetta una risposta.
Una pepita su cui sono inciampato mentre cercavo di riprendermi dalla figlia del vento, ecco chi è Nadia. Stessi gusti musicali, stesse manie e stessa testardaggine, stessa testa. Nadia è per certi versi la mia versione femminile, per altri la mia nemesi. Momenti di intesa esagerati e scontri dialettici altrettanto epici, perché nessuno dei due in una disputa mollerebbe mai di un centimetro la propria posizione. Eppure uno sceneggiatore molto attento ha fatto in modo che nessuna delle continue litigate raggiungesse i livelli critici, e che tutte si concludessero nel modo migliore in assoluto per fare pace.
Nadia e Ruggero sono uno spettacolo per chi li frequenta perché, quando non ridi per quanto si scannano pur rimanendo uniti, sono le classiche persone fatte per stare l’una con l’altra. La coppia da portare ad esempio, il colpo di culo che tutti sperano di avere. Li vedi attaccarsi di continuo, ma poi c’è sempre un altro round.
Ecco chi è Nadia: una compagna. Di avventure, di vita, di battaglia, di letto. È tutto quello che ho sempre voluto e che ho trovato solo in porzioni incomplete in tutte le altre storie. È la perfezione.
Ma allora per quale motivo sognare ancora la Figlia del vento?
Questo non è assolutamente il tipo di domande a cui rispondere di prima mattina, con la mente ancora in avviamento e il potentissimo richiamo del cuscino (e il post sbornia, già, anche quello).

Ho bisogno di una doccia e di bere un paio di litri d’acqua, per tornare un attimo più lucido e sgrassare via le paranoie, così mi dirigo verso la porta e la apro. O meglio: provo ad aprirla. Perché la Maniglia si svita e cade per terra.
“Quando ti cade qualcosa per terra, vuol dire che qualcuno ti sta pensando”. Questa diceria ignorantissima, appena incontrata in un sogno delirante, si fa largo nella mia testa rallentata dai fumi dell’alcool e va ingrandendosi come un eco ben fatto. Segue uno sguardo frenetico per cercare altre cose che potevano cadere e che iniziano con quella lettera, la ricerca di un sinonimo del termine “maniglia”. Niente è la risposta a entrambi i miei quesiti. Una voce femminile, nella traccia tre, canta così:
“When I take you back, I thought you’d only up and run
But you are still here, I know
And when I take you back, I thought you’d only up and run
But you are still here, you are still here”
A disagio, e sempre più confuso, provo a rimontare la Maniglia. Senza successo.
Chiuso, intrappolato, in camera mia, mentre la traccia tre canticchia serena “everything goes my way” con tanto di coretti e chitarrine felici, in perfetta antitesi con il mio stato d’animo.
Che cos’è per te la perfezione?
Questa è la mia voce, ancora. Ma non la controllo e a dirla tutta è molto probabilmente una cosa nella mia testa. E la mia voce nella mia testa, in una mattina in cui sono in hangover, in ritardo e chiuso in camera mia senza poter uscire, ha deciso di mettersi a fare domande del cazzo.
Cerco di riavvitare la maniglia. Non cerco di mantenere la calma perché l’ho già persa.
Rispondi: che cos’è per te la perfezione?
Una maniglia che funziona, sto davvero parlando da solo e la mia voce incalza:
Sul serio: smettila di scappare da te stesso e rispondi.
Forzo ancora la maniglia, nel frattempo cerco di ignorare questo ridicolo soliloquio, fino a che non scivola dal perno in cui cerco di incastrarla. A quel punto la scaglio verso la parete dall’altra parte della stanza e i rumori dell’urto e dei rimbalzi successivi coprono imprecazioni che non trattengo affatto.
Respiro a fondo, lentamente. Al terzo respiro mi siedo ancora sul letto, lascio il peso della fronte sulle mani,  che lo scaricheranno sui gomiti puntati sulle cosce. Decido di rispondermi, forse così mi calmo e avvito quella dannata maniglia.
Avanti“, se potesse, adesso mi starebbe poggiando una mano sulla spalla.
La perfezione…. Parecchie canzoni dei Radiohead, tanti momenti in cui tutto è al suo posto,tanti momenti in cui la luce sembra unica e ti sembra che le cose che vedi non le rivedrai più in quel modo, molti atteggiamenti dei bambini, la sensazione di camminare in una strada e sentirti al tuo posto …  sì, ma … devo andare avanti ancora per molto con questi luoghi comuni? Dove vuoi arrivare?
Sto cercando di liberarmi, è palese, e quindi smetto di girarci intorno
La mia voce chiede solo: e Nadia?
Nadia è talmente perfetta che sembra l’abbia inventata. È tutto quello che ho sempre voluto. E non perché risponde a un semplice identikit che mi sono creato prima di conoscerla, anche se molte persone lo fanno, ma perché non c’è niente che non mi piaccia di lei, ogni lato che scopro sembra essere proprio come lo volevo. Litighiamo, ma io non ho che farmene di una persona uguale a me. Siamo diversi, ci scontriamo, ci adattiamo, reagiamo. E questa reazione è ciò che ci tiene uniti.”

Chiudo gli occhi, la voce nella mia testa smette di parlare e mi porta in un paio di posti. Il primo è una piazza che non riconosco subito, ma in cui mi vedo camminare con la figlia del vento. Non è ancora successo niente, la sto semplicemente accompagnando a casa, e come tutte le persone che flirtano, camminando accanto ci urtiamo spesso. Parliamo del più e del meno, io ho le mani in tasca, lei sembra andare lentamente apposta. Ad un certo punto esco una mano dalla tasca, quella accanto a lei, prendo la sua, le passo il braccio attorno alle spalle e lei con tutte e due le mani mi prende le dita. Non è un racconto dettagliato della prima volta che l’ho baciata, ma di uno dei momenti più naturali e perfetti che io riesca a ricordare. Inutile dire che non mi riferisco solo a quello che c’è stato tra noi. Vorrei poter prendere le decisioni grosse della mia vita con la naturalezza del momento in cui quella sera le ho preso la mano.
Ho appena il tempo di ricordare il suo lieve disappunto, quando uscimmo da quella strana stretta, che sono già in un altro posto. Ma non è uno solo, sono tanti. Sono posti da cui non sono mai voluto scappare, sono posti in cui ero accanto a lei. Tante volte ho pensato di mollare tutto, solitamente non ascolto la testa, alla fine invece l’ho fatto. L’istinto, però, mi ha sempre detto la stessa cosa: sta lì, aspetta, non ti muovere. Di solito lo ascolto, ma nel senso che sento cosa ha da dire, non nel senso che lo seguo.
Riapro gli occhi e so cosa fare. Prendo il telefono per rispondere a Nadia, rimonto la maniglia come se niente fosse e vado sotto la doccia.

C’è una porta che conosce molto bene il tocco delle mie nocche, ho aspettato tanto tempo per farli incontrare di nuovo, e quando busso ho un labbro spaccato e un graffio sullo zigomo che cela un livido in arrivo: Nadia non ha gradito. Ha pianto, io non sapevo bene che cosa dire se non che non avevo alternative, fino a che la mia calma l’ha resa aggressiva. Ha tentato di colpirmi, io non mi sono opposto e lei picchia bene. Quando le ho fermato le mani e lei le ha viste insanguinate si è calmata di botto. Ci siamo fermati, dopo quel giorno io non l’ho più vista.
Al bar sotto casa sua ho messo sul labbro lo zucchero di due bustine per fermare il sangue. Da piccolo mi ero fatto un gran taglio sulla lingua con i miei stessi denti, mentre giocavo a lanciarmi dal divano, e la baby sitter aveva tamponato così il problema prima che tornassero i miei e decidessero di portarmi al pronto soccorso per far mettere i punti. Anche questa volta ago e filo possono aspettare.
Non aspetto molto per vederla aprire la porta. Non ci vediamo da una vita, ma non sembra sorpresa. La sorpresa è puntualissima quando mi vede i segni.
Saltiamo i saluti.Che hai fatto alla faccia?” è la sua prima battuta. 
Storia lunga, non ti sono mai piaciute le storie lunghe. Posso entrare?”
Mi lascia passare, mi guarda dalla porta e quando mi giro verso di lei mi chiede di accomodarmi. Scelgo una poltrona che ricordo bene. Lei continua a guardarmi, e nonostante il mio talento straordinario nel leggerle le intenzioni dal viso, non riesco a decifrare la sua espressione. 
In un certo senso ti aspettavo, è tutta la mattina che mi cade per terra il righello, la risma su quel tavolo sembra avere vita propria e un registratore che mi hanno prestato è caduto senza essere in bilico. Non era mio, adesso dovrò comprarne un altro. Una volta mi hanno detto che…la sai quella diceria degli…
La interrompo “..È  molto probabile che te l’abbia raccontata io, la conosco”.
Si gira e va a chiudere a chiave la porta, in quella casa c’è sempre qualche coinquilina che viene a bussare da lei. Non ci vedo nulla di sessuale, solo privacy: vedendomi dopo mesi immagina che abbia qualcosa da dire. 
Non penso che possa sorridere, lo escludo a priori. Ma il narratore mi dice che, dandomi le spalle, lo fa eccome.
Si gira per guardarmi. Il narratore giura sull’assenza di malizia e di premeditazione nella scelta della battuta successiva, sostiene che lei abbia detto la prima cosa che le è venuta in mente e che il fatto che sia una specie di ritornello che avevamo quando uscivamo assieme non c’entra niente, è solo un caso, una coincidenza. 
Si gira, lascia passare il tempo necessario affinché il mio sguardo rotoli fino alle sue labbra, come sempre. Vuole che io veda anche il labiale di quando mi domanda solo:
“Dì…”

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