I giorni del Triello (uno stallo all’italiana)

mexican standoff

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Man mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: Fino a qui tutto bene BerlusconiFino a qui tutto bene bersaniFino a qui tutto bene beppe grilloComincio a scrivere citando l’inizio di questo film (la haine, l’odio in italiano, di Mathieu Kassovitz) perché mi sembra che fotografi alla perfezione lo stallo in cui si è arenata politicamente la nostra nazione, che già di suo non è che stesse navigando esattamente a vele spiegate.

La mia generazione è cresciuta in un Italia spaccata in due e in due soltanto. Non nella divisione tra destra e sinistra (troppo teorica in un momento storico in cui le ideologie sembrano davvero essere morte), non in quella tra fascisti e comunisti (troppo impegnata e impegnativa per l’attuale italiano medio).
La mia generazione è cresciuta dividendosi tra chi  era berlusconiano e chi non lo era, punto.
Potrei addentrarmi in una descrizione dei due personaggi tipo, ma visto che il mio schieramento non è cruciale e sarebbe fin troppo evidente se solo parlassi un pochino, eviterò. Dicevo, Destra e Sinistra, conservatori e riformisti, ridotti in modo caricaturale in due termini dispregiativi: comunisti e berlusconiani. Bollati in maniera sbrigativa sia da una parte che dall’altra, dimenticate le lotte e il confronto. “Io con quello lì non parlo di politica, tanto vota Berlusconi, che cazzo ne capisce, si è fatto rincoglionire dalla tivvù generalista e dalla società proposta dai suoi media, è solo un ignorante“, “Io con quello lì non parlo di politica, tanto è un comunista dimmerda, e c’ha pure il macchinone, ‘st’ipocrita“.
Mi piace pensare che qualche tempo fa essere di un colore o di un altro presupponesse una visione del mondo, delle letture, degli ideali….diversi sì, ma radicati e ragionati. La mia generazione, pur non volendo fare di tutta l’erba un fascio, invece ha scelto il suo schieramento in maniera più semplice e sbrigativa: a simpatia. “Berlusconi è un dritto, un vincente, guardali lì che sfigati quei comunisti, sempre a litigare fra loro“, “Berlusconi è un ladro, un puttaniere, un massone, un mafioso, si appoggia a quelle capre integrali della lega“.
Fine della storia, e delle discussioni. Viene da chiedersi: tutto qui? Molto spesso, sì.
Mi accorgo che ci sono delle elezioni, quando molti dei miei contatti facebook cominciano in massa a pubblicare link politici. L’80% abbondante di questi è solo di denigrazione dell’altra parte, raramente riesco a leggere un programma o qualcuno che ti ragiona sul perché dovresti votare il partito il cui logo è diventato la sua immagine di profilo e di copertina. Stessa cosa in giro, dalle chiacchere da bar alle conversazioni un po’ più impegnate.
La politica del meno peggio: mai qualcuno che imposti la cosa come “noi siamo meglio di loro e siamo quelli che più ti possono rappresentare“. No, il discorso è sempre il seguente: “Loro sono peggio di noi, ‘sta minchia che ti dico cosa voglio fare io, ti basti sapere che il mio avversario ha fatto questo, quello, e quell’altro ancora. Io no, quindi votami

Secondo me era fisiologico che prima o poi gli italiani si sarebbero stancati. Così come era scritto nelle leggi di mercato che in quella nicchia di clienti insoddisfatti, nell’oceano crescente di persone che non votano “ché tanto serve a un cazzo, sono tutti uguali“, si sarebbe prima o poi tuffata a pesce qualche nuova proposta commerciale (perché per me la politica a livello nazionale ha davvero poche differenze col marketing).
E quindi ecco il movimento 5 stelle.
I was a grillino before it was cool, direi se fossi un hipster. Ho seguito per qualche tempo il blog di questo comico vulcanico, che ha saputo raccogliere la voce, il malcontento, e soprattutto il voto di una categoria di persone che non ne poteva più. Ha fatto notare che la politica è tutto un teatrino, che spesso lo scontro tra le forze è più di forma che di sostanza, che il sistema è marcio.
Tutto molto bello e sensato. Fino a che non ha creato un partito e non è entrato in politica.
Più o meno con gli stessi metodi: “vota noi perché loro sono peggio”. Avrei apprezzato maggiormente un cambio totale di campagna elettorale, basata solo sulla lista in questione e non sullo spalare merda sulle altre. Già visto, tutta qui la novità?
Per la cronaca, smisi di seguire il blog quando mi proposero un log in per ricevere via mail le notifiche, la cosa non mi piacque e pian piano smisi di frequentare. Una cosa che non mi ha mai convinto della figura di Beppe Grillo è che ho sempre pensato che doveva necessariamente avere uno staff dietro, volevo sapere se qualcuno organizzava e stipendiava questo staff. Quel giorno del log in compresi che Beppe stava contando le fila e la cosa mi convinse pochissimo. Adesso, dall’ingresso dei Grillini alle camere, aspetto di capire quali siano le vere intenzioni del vero deus ex machina del movimento, tale Casaleggio.

Nel frattempo ho potuto constatare che molto probabilmente la generazione successiva alla mia crescerà in un Italia divisa in tre. Le ultime elezioni hanno fotografato un 30%-30%-30%, una divisione che ci perseguiterà a lungo, con i voti rimanenti affidati (a questo giro) al più recente e riuscito esempio di capro espiatorio.
I tre maggiori partiti del paese, presi singolarmente, sono una minoranza, impossibile pensare di lasciare le redini a una forza politica che rappresenta solo un italiano su tre circa. Sarebbe la morte del concetto di democrazia, oltre che una forzatura matematica non da poco.
Ma a questo non ci si pensa. Ciascuno dei tre carrozzoni vuole governare facendo fuori gli altri due, perché un accordo che sarebbe indispensabile è visto come un fallimento o un inciucio (a seconda dei punti di vista: prima accezione se sei una delle due forze che alla fine prenderà il potere, seconda accezione se sei quello dei tre lasciato fuori).

Eccoci quindi, nei giorni del triello, situazione cinematografica molto cara ai registi western e ultimamente ripresa spessissimo dal guru Tarantino.
Nello stallo alla messicana, ci sono tre protagonisti stretti in un triangolo mortale, è il menage a trois delle sparatorie. Le pistole puntate e la tensione alle stelle sono gli ingredienti di questa curiosa ricetta e tu spettatore ti chiedi, mentre il regista indugia sugli sguardi dei protagonisti e sulle loro dita sui grilletti, chi alla fine resterà in piedi ( l’ipotesi che vengano colpiti tutti i partecipanti non è affatto esclusa).
Il buon vecchio Quentin, noto amante dell’ Italia (come le innumerevoli “citazioni” dei suoi ultimi successi dimostrano) impazzirebbe per un cast di stelle così. Dove lo trovi un attore con la verve pulp di Beppe Grillo, o uno con l’innata dote di inventare improbabili metafore propria solo di Pierluigi Bersani, o ancora un animale da palcoscenico (un caimano, magari) come Silvio Berlusconi?
Quentin andrebbe in brodo di giuggiole, ne sono certo, e girerebbe la scena così:

Schermo nero, poi una scritta a caratteri bianchi, a mò di film muto, con il titolo dell’episidio:
“Fermi tutti, nessuno si muova!!”
Che dalle nostre parti più che una minaccia è un invito.
L’interno è una stanza molto elegante, un ufficio del parlamento italiano.
Seduto sulla scrivania un uomo che punta due pistole sugli uomini seduti nelle sedie di fronte a lui, ovviamente anche loro fanno lo stesso.
Unico suono, il ticchettare di un orologio.
L’uomo alla scrivania ha la faccia stanca e punta due vecchie rivoltelle. Dei tre è l’unico che suda e la telecamera segue le sue gocce di sudore che scendono lente dalla fronte al viso. In teoria, per qualche migliaio di voti, può sparare per primo: ma non si decide ad alzare il cane di una delle due pistole, i suoi pollici vi tremano sopra. Sa che non avrà più un’occasione del genere perché lo sceriffo di una grande città, con un forte accento toscano, prenderà il suo posto nel prossimo scontro, lo aspetta fuori per un mezzogiorno di fuoco. Quindi forse la sua unica preoccupazione è uscire vivo da quella stanza. La telecamera indugia sul suo sguardo che passa da un rivale all’altro, poi scende sulle labbra che si socchiudono per dire una delle sue celebri battute che iniziano con “siam mica qui a..”, ma la paura di rompere il silenzio è troppa, la telecamera scende ancora e osserva attentamente il pomo d’adamo salire e poi scendere mentre il nostro inghiotte per la paura.
Primo piano di un altro dei partecipanti.
Il suo sguardo è allucinato, gli occhi spalancati in uno sguardo assassino e i capelli di solito bianchi quanto ribelli tenuti bassi dalla maschera di V, del celebre film, che il nostro ha tirato su per guardare negli occhi gli avversari. In mano ha due grosse pistole con cui spera di cancellare a colpi di piombo i connotati degli altri due, un po’ come gli Inglorious Basterds hanno fatto nel finale con Adolf Hitler. Altro che mandarli a casa, Beppe il Vendicatore vuole mandarli al Creatore e spera che i suoi Vaffanculo riescano a superare il rumore degli spari.
E infine lui, il Caimano, impeccabile nel suo completo migliore, con gli occhiali neri da giocatore di Texas hold’em che non gli avranno consentito di vincere un braccialetto alle finali di Las Vegas, ma che sicuramente l’hanno tenuto fuori dai guai (che, curiosamente, per lui sono sempre in un’aula di tribunale). Il più calmo dei tre, impassibile, è l’unico che muove la testa per guardare prima il vecchio tremante alla sua sinistra e poi l’altro vecchio invasato alla sua destra. Lo fa perché gli occhiali sono scurissimi e non puoi sapere dove guarda, mentre regge due pistole automatiche dello stesso identico colore del vestito. La sua espressione è appena crepata da un sorriso da gioconda, enigmatico e appena percettibile: comunque vada, anche se dovesse uscire da quella stanza in una bara, sarà in grado di convincere una parte degli italiani che è stato un eroe, il salvatore della patria.
L’unico suono è l’orologio, nessuno si muove, mentre la telecamera allarga il campo, e arretra fino a uscire dalla stanza.
Fuori dalla porta ci sono persone in giacca e cravatta che puntano dei fucili sui tre dentro.
La telecamera indietreggia ancora, lasciandosi dietro altri uomini e donne, in tailleur o in abito scuro, che puntano armi da fuoco di vari tipi verso quella stanza. Sono i franchi tiratori, gli unici che hanno già sparato cose come “Valeria Marini” o il Mascetti della supercazzola come Presidente della Repubblica, sono quelli che hanno fatto saltare il nome di Marini, il primo abbozzo di intesa da più di 50 giorni a questa parte e che probabilmente boicotteranno anche il prossimo nome. E quello dopo ancora.
Fermi tutti, nessuno si muova. La telecamera indietreggia ancora ed esce dal palazzo, non si sente più nemmeno l’orologio e c’è silenzio assoluto mentre l’inquadratura comincia a salire allargando su Roma e pian piano sul resto della penisola, isole comprese. Quando si comincia a vederla tutta, una voce rompe il silenzio, citando il finale di la haine, prima che lo schermo nero comunichi la fine:

” È la storia di una società che precipita
e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio:
fino a qui tutto bene, 
fino a qui tutto bene, 
fino a qui tutto bene…
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”

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Una risposta a I giorni del Triello (uno stallo all’italiana)

  1. talamax ha detto:

    bello. proprio bello.

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