Valigie

Il mare è la fonte di ispirazione per eccellenza di tutti i viaggiatori, siano essi quelli con la valigia sempre pronta, o quelli immobili nello spazio ma pieni di fantasia. Quindi nascere e crescere in una città sul mare dovrebbe predisporre all’apertura mentale o giù di lì.
Ho conosciuto tanta gente che si lamentava del paesino e delle quattro strade e delle stesse facce e così via discorrendo, ripetendo le solite chiacchiere banali centro/periferia, città grande/città piccola. Ho conosciuto tanta altra gente che criticava la mentalità chiusa di chi non veniva da qualche grande metropoli.
Il principale problema di questo tipo di persone, a mio avviso, è che pensa e vive senza alzare troppo la testa da quelle quattro strade di cui si lamenta. La mia abitudine a guardare un po’ più in là, che spesso in termini temporali è quasi una patologia, mi ha portato a vedere i confini paesaggistici della mia terra natale da una diversa prospettiva. Per mettere a fuoco mi sono dovuto allontanare.
Se alzi la testa in Corso Italia in una giornata di sole, il mare si prende parte della scena. Mi è sempre sembrato più alto della linea dell’orizzonte, come se Catania fosse asciutta per miracolo. E così, con quella immensa distesa su cui imparare tutte le gradazioni del blu sempre a disposizione, sono cresciuto: nessun tipo di terraferma all’orizzonte, solo il profilo della costa se sei in un punto alto o se ti aiuti con le luci della sera, e solo se guardi a destra e a sinistra invece di perderti in ciò che ti ritrovi davanti.
Allo stesso tempo una cosa che un catanese può vedere da tutta la città e da gran parte della provincia, alzando gli occhi e nulla più, è l’Etna. Lei si presenta nei panorami con l’insistenza e l’ossessività da photobomber propria di una bestia di oltre tremila metri. Basta metterla sullo sfondo per sapere subito dove ti trovi, un po’ come fanno i registi quando spargono Tour Eiffel a caso per lasciar intendere che la scena è ambientata a Parigi.
È imponente, scura. È protettiva, ma spettacolare quando si accende, quando illumina le notti di rosso vivo, facendo tremare la terra per far capire quanta forza silenziosamente nasconde.
Mi piace pensare che questa sia una descrizione valida per i catanesi. Mi piace vederci come portatori di lava in giro per il mondo, lapilli sputati lontano dalle bocche dell’Etna e spinti ad andare dal blu del mare.
Ora che non ho più questi due grossi oligopolisti del mio sguardo, li vedo per quello che sono: punti di riferimento.  La mia storia personale non abbonda di esempi e figure genitoriali, non ho un elenco di legami forti, stretti talmente bene da riuscire a non farmi partire. Ma se dovessi spiegare il concetto di nostalgia, se dovessi raccontarlo a qualcuno, racconterei di tutte quelle volte in cui alzo gli occhi e non vedo nessuna gigantesca e familiare montagna, o di quanto sia diverso camminare su un lungofiume.
Senza mamma Etna e papà mare a guardarmi le spalle, senza limiti.
La cosa un po’ mi spaventa, ma in fondo è quello che ho sempre sognato. In questo momento della mia vita sto solo ricalcando con l’inchiostro della penna i contorni di una storia che avevo già tracciato, molto tempo fa, a matita: i preparativi per la nuova tappa,  la nuova avventura che ha un altro prefisso telefonico e (questa volta) un’altra bandiera, l’imminente e consequenziale cambio di prospettiva.
È sempre così: quando arriva il momento, quando prendo un foglio in mano perché ho un milione di cose da dire, quando chiudo l’ultima valigia. È sempre così: lunghi momenti di nulla. Le paure, le speranze, i progetti e le aspirazioni si azzuffano lontano in qualche anticamera sperduta e mi lasciano solo. Quando ci sono troppe cose per poterle provare con un cuore solo, io non provo nulla, non sento nulla. Non so nulla.
So, questo sì, di non avere ancora un posto dove tornare.
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