Novantanove

Per capire che non avevo legami di parentela con Zia Cita, sono dovuto crescere un po’. La vecchietta piena di energie che popola i miei ricordi infantili, era in realtà un’amica di vecchia data della famiglia di mia madre, vicina di casa (non vorrei sbagliare). Una specie di nonna. 
Quando sono nato, aveva già più di settanta anni, e ho questo ricordo di lei che diceva un po’ triste che non mi avrebbe visto adulto, a me e ai miei fratelli. Io, da bambino, le rispondevo sempre: “zia, ma quale! Tu campi almeno fino a centanni, devi venire al mio matrimonio”. All’epoca mi ero dato un termine abbastanza generoso, in un calcolo pessimista per la mia visione da bambino ma molto ottimista per i tempi che corrono. Ero abbagliato dalla sua forza d’animo e dalla sua energia. L’ho vista arrabbiata una volta sola, ma non l’ho mai sentita lamentarsi in vita mia.
La zia si è spenta la mattina del primo di giugno, serenamente nel suo letto, a novantanove anni.
Ne avessi azzeccata una.
Lo so che non è una frase comune, quella “da vecchio vorrei essere come”, ma i miei modelli per invecchiare sono due: lei e Mick Jagger.
La morte, questa strana situazione che non riesco mai a capire e a sentire davvero, è però allo stesso tempo un fenomeno che mi fa comprendere bene il tempo. Io lo so che non esiste, che è una convenzione, una costruzione; ma la morte è ciò che mi fa capire che comunque c’è un punto a questa storia. E che non abbiamo a disposizione un numero infinito, per quanto sia alto il numero novantanove, di pagine. È necessario scegliere bene le parole ogni volta che si prende in mano una penna e si inizia a scrivere un giorno.
L’ideale è trovare l’equilibrio tra il non avere fretta – perché la fretta è un residuato bellico della civiltà dei giorni nostri – e il tenere sempre a mente che il tempo a nostra disposizione (in questa vita, in una città o per dire quello che c’è da dire a una persona) in fin dei conti è limitato. 

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