Si ma…graficamente?

Oggi seguo il consiglio di un blogger che stimo tantissimo e svelo subito l’argomento del post: I grafici mi stanno sui coglioni.
Non ci sarebbe nulla di strano se studiassi letteratura, filosofia, lingue straniere o scienze politiche, ma io studio economia e quindi di grafici ne vedo parecchi.
Forse la faccenda è un po’ incoerente, soprattutto se consideriamo che non è una nausea causata dal troppo contatto, come quella che potrebbe prendere un attore porno per il quale il sesso rischia di svuotarsi di significato, come una parola ripetuta all’infinito, dopo qualche anno di su e giù. Non è nemmeno paragonabile al progressivo disinteresse verso la pizza cui sono vittima, dal momento che ne mangio almeno tre a settimana.
No, la mia è un’antipatia a pelle, istantanea e istintiva, che con il tempo e con gli studi si è andata radicando e sviluppando in un odio lucido e razionale: come quando conosci una persona e tutto, dal linguaggio del corpo alle espressioni, ti suggerisce una smisurata antipatia, che poi si evolve in un ardente desiderio di un incontro ravvicinato tra le tue nocche e le parti spigolose della sua faccia, quando il/la simpaticone/a ti dimostra, aprendo la bocca, che oltre alla parvenza della testa di cazzo, ne ha pure i contenuti.
È un odio ben radicato, che prende forma già nel mio primo anno da matricola a Catania. A quei tempi (è proprio il caso di dirlo, visto quanto tempo è passato) avemmo il piacere di essere iniziati alle teorie economiche di Adamo Smith (sospetto che l’italianizzazione del nome sia in qualche modo collegata con la Genesi biblica) da un professore che sembrava in grado di spiegarci tutto parlando esclusivamente di arance e trattori.
A quanto pare il nostro prof aveva una passione smodata per gli stereotipi e quindi, oltre a non parlare altro che d’arance in Sicilia, adorava riempirsi la giacca di gesso, che nemmeno un minatore nella cava di Monte Argentario, per argomentare e arrovellarsi su teorie semplici semplici con grafici ed equazioni sinceramente superflue.
Secondo il mio immodesto parere, la teoria della domanda e dell’offerta è una delle cose più intuitive della storia dello scibile, e ci sono talmente tanti di quegli esempi nella vita reale per cui una spiegazione grafica può essere tranquillamente considerata un insulto alla tua intelligenza. E lo stesso vale per tutte le varianti, distorsioni e variazioni sul tema.
Quest’anno invece ci siamo imbattuti in un corso interessantissimo, un filino filo-europeista, in cui la politica economica ci sarebbe stata insegnata con un approccio internazionale (leggi: Unione Europea is beautiful…anzi no “Unione Europea is an anatra zoppa, ci vorrebbero gli Stati uniti d’Europa“). Ad un certo punto, il prof si è sentito in dovere di spiegarci delle teorie che ci avrebbero permesso di comprendere l’utilità della gestione sovranazionale di alcuni beni pubblici, ci ha voltato le spalle e ha riempito la lavagna di formule. Ma no una lavagna normale eh, una di quelle oblunghe delle dimensioni doppie di quelle della cattedra. Io alzo gli occhi al cielo – mi piacerebbe scrivere “impassibile“, ma in realtà avrò sicuramente fatto un breve rassegna  di tutte le brutte parole che conosco- prendo la penna e scrivo. Più o meno alla terza pagina di quadernone, tra curve, derivate t con uno e t con zero, arriva la spiegazione.
L’ho scritta virgolettata, riportando le parole testuali, e l’ho messa in verticale sul foglio come a sbarrare l’ultima mezz’ora di appunti. Testuali parole, mi sembra il caso di ripeterlo, la frase recitava così: se fai i debiti, li devi restituire con gli interessi.
Applausi scroscianti, fiori che arrivano verso la cattedra, gente in piedi entusiasta e un pochino commossa, senza dubbio più di un collega quel giorno avrà capito perché, anni or sono, si era iscritto all’università. Che stracazzo di motivo c’era di riempire una lavagna per un’ovvietà simile?

Parliamoci chiaro: l’espressione “ti faccio un disegnino?” non la usi se stai spiegando un complesso teorema di fisica quantistica o la teoria delle stringhe, ma lo dici quando stai spiegando una cosa elementare e cerchi di fare notare al tuo interlocutore che la faccenda è esageratamente semplice, suggerendogli, tra le righe, che lui è un tantino limitato. Una presa per il culo mascherata da cortesia.
Gli economisti invece, sul “ti faccio un disegnino” ci hanno costruito la loro vita. La complessità di determinati modelli è solo un tentativo da erudito di dare i crismi della scienza a quelle che sono delle considerazioni sulla società.

Nouriel Roubini, conosciuto come Doctor Doom, predisse lo scoppio della bolla dei subprime (per chi non lo sapesse, la principale causa per cui non si parla che di crisi da cinque anni a questa parte) con qualche anno d’anticipo, ma il suo modello venne criticato perché privo di “modelli matematici a suo sostegno”.

Una delle cose che si nota subito nello studio di un qualsiasi modello economico è quello delle condizioni, delle ipotesi del modello. La spiegazione inizia così SE si verificano x situazioni, allora la tesi del teorema è vera e verificata. Quello che fa sorridere (nel mio caso, leggi: quello che mi porta a un crescendo di incazzatura) è che molto spesso ognuna di queste condizioni è un piccolo passo che ti allontana dalla realtà. Faccio qualche esempio con relativa traduzione

– “se supponiamo che il consumatore sia razionale” . Traduzione: se escludiamo che la gente ragioni sui soldi che spende e non esistano, per dirne una mainstream, morti di fame che hanno l’iphone e ti chiamano con l’addebito. Oppure ancora: se escludiamo in toto gli effetti sulle scelte dei consumatori della pubblicità, facendo finta che la gente non compri soprattutto la roba che vede in televisione.
– “se escludiamo i costi di transazione”
–  “se escludiamo che vi siano aziende in grado di influenzare il prezzo”
–  “se supponiamo che il mercato sia efficiente”
E così via fino a verificare il modello in questione in una sorta di iperuranio economico, dove senza dubbio l’illustre economista avrà trovato una spiegazione che apre mondi di comprensione per chi si accosta alle sue mirabolanti scoperte.

Ora, per non sembrare povero e pazzo, chiuderò con una citazione di un noto economista (J.K. Galbraith, La società opulenta, 1958), che mi ha fatto sentire meno solo in questa battaglia contro la complessità evitabile dell’oggetto dei miei studi

“Alcuni, inoltre, hanno rilevato la mutata posizione dell’economista nella società. Venti anni fa, nessuno si occupava direttamente dei problemi della crisi e della disoccupazione. Anche se aveva in generale ben poca certezza che egli possedesse la chiave di tali problemi, le sue idee suscitavano interesse e discussioni. Ora, per molti anni, egli si è isolato in un immobilismo intellettuale. L’economista che parla di espansione dell’economia, gode di minor credito di un dentista che si occupa della fluorizzazione dell’acqua potabile. Una volta gli studiosi erano attratti dall’evidente ingenza dei problemi economici e sentivano che la loro missione era quella di risolverli. Ora i migliori si interessano di scienza economica perché questa offre loro la possibilità di mettere in mostra arcane dote matematiche.” 

E ancora”

Il modo di atteggiarsi della mentalità convenzionale è, in un certo qual modo, un rito religioso, risolvendosi in un atto di fede, come leggere ad alta voce un passo delle Sacre Scritture e l’andare in chiesa. L’operatore economico che, presente ad un banchetto, sente esaltare in un discorso i vantaggi della libera impresa e criticare gli inconvenienti dello stalinismo, è già pervaso, come gli altri che stanno con lui, e tutti sono sicuri delle loro convinzioni. Inoltre, benché egli debba ostentare una profonda attenzione, non sente nemmeno la necessità di ascoltare, ma egli deve placare gli dei partecipando al rito. Dopo aver presenziato alla cerimonia, prestato attenzione e applaudito, egli può andarsene persuaso che il sistema economico è un po’ più sicuro. Gli studiosi si radunano in dotte assemblee per ascoltare eleganti formulazioni di cose che hanno già ascoltato in precedenza. Non si tratta, tuttavia, di un rito trascurabile: il suo scopo non è quello di trasmettere il sapere, ma di beatificare i dotti e la loro erudizione.”

disegnino

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