Amandola

La scorsa volta parlavo di segnali di spunta e di “cose da fare prima di”. Sicuramente una cosa che dovevo fare prima di lasciare Pavia e l’Italia per un po’ era vedere San Siro. L’occasione – se occasione si può chiamare un Inter-Cittadella valida per i 256esimi di finale e valevole per qualificarsi al turno successivo contro il Trapani – non era delle più ghiotte, ma certamente una delle ultime a mia disposizione. Perciò indossata la maglietta del triplete del capitan Zanetti si parte alla volta dello stadio dei nerasurri.
Lasciamo stare che, grazie a delle efficientissime biglietterie automatiche, ho perso il treno e concentriamoci sul tragitto Rogoredo – San Siro durante il quale, grazie proprio alla maglia del capitano, ho attirato le attenzioni di due vecchiette (una delle quali, sorda verso il mio accento del sud, mi ha apertamente bollato come “non tifoso”, ma sti cazzi: lei è abbonata da anni e se lo può permettere) e quelle di un’intera famiglia di stranieri che mi ha preso come guida, conscia del fatto che da noi, come si dice, “chi non sa insegna“, in questo caso la strada.

Arrivato allo stadio, che a malapena entra in un colpo d’occhio o in una foto del telefono, mi sono subito sentito a casa in mezzo a tante magliette con gli stessi colori in una grande, grandissima famiglia. Come per il concerto dei Radiohead, volevo già bene a quella massa di persone (strano a dirsi ma eravamo tantissimi, almeno per l’inutilità del match). Ho anche avuto la voglia di dare uno scappellotto a uno dei miei fratelli piccoli di interismo (o ai suoi genitori, forse) quando ho visto una maglietta con il numero dieci e “Gargano”, che se hai voglia di offendere la gente per strada fai molto prima a scriverti un bestemmione. Poi avvicinandomi, ho scoperto che in realtà sopra il dieci c’era scritto “Gaetano”, che probabilmente era il nome del bambino, e non il cognome dell’ex centrocampista dell’Inter dai piedi di legno e le ambizioni da regista.

Il primo tempo, gol di Jonathan (!!!!) e Palacio su rigore, l’ho passato fuori dallo stadio. Ad essere precisi in biglietteria, dove Milano ha dato prova di efficienza e organizzazione lasciando che si formasse una fila che quasi sembrava regalassero soldi. L’attesa è stata allietata da alcuni civilissimi e simpatici astanti che hanno urlato davvero di tutto verso i bigliettai, il cielo, le altre persone della fila e l’Inter dalla dirigenza fino all’ultimo dipendente. Secondo me erano stronzi della stessa manica di quelli che, imbottigliati nel traffico, pensano che la forza delle onde sonore dei loro clacson riesca in qualche modo a dileguare la colonna d’auto davanti alla loro.

Sono entrato nello stadio visto tante volte alla tele mentre le squadre facevano il loro ingresso per il secondo tempo, eravamo massimo a venti metri dal campo.
Ho potuto ammirare gli imbarazzanti limiti di Jonathan, gli interventi efficaci quanto scoordinati di Juan, la esasperante lentezza mentale (fastidiosa considerato il sinistro che si ritrova) di Ricky Alvarez e la rapidità dei mille tocchi di Nagatomo, anche se spesso gli ultimi due erano in più, le scivolate ignorantissime di Pereira ( “frega ‘ncazzo se sono già ammonito, io mi lancio” cit.); ma ho potuto ammirare anche la classe cristallina di Kovacic, la forza fisica di Guarin e la concretezza sotto porta di Palacio, nonché lo spettacolo e il calore di uno stadio aperto per un terzo (ero di fronte alla curva dei Boys) e per quel terzo pieno.

La cosa che mi ha impressionato di più è la distanza dal campo, per due motivi.
Il primo è che visti dal vivo non sembrano tanto irraggiungibili. Certo, ho visto Inter-Cittadella che di certo non è el clasico, però alieni non ce ne sono.
Secondo: nonostante i due gol per tempo, lo stadio sembrava aspettarsi a ogni azione un’azione da gol e a ogni tocco una giocata. Giù critiche a ogni errore: allo stadio si sta più in tensione. E non so se sia meglio o peggio, di sicuro è più intenso. Dalla tv lo sai che in novanta minuti si può sbagliare un’azione, un stop, un tiro in porta; giocando sai benissimo che la partita perfetta, anche sulla spiaggia o al campetto con gli amici, è una cosa rara, chimera anche di quelli più bravi, che al pallone danno del tu. Allo stadio no, allo stadio ti incazzi.

E, da quella distanza, forse ho capito. Non sono (solo) i mezzi tecnici, o (solo) gli allenamenti, e probabilmente non sono nemmeno i soldi che prendono (tanti? pochi? io ho una mia idea ma non entro nel merito, non è questo post la sede giusta). Stare nel rettangolo verde, a sentire quella pressione e a non impazzire quando migliaia di persone urlano il tuo nome, deve essere una cosa per pochi. Forse è vero che alieni non ce n’è e che sono persone normali, ma la principale differenza tra loro e noi comuni mortali è tutta lì.

san siro

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