Facendo il duro sul Douro, parte 1

Gabbiani.
Cominciare a raccontare questi eventi reali con le parole della mia ultima storia inventata mi sembra il modo più giusto, come se un ponte invisibile collegasse realtà e fantasia, dato che ancora non sono ben sicuro in quale delle due mi trovo.
Gabbiani, dicevo, ad ogni ora del giorno e della notte e in qualsiasi punto della città, più l’odore del mare. Se dovessi scrivere una ricetta per andare a Porto solamente chiudendo gli occhi, andrei sul sicuro con questi due ingredienti e nulla più. Una sorpresa, per chi il mare lo vede solo in vacanza; un ritorno a casa, per chi invece è cresciuto col mare vicino.

Breve lista dei motivi per cui mi sono sentito subito a casa:
1  Il cibo (vedi sotto)
2  Il calcio (quando sono arrivato giocava la nazionale e tutti in tutti i bar c’era gente che guardava la partita. Classico momento da balla di fieno nel deserto, che in Italia conosciamo benissimo durante i mondiali)
3 Il mare (l’odore, visto che non sono ancora andato)
4 il fatto che la gente non guarda il semaforo per attraversare la strada, ma le macchine. Come io sono solito fare e i miei amici del nord invece no.

SWITCH LANGUAGE (INTERNATIONAL BALBUZIE)
Uno dei motivi per cui ho preso al volo questa occasione, al di là del fatto che non ne avrei più avuto altre, è la mia passione per le lingue. Andare con la tua lingua madre, più altre due conosciute non benissimo, in una nazione in cui se ne parla una quarta che non conosci minimamente, è un buon modo per mettere alla prova la bontà dei miei sentimenti.
Già solo con l’inglese quasi h24 sto andando in tilt. Mi piacerebbe avere un tasto come quello che ho nel telefono per cambiare la tastiera, ma anche lì faccio tanto casino: sto parlando con qualcuno in Italia e poi mi contatta qualche altro che ho conosciuto qui, il t9 fa il resto. Allo stesso modo, parlando a voce, quando cambio interlocutore (e questi è di un’altra nazionalità) a volte cambio anche la lingua, passando in automatico all’italiano, con evidenti ed inevitabili gaffes.
I primi giorni sono stati un incubo: il portoghese ha un milione di suoni che noi ignoriamo completamente o che usiamo inavvertitamente e, per mia disgrazia, è simile allo spagnolo, che è l’ ultima lingua che ho studiato. Di base la regola è questa: se una cosa è scritta in un modo, sicuramente si legge in un altro modo e ancora più sicuramente questo modo è diverso da quello in cui la pronunci tu.
L’apprendimento dei primi giorni è stato ostacolato dal fatto che appena incontravo un po’ di difficoltà (al primo accento o suono sbagliato, cioè subito) fuggivo nello spagnolo o nell’inglese. Non tutti i portoghesi parlano inglese, mentre proprio tutti non apprezzano lo spagnolo. Un paio di giorni fa ho trovato la svolta: io parlo lentamente in italiano, loro parlano lentamente in portoghese, e tutti siamo felici e compresi.
Adesso, grazie a questa sorta di terapia d’urto, ogni giorno faccio qualche passo in avanti, qualche parolina, qualche espressione…bocadinho bocadinho imparerò. Intanto ho imparato la musica, perciò quando parlo lentamente in italiano per farmi capire (o in un inedito “italportunhol), posso farlo con l’accento del posto.

SAUDADE – DEJAVU
Non potendo sapere in anticipo di quale delle due case italiane avrei potuto avere nostalgia, il narratore ha sistemato a Porto sia un fiume (svariate volte più bello e grande del Ticino) e un’invasione perenne di studenti, per la fazione Pavia; che il mare, il calore della gente, il sole (cercando casa ho rimediato un’affascinante abbronzatura da muratore) e una città piena di salite e discese, per la fazione Catania.
Deja-vu, costante scostante di questi primi giorni portoghesi: parlando in un’altra nazione con gente che non ho mai visto (spesso in un’altra lingua), oppure aprendo per la prima volta con le mie chiavi casa. Ho come l’impressione di aver già visto/detto o magari forse solo sognato tutto questo, e non per la sensazione in sé, normalissima se episodica, ma per la sua frequenza innaturale.
C’è una strada che va da Los Clerigos a l’Avenida de Los Aliados che vista dall’alto mi riporta sempre ai quattro canti e alla salita di San Giuliano, o alla zona tra Piazza Duomo e Piazza Stesicoro, solo con le strade più grandi e senza il nero della pietra lavica.
Il fattore nostalgia è stato completamente azzerato, visto che questa città supera enormemente Pavia con tante, troppe, cose che mi ricordano la mia Catania.
Qui hanno delle cose molto simili alla nostra (catanese) rosticceria, sia nel dolce che nel salato, ed è un piacere rivedere le vetrine dei bar piene di roba buona, appetitosa e “barata”, dopo due anni di scarne vetrine riempite da tramezzini, quando va bene. È un passo in avanti, sebbene porti indietro verso casa.

Ecco, la domanda è questa: ci si può sentire a casa più di prima allontanandosi ulteriormente (e di parecchio) dalla tua città natale?

Quello che Porto, con una delle poche parole senza quella marea di suoni che ancora devo imparare, sta cercando di dirmi in questi primissimi giorni è un sicuro e rassicurante, come l’h e la m della parola “home”, è il caso di provare a essere International.

a fare il duro sul douro.

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2 risposte a Facendo il duro sul Douro, parte 1

  1. Gennaro Luise ha detto:

    Caro Daniele,

    è vero, la Lusitania è un luogo di assonanze con le nostre terre d’origine. Complimenti per il blog. Lo leggerò con attenzione. Dove ti posso scrivere?

    Saluti da Roma,
    Gennaro

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