Os primeiros dias de escola

Torno a parlare quasi tre settimane di questa mia avventura, perché non è affatto facile trovare il tempo e la volontà per scrivere o semplicemente per stare un po’ da solo.
Volevo raccontare un po’ l’università do Porto, anche se non so se il titolo che avevo scelto tempo fa sia ancora appropriato: a brevissimo entriamo nel vivo e i primi giorni di scuola sono belli e passati, loro e la possibilità di uscire ogni giorno della settimana.

TUNA

È doveroso ripartire dalla Tuna, che non è un condimento per la pizza, ma un gruppo di harrypotters che canta canzoni. Sono stato invitato alla cerimonia di apertura della facoltà (perché qui si festeggia prima delle lezioni, ve le immaginate le feste di collegio a settembre? I corsi non inizierebbero mai), che altro non era che una specie di recita di “inizio anno”, ed è stato abbastanza bello. Hanno premiato i vincitori dei tornei, più altri premi che non ho capito (purtroppo non ho ancora sbloccato la funzione sottotitoli) e ben due cori hanno eseguito le loro canzoni. Poi è stato il turno della Tuna. Per farla breve, si tratta di harrypotters canterini (qui in Portogallo, hanno un rapporto molto diverso con la musica rispetto a noi), che si radunano in un gruppo abbastanza grande e cantano canzoni più o meno originali delle facoltà, canzoni popolari portoghesi e covers, con un’ ampia gamma di strumenti: chitarre, mandolini, tamburelli, bassi, contrabbassi, fisarmoniche (memorabile “get lucky “ dei daft punk intonata da due fisarmoniche e una ventina di strumenti a corda). È stato un bel momento, perché mi hanno spiegato che si conoscono tutti come a scuola, che sono molto uniti, e che sentono molto l’appartenenza alla facoltà.
Ve le immaginate queste cose in una facoltà italiana? Ecco, bravi: no. Forse c’è qualcosa di simile nei collegi a Pavia, ma per me sono state sensazioni concrete molto più forti di quelle provate durante l’assistere alla matricolatio. In sintesi, tre impressioni su queste canzoni, che è già passato tanto tempo e non c’ho voglia di dilungarmi:
1 L’ho già sentita: La mia coinquilina mi fa presente che la tuna sta per intonare la canzone di economia (sì, la canzone della facoltà, ho scritto giusto). Dopo i primi 20 secondi di smarrimento, dovuti alla familiarità delle note, mi accorgo che la canzone di economia è plasmata sulle note di “o sole mio” (giuro), quindi per dirla alla Depardieu “tengono o cor italiaaaano”. Mi sembra doveroso riportare il dialogo successivo, tradotto dall’inglese maccheronico in cui mi esprimo..anzi no, lo lascio in inglese:
but it’s an italian song!!! It’s o sole mio, i can sing it right now with the correct words, They stole it!
come on, they changed the words!
sticazzi, they stole it
2 Wow: Il corpo della tuna maschile prevede anche uno sbandieratore, che lo sa solo lui come non si è decapitato mentre danzava con la bandiera, e tre agitatissimi suonatori di tamburelli che hanno dimostrato che non solo puoi andare in giro d’ estate vestito da harrypotter, ma puoi addirittura ballare e saltare (e saltavano di brutto).
3 Ne voglio una, adesso: commento secco dopo aver visto che a volte alcune tuna femmine poggiavano la chitarra per danzare con i tamburelli, con gradevoli effetti visivi. Forse, per chiudere sul fenomeno della matricolatio, il bello del farla anche da caloiro non è tanto che l’anno seguente ti potrai vendicare sulle nuove matricole, ma il fatto che stringi dei legami con i tuoi compagni di sventure, legami che sembrano perdurare.

FEP AIRPORT

 

fep La FEP ( Faculdade de economia do Porto) si presenta ai visitatori esterni come un grosso parallelepipedo di cemento armato grigio scuro poggiato a terra. Mi dicono sia un tipo di architettura molto apprezzata e stimata qui, ma non ho le competenze per verificare, né il senso estetico sufficientemente allenato per dire qualcosa di sensato a riguardo. Una volta dentro però, l’impressione è quella di trovarsi in una scuola americana dei film: grandi corridoi, aule numerate con numeri astronomici, spazi verdi tra un plesso e l’altro e soprattutto durante i primi giorni c’erano i banchetti per le attività extracurriculari “il club di questo”, “il club di quello” e via discorrendo. Se poi aggiungiamo i tanti ragazzi in divisa, la mensa e tante altre analogie ganze, ci sorprenderemo a cercare in qualche corridoio gli armadietti per posare le cose. L’impressione di trovarsi in un aeroporto, data dai giganteschi corridoi e dalla forma della struttura, è aumentata dal fatto che la FEP non chiude mai, nel senso che è aperta anche di notte (da mezzanotte in poi c’è un guardiano che apre il portone ogni ora per 10 minuti, ma dentro le luci sono accese e puoi stare tranquillamente), con somma gioia per gli orfani di Via Androne. Si è già capito che la mia tesi vedrà la luce assieme a quella del giorno tra quelle mura. Non ho ancora passato nessuna notte intera lì, ma lo farò sicuramente. Un’altra cosa che mi ha fatto sentire nel futuro, anche se il mio entusiasmo va contestualizzato nella “sindrome del giocattolo nuovo”, è la gestione delle stampanti. Ogni studente ha un pin e un credito alle stampanti, può inviare da qualsiasi computer della facoltà a qualsiasi stampante della facoltà (ripeto il qualsiasi perché potrebbe girarmi di mandare in stampa le cose al primo piano del plesso principale e andarli a stampare in un altro edificio, solo perché mi va di camminare) i suoi file da stampare e imprimerli su carta fino ad esaurimento del credito, che dovrebbe essere di dieci euro. Welcome to the future e tanti carissimi saluti al business tutto italiano delle copisterie.
In compenso, visto che sentono molto la facoltà, puntano anche sul brand e fanno merchandising col marchio fep (quaderni, felpe, tshirt), ma a prezzi abbastanza umani.
In compenso(2) l’ufficio informazioni funziona solo col bigliettino, tipo alla posta. Fico, bello, niente file disordinate e stronzi che ti passano davanti. No, non è così, non ho scritto a caso “solo con il bigliettino”. Mi è già capitato di essere il solo a dover parlare con le segretarie, intendo nel raggio di decine di metri dallo sportello, e che queste mi abbiano chiesto di prendere “u biglièt” (non è pugliese, è come si legge “O bilhete”) prima di parlare con loro. La sensazione è stata più o meno questa

METODO

Un’altra cosa che sto apprezzando molto, è il metodo di insegnamento . Sì, è vero, sto seguendo solo corsi in inglese, pieni di erasmus e di stranieri in generale; quindi è normale che vogliano fare bella figura. Però ho anche un corso in portoghese dove sono l’unico straniero e la tendenza generale è quella di un docente che cerca il contatto e l’opinione dello studente, che cerca di coinvolgerlo durante la spiegazione e che stimola la partecipazione attraverso i lavori di gruppo (qualcuno in realtà l’aveva fatto anche a Pavia, soprattutto nei corsi in inglese è prassi frequente) e, nel caso del corso di corporate finance, anche dei weekly assignments. Ogni settimana il prof ha la pazienza di correggersi 1000 parole per studente, e non stiamo parlando di un corso poco frequentato, anzi! Qualcuno se lo immagina in Italia un professore a correggere compiti ogni settimana? Io faccio un po’ di fatica.

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