In this light and on this Evening ( Editors no Porto)

Gli Editors che suonano dietro casa mia sono solo l’ultimo dei miei colpi di culo.
Già, perché magari prendere la borsa per l’Erasmus nell’ultimo semestre utile di università, arrivare in una città magnifica che non era la prima delle mie scelte, trovarci ancora scampoli d’estate e la possibilità di fare il bagno il dieci d’ottobre (mentre i miei colleghi già sfogliano maglioncini e ombrelli e Pavia sfoggia la sua migliore veste grigia), dovrebbero essere abbastanza per capire che questo è un mio periodo fortunato.
Ma io no, io avevo bisogno della prova del nove, e più o meno sono nove i minuti di strada a piedi da casa mia al Coliseu.

A dire il vero in questi anni mi sono un po’ allontanato dagli Editors, non li ho ascoltati così tanto e addirittura cambiavo velocemente canzone quando capitavano nel lettore mp3. Diciamo che in quest’ultimo periodo ho ascoltato roba più diretta: sempre di qualità, ma più immediata. Tolta la parentesi Elbows, questi sono stati anni di Arctic Monkeys, Queens of the Stone age, Ratatat e The Black Keys (oltre ai Radiohead, ma quand’è che non ascolto i Radiohead?). Gli Editors con la loro buona musica, ritmata ma allo stesso tempo intima, riflessiva, sono stati quella ragazza bella, caratterialmente e intellettualmente interessante, che magari ci starebbe pure, ma che proprio non hai voglia di frequentare perché troppo impegnativa. E tu trovi più comoda una sana e catartica scopata.
Gli Editors sono un po’ tristi, malinconici, e un po’ più profondi; fanno un tipo di musica che più che allontanarti dai tuoi problemi ti ci avvicina e te li fa guardare meglio; che ti fa pensare, non distrarre. Mi sembra chiaro che in questo cambio temporaneo di gusti ci sia qualcosa di più della semplice questione musicale, ma non è il luogo nell’ora per parlarne.
Stavo parlando del concerto e dell’occasione che mi è capitata: l’ultimo album l’ho ascoltato sicuramente meno di dieci volte, ma conosco quasi a memoria gli altri tre, quindi l’occasione di averli qui a Porto aveva i caratteri molto più cubitali di quelli del teatro dove li sono andati a vedere.

GRUPPO SPALLA
Siccome i colpi di culo, come le disgrazie, non vengono mai soli, ad aprire il concerto c’erano i Balthazar: un non conosciutissimo gruppo belga che canta in inglese un pregevole pop-rock. Hanno fatto, qualche anno fa, una canzone per cui andavo letteralmente matto (l’ho vista un giorno per caso su una bacheca facebook) e con la scusa ho saputo che avevano appena rilasciato un altro cd.
Sono arrivato in ritardo con Christophe, il mio coinquilino tedesco, ma abbiamo sentito un paio di canzoni. Sono in cinque, hanno un basso molto aggressivo e una ragazza tanto caruccia che nell’ultima canzone (questa qui, dateglielo un ascolto, che secondo me meritano) suonava un violino a mò di ukulele. Inoltre, invece di prendere una t-shirt degli Editors, a fine concerto ho comprato il loro penultimo cd e me lo sono fatto autografare da tutti, ché io vado matto per questo tipo di souvenir, visto che erano lì, disponibilissimi.
Impagabile siparietto: dopo che tutti si sono passati il cd per firmarlo, arriva all’ultimo di loro. Lo stronzo oltre a non avermelo autografato non sapeva di chi fosse e, non avendomi visto, non me lo voleva restituire: hanno dovuto convincerlo i suoi compari per farmi avere indietro un cd che avevo comprato da non più di cinque minuti.

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EDITORS
Circa venti minuti dopo la fine della performance dei Balthazar è iniziato il concerto per cui avevo pagato il biglietto. Prima differenza evidente tra i due momenti: i Balthazar suonavano ben illuminati mentre gli Editors hanno aperto il concerto con delle luci e una fitta nebbia artificiale a coprirli quasi del tutto: per la serie “non c’è bisogno che ci vedi bene, basta che ascolti: noi siamo quelli famosi”.
Altra impressione importante: nessun ragazzino al concerto. Sebbene suonino da meno di dieci anni e non facciano musica poi così tanto impegnata (sono sempre una rock band) i fan più sfegatati erano tutti dai trenta in su. Ho visto alcuni esagitatissimi e pittoreschi portoghesi darci dentro come i matti: il più giovane aveva trentacinque anni, il più spettacolare era un signore in platea almeno cinquantenne che ho beccato un paio di volte a sbracciarsi e a saltare più di un ultras durante un derby.  Accanto a noi c’erano dei ragazzi in piena sindrome del “il concerto è lì, ma lo spettacolo sono io” (avete presente quelli che cantano e si atteggiano come se avessero un microfono e dei riflettori puntati addosso? Ecco.) e tutta un’ allegra famiglia: padre, madre e figlia sedicenne, insolitamente chiara di occhi, capelli e carnagione per essere portoghese. All’inizio ho pensato “sai che seccatura per la ragazzina: essere troppo piccola per andare al concerto da sola e doversi portare i suoi“. Ma poi, canzone dopo canzone, il padre e la madre conoscevano i testi (poco ci mancava che il padre si muovesse più di me) mentre la ragazzina era troppo calata nella parte della teenager che non sa ancora relazionarsi col mondo esteriore, per interagire col fatto che era a meno di quindici metri da una delle prime dieci band attualmente in attività.
Credo che questa alta età media spieghi il fatto che loro hanno poco più di 400 mila fan su facebook, mentre rinomati e detestabili autori di italica merda che qualcuno si ostina a chiamare musica sforano abbondantemente e inspiegabilmente il milione. E spiega meglio di molte altre cose la deriva dei tempi n(m)ostri. Ma forse è meglio che la smetta di fare questi discorsi snob, un giorno riuscirò a far pace con la musica pop, lo prometto.

Tornando tra le mura del Coliseu (a proposito, il Coliseu è un grande teatro, non molto più grande di un moderno multisala. Anni luce distante dai giganteschi e dispersivi stadi in cui meriterebbero di suonare. Ma, buona notizia, ottimo per essere distanza brevissima dalla band). Sono partiti con il motivetto di A ton of love, primo singolo del nuovo album, ma poi hanno fatto un’altra canzone. E, come sempre succede ai concerti molto ma molto belli, dopo tre canzoni ho reputato più che ben spesi i miei soldi del biglietto.
Prima di andare ero un po’ scettico, perché se da un lato il fatto che l’ultimo cd fosse quasi sconosciuto era ampiamente compensato dalla certezza che mi sarei divertito durante le canzoni dei vecchi album (che poi…vecchi: il primo è del 2005); dall’altro ero davvero preoccupato dal cambio dell’organico. Infatti proprio prima di questo ultimo disco, Chris Urbanowicz, il talentuosissimo chitarrista solista, aveva lasciato la band. Divergenze artistiche, ho letto da qualche parte (su Wikipedia, il buon Chris non è mai citato), che pensavo coincidessero con un’ulteriore virata verso la new-wave.
Invece quest’ultimo album è molto più godibile e orecchiabile dei precedenti. Forse un po’ più facile, il che potrebbe far perdere orde di hipsters alla band di Birmingham, ma le nuove canzoni sono state quelle che hanno smosso di più la platea. Il nuovo chitarrista forse non è tanto bravo quanto il suo predecessore (il test, fallito, era l’a solo di Racing Rats). Ma la performance nel complesso è stata fantastica, molto piena e coinvolgente.
Per tornare alla metafora di prima, è stato come decidersi ad uscire con quella ragazza impegnativa e sorprendersi per quanto ci sa fare, tu che la facevi una tutta discorsi profondi e attività alternative e che pensavi che fosse buona solo a far circolare velocemente il sangue tra i tuoi neuroni e non in zone meno nobili ma non tanto meno indicative per quel che riguarda la mera attrazione. Non dimenticherò facilmente una sorprendente versione di Eat raw meet=blow drawl, molto più ritmata e coinvolgente, o il momento noise di In this light and on this evening, o ancora Smokers outside the hospital doors (la mia preferita) e racing rats (a cui sono molto legato, per una lunga storia) e poi Bones, Bullets, Bricks and Mortar e tante altre ancora: credo che abbiano fatto tutte quelle che volevo sentire.
La band è letteralmente trascinata dal frontman Tom Smith, un animale da palcoscenico esageratamente magro, ma con una voce profonda e potente e che non eccede in gorgheggi (per intenderci, se vi piacciono gli urlettini inutili di Giuliano Sangiorgi non è la band che fa per voi e inoltre non andiamo d’accordo). E senza accorgermene due ore sono volate.
Comincio a preoccuparmi per il fatto che nella top three delle mie ore felici ci siano tre concerti (con i controcazzi, ma tre concerti). Ma posso facilmente distrarmi, sia dal pensiero in sé che dalle sue implicazioni, rituffandomi nel mio periodo fortunato.

editors porto

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