La maledizione dell’assuppaviddanu

Il copione di quest’ultimo periodo è la gente che si apre con me per avere consigli/conforto e robe simili. Non siamo ancora a livelli cronici e forse l’ho notato solo io, ma la frequenza si è fatta senza dubbio notevole e quindi oggi la mia pagina di diario di Porto si concentrerà su questo.
Cominciamo con l’individuare le possibili cause.
Al primissimo posto c’è la mia innata e super sviluppata voglia di non farmi cazzi miei; la quale, assieme alla mia antipatia verso i ritmi di sonno regolari e al fatto che mangio un sacco di carne rossa (nessun tipo di rimpianto, solo che vivendo con altre sei persone, alcune delle quali quasi vegetariane, sto cominciando a credere a quelle panzane della medicina alternativa secondo le quali la carne porta i tumori e bla bla bla…), dovrebbe impedirmi di campare a lungo, sia secondo la scienza che secondo la superstizione. A questo bisogna aggiungere che se ho la necessaria confidenza per parlare con qualcuno che secondo me è giù, non mi faccio problemi a chiedere. Imbastire conversazioni sulla vita, in una lingua che non è la tua, ha il suo perché e confrontarmi con le paranoie e i problemi esistenziali di gente di altre nazionalità e culture dovrebbe essere uno degli orizzonti che si allargano durante un erasmus.
Al secondo posto c’è la mia età. Sono due-tre anni più vecchio dei più vecchi erasmus qui a Porto, quattro-cinque anni sopra la media generale, e quando la gente scopre “how old I am“, dopo un iniziale momento di stupore, ritiene che io debba saperne di più sulla vita o che ne abbia viste di più di loro. Non è che sono saggio perché sono intelligente o che altro, sono vecchio, nel senso di “older”, tutto qui. Secondo un mio personalissimo sondaggio, il cui campione statistico diventa sempre più rilevante, dimostro tra i 22 e i 24 anni. A pensarci bene non è proprio lusinghiero, perché questa stima arriva anche da persone con cui ho parlato. Ma confido che mi potrà tornare utile in futuro, se continuerò a dimostrare dai 3 ai 5 anni in meno anche quando sarò vecchio davvero, e soprattutto mi sta regalando dei momenti di puro show. Vi faccio un esempio: la mia coinquilina, il secondo giorno di convivenza, dopo essersi sbalordita mi guarda e, serissima, mi chiede in inglese: Daniele, ma hai programmato di sposarti? Come se fossi in ritardo con qualche tabella di marcia o orologio biologico.
Al terzo posto, anche se forse è l’argomento centrale di oggi, c’è il fatto che le cose che mi raccontano, detto papale papale, non mi toccano. Considerato il numero di scadenze e di pagine da scrivere e delle cifre in irrefrenabile discesa, nemmeno gli eventi che mi riguardano direttamente mi stanno toccando più di tanto, ma questa è un’altra storia. Quello che intendo è che riesco a vedere i problemi altrui con una leggerezza e una lucidità, che mi consentono di avere sempre delle parole da spendere che, se non risolvono la questione, quantomeno ti tirano su il morale. Credo rientri nell’unico obiettivo chiaro della mia vita, ovvero quello di essere un buon catcher in the rye, o un’esternalità positiva per dirla da economista, con tutti i pro e i contro della situazione.
Sia chiaro, a me non da fastidio per nulla avere questo genere di conversazioni e non mi disturba la frequenza, anzi se riesco ad aiutare e a non essere invadente tanto di guadagnato. L’unica cosa che mi da fastidio è non avere a mia volta il Daniele della situazione a cui rivolgermi. Queste parole sono molto lontane da un’auto-celebrazione di sé, quella che faccio è una constatazione. Potrei accennare a una storia strappalacrime riguardo a una sorella maggiore mai nata, una di quelle cose tristissime e soprattutto talmente piena di se e di ma da essere totalmente priva di senso compiuto, ma non è questa la causa di questa grossa assenza. La vera causa è un noiosissimo complesso di superiorità che mi rende davvero difficile identificare delle figure di riferimento, che mi fa preferire anzitutto la mia opinione e la mia personale esperienza, e che probabilmente influisce sulla mia perenne diffidenza, più o meno latente. Non c’è nessun trauma infantile o deviazione dietro questo atteggiamento, credo di essere abbastanza grande per poter dire serenamente che sono fatto così.
Ma allora perché sono così bravo e sbrigativo a visualizzare e potenzialmente risolvere i bordelli altrui, di fronte a una cronica incapacità a occuparmi dei miei? Non credo di essere il primo ad essersi posto questo interrogativo. Sono i problemi degli altri più semplici, o i miei estremamente più complicati? Questa ipotesi suggerisce troppe intelligenze sotto la media e una esageratamente sopra: non è così.
Il fatto è che io, dai problemi degli altri, sono lontano.
Lontano è la parola chiave. E probabilmente per essere altrettanto bravi con le proprie faccende come lo si è nel dare consigli agli amici, basterebbe essere capaci di allontanarsi un po’ da se e dal proprio punto di vista. Hai detto niente.
C’era una volta un antico poeta latino, che sosteneva “caelum, non animum mutant qui trans mare currunt”, e una persona qualunque che non era del tutto d’accordo.
Dopo essere andato a vivere a mille e passa chilometri dal mio vulcano, ho sentito il bisogno/colto l’occasione di spostarmi ulteriormente ancora più lontano, quasi ai confini del continente. A mezzora dal mare (lo sto dicendo spesso, in due tre lingue, che questo è un certo senso un homecoming), anche se non è lo stesso. Nonostante tutto, certe cose continuano a seguirmi come l’assuppa viddanu, quella pioggia finissima e insistente che ho conosciuto in Sicilia, con cui ho preso confidenza a Pavia, e che ancora ogni tanto incontro tra le strade di Porto. Piove tanto qui, cosa che, oltre al discorso di Hogwarts, mi fa pensare spesso di essere finito in Erasmus nel Regno Unito. Poi la voce pre-registrata piena di suoni nasali della metro mi riporta alla realtà, ai confini della penisola iberica. Alzo gli occhi e la vedo, perchè sentirla è davvero difficile, riflessa dalle luci dei lampioni e ogni volta le chiedo: “ancora tu?”.
Chissà che questo cerchio che sto cercando di chiudere con questi spostamenti non abbia la portata di un parallelo terrestre. In quel caso sarei appena all’inizio.

assuppa viddanu

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