Il quarto mese

Ieri io e Porto abbiamo fatto 3 mesi.
Tre per me è sempre stato un numero ostico: la terza uscita, il terzo incontro (come siamo eufemistici oggi), il terzo mese in una relazione… Statisticamente sono sempre stati numeri irraggiungibili, con poche, rarissime, eccezioni. Oh, non sto dicendo che mi piaccia: sono numeri duri e crudi, è statistica, gratuita probabilmente come i cazzi miei che sto spadellando in quest’ incipit.
Con le città è un po’ più facile, per qualche strano motivo loro tendono a restare lì dove sono e io a non scappare subito. Sono anche più bravo ad affezionarmi, a notare gli aspetti positivi e a voler bene a quelli negativi, a cercare dettagli solo miei da conservare quando e se andrò via: a volte penso che mi piacerebbe saper voler bene alle persone come faccio con i posti (questo sì che sarà un incipit!).
Comunque, con l’inizio del quarto mese su cinque qui a Porto, sono in quella fase in cui non penso più che sono a metà del mio Erasmus, ma al fatto che sono nella sua fase finale (non voglio immaginare che cosa sarà quando il mio pensiero sarà “il mio Erasmus è quasi finito). Stiamo decisamente scollinando verso quel giorno in cui prenderò la mia valigia a Orio al serio, pronto (o comunque “sul punto di”) per il mio rush finale a Pavia. E, manco a dirlo, sono nel rush finale anche qui. Prima del mio ritorno-lampo in Sicilia, (una sorta di “veni-vidiiilcenonedinataleegentechenonvedodaquasiunanno-vici”) ho tutte le scadenze dei lavori di gruppo, senza pensare al mio secondo libro in cantiere in quanto autore di tesi (con questo punto al premio Strega).
C’è una montagna di fogli bianchi che mi aspetta e che non ha un’aria minacciosa e opprimente solo perché:
1) sono fogli elettronici/virtuali
2) sono fogli ancora bianchi, da riempire.

Il concetto di essere in una città di un’altra nazione per scrivere un libro sarebbe esageratamente figo, da usare come conversazione da bar per aggraziarmi esotiche bellezze, a  patto che non inizi a spiegare che cosa sto scrivendo. “Incubatori”, inizierebbe così la conversazione, e, tolti i 30 secondi iniziali in cui chiarisco che si parla di incubatori di imprese e che non studio ginecologia o ostetricia, l’interesse quando inizio a parlare di start up, business angels e venture capitalists scemerebbe anche qualora beccassi qualche collega della FEP o della Cattolica.
Sempre parlando di incubatori, un po’ di settimane fa ne ho beccato uno gigantesco proprio sotto la fermata della metro dell’uni. È una struttura mastodontica e, a quanto pare, molto attiva; il prof che comanda lì dentro è della mia facoltà e va da sé che prima di tornare a casa lo stalkeggerò a dovere per avere quante più info possibile per il mio “libro”.
uptec

Sindrome della pagina bianca a parte, si avvicina il momento in cui dovrò tirare le somme di questa esperienza. E per ora sulla parte della lavagna dei pro ci sono alcune cose che mi aspettavo (come i miglioramenti nelle skills linguistiche e nell’importantissima abilità dell’arrangiarsi, o su quanto mi sarebbe piaciuto questo contesto multiculturale) e altre che invece mi aspettavo un po’ meno. Soprattutto quella di partire con la copertura logistica incerta e traballante è una sfida che mi sono andato a cercare. Quindi non ho il diritto di lamentarmi, ma ogni tanto il classico “cu mo fici fari” si fa sotto. Si tratta solo di secondi, o minuti al massimo, perché non dimentico mai che sono esattamente dove devo essere.
E che avevo bisogno di una vacanza come questa.
Certo, adesso la vacanza è quasi del tutto finita, all’orizzonte vedo già lo stivale con tutti i suoi impegni e i suoi problemi, e dietro ancora la fine di questa lunga, lunghissima fase. Quella che spesso ho chiamato la mia linea d’ombra è lì, aprile 2014, e devo orientare i prossimi mesi a non spostarla ulteriormente in avanti.

“Riuscirà il nostro eroe?…” eccetera eccetera.

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