Altri cinque minuti

Una cosa che non sta mancando a Porto è il sonno. Non che le strade di Porto by night non conoscano il rumore dei miei passi, infatti parecchie volte io e il sole ci siamo dati il cambio all’insegna del miglior turnover: esco io con i crampi e la maglietta sudata di vita, entra il sole per fare iniziare le giornate e la vita normale, the everyday life, i giorni per antonomasia.
Comunque, rispetto ai ritmi schizofrenici che ho tenuto da studente-lavoratore-fuorisede, a Porto qualità e quantità delle mie fasi REM hanno fatto un notevole salto in avanti. Eccezion fatta per le ultime due settimane, in cui sono riuscito ad ammassare tutte le scadenze e i preparativi pre-ritorno lampo in Sicilia in un unico marasma in pieno stile danieliano. Il fatto è che qui la vita scorre meglio, più lenta, e gli interrogativi sul futuro prossimo sono rimandati e schiacciati da una serie domande più pratiche e incentrate sul breve, brevissimo periodo. Il mio blocco dello scrittore è probabilmente circoscritto al tema “come ti vedi tra 4 mesi”, agli argomenti di finanza e, ahimè, al peso delle start-up nella società moderna, che per chi avesse perso le ultime puntate, è quasi la totalità degli argomenti su cui dovrei esercitare le mie qualità creative (per il ciclo  “ ‘namo bene ”). Questa ennesima pausa, che sembra essere fisiologica per quanto e come me la sto godendo, sembra uno di quei momenti in cui gli autori cercano di allungare il brodo per arrivare a realizzare un’altra stagione della serie, un altro libro, o per porre le basi di un sequel che poi sarà una porcata ma almeno ci proviamo. Il finale di questa avventura comincia ad aleggiare tra gli eventi e in una certa maniera ad essere richiesto, fino a quasi pesare sul proseguo della storia in generale. Forse questa continua ricerca di persone, posti e contenuti nuovi è la stessa cosa che si fa al mattino quando la sveglia suona, tu non ti vuoi alzare (e in inverno, col freddo, per lasciare le coperte ci vuole un vero e proprio atto di fede: perché niente ti può garantire che la vita la fuori potrà essere migliore quantomeno della temperatura che lasci) e il tuo unico pensiero è: altri 5 minuti.

Credo che in questa supplica si possa riassumere gran parte della mia vita, al momento. Dall’esempio immediato della sveglia al mattino, dovuto sicuramente al freddo ma anche alla mia tendenza a cercare di riprendere il sonno per “finire il sogno” (curiosamente il più pazzesco è sempre quello più vicino alla sveglia). A quando c’è un appuntamento di qualsiasi tipo, in genere esco di casa all’orario prefissato, dato che non mi piace aspettare, e quindi in questi casi diventa “cinque minuti e arrivo”. A quando ancora c’è una deadline universitaria, e io sono nel rush con le sinapsi più aperte e socievoli delle gambe di Sara Tommasi prima del pellegrinaggio a Medjugorje, e il mio ostacolo più grande, oltre al tempo che scorre, è quella voce che nella mia testa chiede insistentemente altri cinque minuti. Una leggenda metropolitana sostiene che qualsiasi esame/assignment sarebbe di una qualità superiore “se solo” fosse stato disponibile un lasso di tempo che va dalle 24 alle 72 ore. La realtà dei fatti è che quell’eventuale tempo in più verrebbe poi destinato ad altre attività futili o comunque non correlate all’attività per il quale è stata richiesta una proroga, con l’unico risultato di un ulteriore “se solo avessi avuto un po’ di tempo in più”. Quindi procrastinare non è la soluzione.
E infine, l’ultimo “altri cinque minuti” riguarda questo Erasmus e questa esperienza universitaria che pare stia per finire. In perfetta coerenza con il mio modus operandi, mi sto prendendo tutte le soddisfazioni alla fine, in fretta e furia, e se da un lato vorrei avere altri cinque minuti anche qui, ovvero un altro semestre o forse una intera esistenza spesa da erasmus, dall’altro non vedo l’ora di aprire gli occhi e cominciare con la vita vera.

sonno

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