O ano novo

La mia oramai proverbiale abilità a procrastinare ha fatto slittare la data di questo intervento dal 31 dicembre al giorno successivo, fino ad arrivare ad oggi. Come risultato ho evitato il cliché del post/bilancio di fine anno, quello del post del 1 gennaio e dei “propositi del lunedì” alla Zeno Cosini (per intenderci: “domani mi metto a dieta”, “inizio ad avere degli orari regolari” e via discorrendo) e il cliché di questo blog del post/resoconto delle vacanze siciliane.

In realtà penso che farò un po’ tutte e tre le cose, nel cercare di fotografare questo momento della mia vita in cui gli eventi (tra esami, tesi, ultimo mese a Porto e imminente ritorno a Pavia, con tutte le conseguenze logistiche del caso) sembrano sovrapporsi, agitando le vele e le correnti in più direzioni, mentre la mia presa sul timone è quella rilassata del capitano durante una bonaccia, che tiene le mani libere per stapparsi una birra e mantiene la rotta con l’anca o con la punta del piede senza infradito.

Un po’ prima di natale ero all’aeroporto di Fiumicino, dopo quattro mesi di assenza dallo stivale, sulla via del ritorno verso una parte di esso un po’ sotto la punta, dalla quale mancavo da quasi un anno. Mi sono accorto di essere in Italia perché in tutto il terminal non c’era una presa della corrente a cui collegare il computer o caricare il cellulare. All’aeroporto Sà carneiro invece, oltre ad una signora con i capelli a spazzola rosso tinti eccetto il ciuffo rosa in tinta con la pelliccia, ce n’erano un po’(oltre a dei computer collegati a spese dell’amministrazione e disponibili per chi era in attesa), ma sto cadendo nello stereotipo dell’italiano all’estero e quindi non mi lamento troppo. Tra l’altro, a proposito di italiani all’estero e per la serie il mondo è piccolissimo, aspettando il volo per Catania ho incontrato un mio collega di Pavia, di stanza in Germania e di ritorno verso la Calabria, e un mio vecchio compagno del liceo, che vive e lavora a Dublino. Ma, come ho già detto, risparmierò i discorsi da italiano all’estero.

A casa è stato “il solito”: cibo buonissimo e in quantità esagerate (all’inizio sospettavo che mia madre volesse ingrassarmi fino a non farmi passare dal metal detector e trattenermi in Sicilia); amici e parenti in rapida successione (e ovviamente come al solito non ho visto tutti), rientri a casa tardi e con sequenzialmente sveglia ancora più tardi. In teoria avevo anche un lavoro da finire a Porto, ma la mia collega è stata tanto brava da rispettare la deadline nonostante il mio aiuto quasi inesistente.
In un anno di assenza si sono accumulati un bel po’ di cambiamenti. Ho visto le “prime case” di due dei miei più cari amici, ma non del genere “io e i miei ci siamo trasferiti” piuttosto di quelle “sono andato a vivere da solo” o “ ho comprato casa con la mia ragazza”. Un’altra mia amica, che conosco da quando sono piccolissimo, si sposa. Ma ciò che mi ha fatto notare di più che era passato davvero tanto tempo dall’ultima mia visita, è stato vedere che mio fratello comincia ad essere un ragazzino e che, molto probabilmente, la prossima volta non sarà più un bambino. È questa la rinuncia più grande che sto facendo vivendo lontano, ma anche se non riesco ad essere sempre sul pezzo riguardo gli aggiornamenti delle persone con cui sono cresciuto, sono consapevole che sono in giro a cercare di scrivere la mia di storia, e quindi non mi pesa.

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A casa sembrano essersi abituati, finalmente, al fatto che non abito più lì’ e mi sono sentito un ospite, seppur trattato troppo bene. E anche per me è stato diverso: per la prima volta mi sono sentito veramente di passaggio. Credo dipenda dal fatto che nell’ultimo periodo ho vissuto in una città che mi piace tantissimo, con tutto il rispetto per ciò che significa per me Pavia, e quindi l’ipotesi di vivere lontano da dove sono nato e cresciuto adesso è qualcosa di concreto, non solo una possibilità. Sento chiaramente un legame con quei posti, ma di parentela; geograficamente parlando non mi sono ancora innamorato, non di un posto solo, motivo per cui mi piacerebbe continuare a viaggiare.

Un giorno prima di capodanno ero di nuovo in viaggio. Mi restano tanti abbracci (i più belli sono due, nei quali più che la forza della stretta ho sentito l’abbandono della fiducia), qualche “torna presto” e la speranza che la prossima volta più che in vacanza sarò in ferie.
Mi sembra impossibile che sia passata meno di una settimana da quando sono tornato a Porto, qui il tempo ha un ritmo più lento, anche se non ho avuto l’agenda fitta come in Sicilia.
C’è stato Capodanno, una piccola perla. Mi aspettavo una cena e un festino a casa, ma non abbiamo organizzato nulla e a mangiare eravamo in tre. Dopo sono arrivati i vicini e qualche amico, abbiamo iniziato a bere e poi siamo andati prima della mezzanotte nella piazza principale, davanti al municipio, per vedere i fuochi d’artificio.
Quella piazza pienissima (basti pensare che tutte le persone che ho conoscevo a Porto erano lì e non ho incontrato praticamente nessuno) i brindisi e i “salute” in tante lingue diverse, li porterò per sempre con me.
Per Sant’Agata c’è più luce guardando in alto, ma se mi cerchi in una folla di quelle, mi puoi trovare subito: io sono quello che da le spalle ai fuochi d’artificio per guardare le espressioni delle persone.
Ero felice, lì in mezzo. Ho provato a spiegarlo, qualche giorno dopo, a un’amica che mi chiedeva cosa mai, ma senza grande successo. Riuscivo quasi a toccare tutte le aspettative della gente col naso all’insù, la loro speranza: chi se ne frega se il capodanno è solo un giorno e in fondo cambia solo una cifra nella data; chi se ne frega se è una festa comandata, o se conoscevo solo quelle 6-7 persone che erano con me, mentre non so nulla di tutti gli altri. È stato un momento perfetto. Ho fatto una promessa a me stesso in quella piazza (non proprio una promessa, una sorta di “sarebbe bello se”), ma la tengo per me.

Ho fatto tantissime foto, ma mentali, e non ho il cavo usb adatto

Ho fatto tantissime foto, ma mentali, e non ho il cavo usb adatto

Ora invece ci sono gli esami, qualche capitolo della tesi da mandare, una lunga serie di incombenze e di scartoffie relative alla partenza imminente, ma la cosa che mi colpisce di più è un’altra.
Praticamente da quando sono atterrato, vedo la città con occhi diversi. È una cosa che mi era già successa lasciando Catania, mentre a Pavia l’arrivederci era troppo scontato e non è successo nulla. C’è un messaggio costante, lungo le strade e negli azulejos dei palazzi e delle chiese, diverso da quello dei primi mesi in cui tutto era bello perché nuovo e diverso. È un messaggio più nostalgico, malinconico. A Catania era “non andare” chiaro e tondo, detto senza parole, arreso come quando capisci che stai perdendo una persona e che non c’è più nulla da fare.
Non ho ancora capito cosa mi sta dicendo Porto, mi sorprende essermi affezionato così tanto in così poco tempo. Ma probabilmente quello che sento è un’altra voce, che mi tira e mi dice di andare. Più precisamente:

“Sal, we gotta go and never stop going ‘till we get there.’
‘Where we going, man?
‘I don’t know but we gotta go”

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