Fifteen days and you will be in Italy

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Uno dei miei propositi per l’anno in corso da un po’ era di scrivere un po’ più regolarmente. Non per dovere verso qualcosa o qualcuno, ma per il fatto che trovando un po’ di regolarità e costanza in una cosa che mi piace fare, forse sarei riuscito a farle passare per osmosi sulle altre attività che mi annoiano o che comunque mi stanno dando qualche grattacapo.
Sono certo che non farei una bella figura nel quantificare l’entità della scadenza periodica che mi ero auto-assegnato -spero che si capisca strada facendo, dalla cadenza dei post successivi-, basti sapere che questo è l’ultimo di una lunga serie di incipit, visto che sono successe diverse cose tra una volta e l’altra in cui ho pensato di avvicinarmi alla tastiera. Tra l’altro questo inizio ricorda incredibilmente l’inizio dell’ultima volta che ho scritto, ma non è colpa mia, è la mia vita che è complessivamente in ritardo: ad esempio entro un paio di giorni riceverò la grossa parte mancante della mia scolarship, a circa due settimane dal mio ritorno in Italia.

La notizia della borsa di studio e quella della data del mio ritorno sarebbero stati due eventi di cui non avrei potuto parlare se avessi scritto prima. Fa uno strano effetto avere due certezze, una temporale e una che chiameremo logistica, proprio alla fine del viaggio. Al di là della relativa serenità che può dare non dover inventare modi per pagare le spese, devo dire che questo eccessivo ritardo, anche se estremamente noioso, alla fine dei conti mi permetterà di tornare a casa con una cifra sufficiente ad affrontare con un po’ più calma il mio ri-ambientamento a Pavia (altra notizia flash: ho trovato anche casa, grazie ad una combo letale di determinazione e colpi di culo). Pavia è una realtà che conosco abbastanza bene, ma dovrò ripartire quasi da zero per quello che è l’ultimissimo capitolo, l’epilogo della mia carriera universitaria, successivo a questa fase in Portogallo, che nel mio immaginario è stata battezzata “il gran finale” (o “o Grand final” da leggere con accento lusitano) fin dal giorno in cui ho letto “Porto” dopo il mio numero di matricola nella graduatoria Erasmus.
Ci sono tanti interrogativi e tante x che ancora a volte mi impallano un po’, ma è anche vero che piano piano arrivano delle certezze.

L’ultima volta inoltre ho parlato del fatto che avevo come la sensazione che Porto volesse dirmi qualcosa. Porto continua a sussurrare, a passare attraverso piccoli dettagli, colori, sensazioni e piccole cose che so già adesso che mi mancheranno.
Io ho questo pregio-difetto di prestare attenzione-barra-fissarmi con i particolari. Dettagli stupidi e insignificanti che per me identificano cose, luoghi e persone molto più delle caratteristiche evidenti. È un tipo di attenzione che adesso mi viene quasi naturale, non ne sono pienamente consapevole e avviene a livello subconscio: c’è un infinito elenco di piccole cose che passa in automatico e se non mi stupisco più è perché ho capito che molto probabilmente il messaggio che Porto sta cercando di darmi è “non andare” o più semplicemente un rassegnato “è stato bello”.
Hanno un sapore agrodolce, gli ultimi giorni: c’è la voglia di passare insieme un po’ di quality time, la consapevolezza costante che tutto questo sta per finire, la pressione delle ultime cose da sistemare. A casa mia c’è un ragazzo che non vede l’ora di tornare a casa, perché ha nostalgia e ha un botto di cose che vuole fare lì. Scherza con me perché io invece vorrei allungare questi ultimi giorni il più possibile e non voglio tornare. Ogni volta che mi incontra in cucina mi rende partecipe del countdown: “Daniele, x days and you will be back in Italy”. Io sorrido e faccio la parte di quello che se la prende, ma tutte le mie conversazioni sono impostate su questo concetto di scadenza imminente.

Prima di andare in Sicilia per Natale ho comprato una bandiera per farmela firmare, l’ho comprata così presto perché una delle mie coinquiline partiva e non l’avrei più trovata al mio ritorno a Porto. La tengo spesso con me, perché vorrei che le firme e le dediche coprissero i colori del Portogallo, e vorrei portare un pezzo di tutti.
Però va bene così, nonostante la malinconia. So che porterò molte più persone di quelli che firmeranno la mia bandiera e so che i ricordi arriveranno da cose piccolissime: come la sabbia di Matosinhos che ogni tanto ancora viene fuori dal mio zaino; come quella canzone che a me non piace, la mettono sempre nei locali, e nella mia mente è cantata da una voce diversa da quella della versione originale (ci ho messo tantissimo per capire che la voce che ricordavo era quella di una lettone/lituana con cui ho ballato una sera a Ottobre).
Ancora, a distanza di anni, sorrido quando prendo con fare infantile una tazza con tutte e due le mani per bere, o quando vedo qualcuno che lo fa, ed è un ricordo siciliano. Quindi c’è la concreta speranza che riesca a richiamare tutti questi granelli di memoria, anche quando sarò lontano da qui, grazie a dettagli apparentemente insignificanti e a collegamenti irrisori.

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