Se avessi una coda

“when you own the world you’re always home”

C’è questo verso di una canzone dei Queen of the stone age che mi gira in testa da mesi.
Sono sempre la stessa persona che ha scritto qualche anno fa, prima di partire: Per quel che riguarda la nostalgia sono fatto al contrario: a me manca stare lontano da casa.
Per cui “Quando possiedi il mondo sei sempre a casa” cade con la perizia di un abito sartoriale su questo mio ultimo periodo. Il periodo della trasferta dalla trasferta e del successivo ritorno in Italia. Il periodo che vede all’estero una buona fetta delle persone che ho conosciuto all’università nei mesi precedenti al mio viaggio in Portogallo e che vede sempre più amici, più o meno stretti, imbarcarsi nel viaggio nel mondo del lavoro. Senza considerare tutte le persone con cui sono cresciuto, che continuano a cercare o a trovare fortuna dall’altra parte dello stivale, quella bellissima e un po’ sotto la punta che ho lasciato ormai due anni e mezzo fa. O ancora quelle che ho conosciuto in Portogallo, miei futuri ospitanti per i prossimi x viaggi.

Il succo di una frase di questo genere è che se i tuoi affari sono abbastanza a posto, o se stai prendendo il necessario dalla vita, “you’re always home”, sei sempre a casa. E questa forte consapevolezza da un lato mi trasmette una certa tranquillità, del genere “io speriamo che me la cavo” (frase che potrei mettere con una r del marchio registrato su un eventuale biografia, visto che in qualche modo ne sono sempre uscito dai casini piccoli e grandi), che toglie il “dove” dalle variabili di preoccupazione per gli sviluppi futuri; dall’altro invece mi presenta la meno esaltante prospettiva futura di non sentirmi mai davvero a casa, da nessuna parte, per merito/colpa delle mie capacità di adattamento. Insomma ho come il sospetto che non troverò tanto facilmente l’occasione di fermarmi, in senso esageratamente lato, per quanto ne cominci a percepire la necessità. C’è di buono che ho capito alcune cose su di me in questi anni: la prima è che se ci fosse un lavoro che ti consente di cambiare città ogni sei mesi, senza doversi perdere troppo in noiosi dettagli logistici tipo “dove trovo i soldi”, quello sarebbe il mio lavoro ideale, la vocazione che tanto invidio a tutte quelle persone che dicono “da grande voglio fare” con la stessa convinzione dei bambini che vogliono fare i calciatori (ma i bambini vogliono ancora fare i calciatori? un altro mestiere in voga ai tempi dell’asilo era “il poliziotto che cattura i cattivi”); se riesco a non fare troppe cose alla volta, vivo meglio (e finalmente, per fortuna, questa doppia vita sembra davvero agli sgoccioli)

Ecco…questo doveva essere un breve incipit per introdurre un intervento per me poco impegnativo, ossia riportare una serie di osservazioni che ho raccolto in un file di word mentre ero via, nello stile dei miei primi interventi di questo blog. Una cosa che doveva impegnarmi poco, per non distogliermi dalle fatiche, immense fatiche, che dovrei fare su un altro importantissimo foglio di word, che penzola affilato sopra il mio cozzo (non avendo l’autorità letteraria e il menefreghismo di Camilleri nell’usare termini siciliani, sono costretto a linkare una traduzione del termine che ho appena utilizzato, ché proprio non avevo voglia di scrivere “nuca”). E invece questa parentesi sembra essere parecchio più grande di un semplice incipit o di una cornice.
Ma tu vatti a fidare tu di una canzone che si intitola “se avessi una coda” e delle supposizioni di una persona che ha sbagliato file di word da aprire.

go faster

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