P come…

Affrontare i tuoi punti critici, le tue debolezze
Comincio da questo consiglio che ho ricevuto in questi giorni in cui sto spammando il mio curriculum in maniera più molesta dei pr di facebook, iniziando finalmente a sostenere qualche colloquio ed esplorando, infine, l’affascinante genere letterario delle lettere di motivazione.
Parto da qui perché mentre pulivo (dopo secoli) la tastiera del laptop, ho danneggiato irrimediabilmente due tasti che non riesco più a rimontare correttamente. Uno è l’apostrofo (o il punto interrogativo), l’altro è la P. E siccome non ha senso incazzarmi e sfasciare tutto (anche perché ho rotto lo schermo non più di venti giorni fa), tanto vale affrontare i propri problemi e trasformarli in punti di forza (come direbbe un buon membro dell HR) e riassumere i miei ultimi giorni partendo da una serie di parole che iniziano con la lettera P.

P come “Permesso, mi scusi”
Uno dei maggiori indici di civiltà di un popolo è come questo si approccia alle file, alle code. Passiamo, per intenderci, dal minimo di una qualsiasi fila italiana (ad esempio la massa informe che si accalca per entrare in una discoteca) al massimo degli inglesi in fila per entrare in un club o per salire sull’autobus (o alle file per il taxi a Linate).
Ecco, avrei voluto un periodo più civile, per gestire il post laurea. Un lavoro con cui pagare le spese e nel frattempo cercare IL lavoro per cui ho studiato, una relativa tranquillità economica per questo periodo di curriculì curriculà – anche perché qui a casa sono assolutamente di passaggio e vorrei sapere quanto prima quale sarà la mia prossima meta, non sia mai che io debba pagare una caparra e restare nell’attuale appartamento in cui vivo.
E invece no.
Il giorno in cui sono andato a prendere i soldi al vecchio locale, capendo che dovevo cambiare posto di lavoro al più presto per non finire incastrato in una situazione in nero affatto conveniente, è stato lo stesso giorno in cui ho rotto lo schermo del laptop, che si è aggiunto alla non breve lista delle cose da sistemare, considerando anche il fatto che ho rimediato con uno schermo fisso, con le relative conseguenze.
Ho avuto quindi un paio di giorni critici, in cui c’erano decisamente troppe x che si ammassavano disordinatamente e maleducatamente per essere gestite, ma per fortuna ho subito trovato un altro ristorante (fossi così fortunato con le società come lo sono con i locali da quando sono tornato dal Portogallo, starei già lavorando in giacca e cravatta da qualche parte). Si tratta di un punto di partenza, ma ci sono ancora tante incognite da risolvere.
Tutte assieme, come piace a me.

P come Prove tecniche di Pendolarismo
Complice la masnada di cvs distribuiti al Porte Aperte alle imprese, ho finalmente cominciato a fare qualche colloquio. Ho fatto quattro trasferte in cinque giorni, da giovedì a lunedì, calandomi appieno nella dimensione del pendolare, scenario assai probabile qualora dovessi iniziare  a lavorare a Milano, continuando a far base a Pavia.
Sono state trasferte brevi, il posto più lontano è stato Brescia (e non per motivi di lavoro), e va detto che a me piace molto viaggiare in treno. Però ho fatto caso ad alcune cose che mi erano sfuggite quando gli spostamenti erano una tantum:
– Vestire il completo trasforma il mio carattere più radicalmente della maschera del film The Mask. Appena sceso dal treno e poi in metro avevo un passo esageratamente veloce, mi avventuravo in slalom tra le persone, maledicendole segretamente perché colpevoli di camminare “troppo piano”, di non dividersi in gente ferma e gente in movimento nelle scale mobili, o di non dividersi per andatura lungo le scale e i corridoi, e reggevo a malapena la gente non rapidissima a fare il biglietto all’automatico. Credo che molto dipenda dal fatto che al primo colloquio sono arrivato in piazza San Babila alle 2 quando l’appuntamento era appunto alle 2, ma temo che sia proprio la combo giacca&cravatta a rendermi così.

fatemi passare, lumache!

fatemi passare, lumache!

– (corollario) la gente è davvero impedita nel fare i biglietti. Che abbia fretta o no, che stia per prendere il treno per andare a trovare parenti o per andare a fare il colloquio, la persona (o LE persone) che deve fare il biglietto prima di me è sempre un individuo che non ha mai visto un touch screen o una biglietteria automatica. Il massimo è stato raggiunto a Brescia, dove il signore prima di me ha prima fatto due biglietti (uno per lui e uno per l’amico che è apparso accanto a lui quando era il suo turno più magicamente dei vucumprà con gli ombrelli alla seconda goccia di pioggia), poi ci ha ripensato, ha fatto il biglietto al suo amico, che è scappato a prendere il treno, e infine ha fatto il suo. Lasciando a me 5 minuti scarsi per fare il biglietto, trovare il binario e salire. Si potrebbe pensare che avesse fatto questa manovra perché avrebbero dovuto prendere due treni diversi, invece li ho trovati seduti uno accanto all’altro quando sono salito anche io. Cose strane.
– La gente sul treno ha l’abitudine di prendere il posto su cui poggia il suo culo e uno (se non due) posti in più per poggiare le valigie, la giacca o la borsa. Ho capito che non arrivate al vano dei bagagli, ho capito che siete antisociali, ma allora prendete la macchina.
– Ma devo dire che nonostante tutta questa umanità bislacca ed evitabile, ci sono anche degli angeli custodi che, pur non sapendo dove devo scendere, mi salvano svegliandomi quando si arriva alla mia stazione. Sì, perché io ho una particolare predisposizione a prendere sonno quasi istantaneamente nei mezzi di trasporto, lo sanno bene i miei amici che in Irlanda, nel lontanissimo 2002, infilavano cannucce e pezzi di carta le volte in cui mi addormentavo con la bocca aperta.

P come Porto
La sindrome del post erasmus sta cominciando a farsi sentire prepotentemente. Non appena ho finito con l’uni, sistemato la faccenda locale e avuto la testa un filino più sgombra, ho cominciato ad avere botte di nostalgia incredibili. Per l’atmosfera, per la compagnia, per il posto.
Ieri sera ho visto un paio di foto dei miei vecchi coinquilini, della cucina con i muri completamente riempiti di dediche. L’ho mostrata al mio capo, eravamo ormai vicini alla chiusura, e poi mi sono astratto. Dopo un paio di minuti in cui il mio sguardo era perso nello schermo del telefono, il mio capo mi guarda e mi chiede ” ma tu che ci fai ancora qui? si vede da lontano che vuoi ripartire.”
Nemmeno Catania mi è mai mancata così, ma sono consapevole che non è tanto Porto a mancarmi quanto l’esperienza, anche perché troverei un ristrettissimo numero delle persone che hanno reso speciali quei 5 mesi, sarebbe completamente un’ altra cosa. Comunque mi manca…. il ritmo di vita, la città che non dorme mai, i gabbiani che dopo un po’ di tempo non sentivo quasi più, la consapevolezza di poter andare al mare quando si vuole, anche solo per vederlo. Per questo sono molto scettico per le prospettive che mi sono state presentate fino ad ora: io voglio ripartire.

P come Pa-via
Questa è una cosa che non avrei avuto modo di scrivere se avessi realizzato questo intervento quando l’ho pensato, ovvero quando ho rotto i due tasti.
Si tratta di una sensazione nuova a cui non ero abituato. O, ad esser precisi, dell’assenza di una sensazione.
Ho scritto più volte che quando tornavo a Pavia, da una breve trasferta o da una vacanza giù in Sicilia, non appena mettevo piede fuori dalla stazione per rientrare in città, sentivo una confortante sensazione, come una voce interiore che sussurrava il termine “casa”.
Probabilmente dipendeva tutto dal fatto che ero molto contento di trovarmi qui, di fare questa esperienza e dal fatto che in un certo senso mi sentivo al mio posto.
Come si sarà sicuramente già capito dall’ampio uso del tempo imperfetto, è una sensazione che non mi appartiene più. Mi sono quasi sentito fuori luogo, un estraneo, e se questa sensazione arriva ora e non nei momenti in cui il rigetto per Pavia avrebbe dovuto essere molto più alto (leggi: ritorno da Porto) significa che in qualche modo la mia avventura volge al termine e che lo sceneggiatore che scrive i miei giorni ha in mente una nuova location per il prossimo capitolo, che spero di scoprire presto anche io.

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2 risposte a P come…

  1. Laura ha detto:

    Ho in mente alcune tue dichiarazioni più che compromettenti in merito all’argomento “Cravatta”

  2. Pingback: I giorni prima del Go-live e l’approccio PP | Daniel's

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