Etna calling

In teoria avrei dovuto scrivere quest’insieme di impressioni a caldo, ancora scottato dal sole di Sicilia, invece mi trovo qui a raccontare dopo un po’ più di una settimana dal mio ritorno a Pavia, che già gli eventi da narrare sono cambiati.
Forse è il caso che trovi quanto prima un buon compromesso tra la necessità di scrivere – che sta evolvendo naturalmente verso pensieri “a freddo”, decantati, un po’ più ragionati e distanti, mentre prima sentivo il bisogno di fermare gli eventi in una pagina quando si trovavano nel pieno del loro accadere –  e la mia innata abilità nel procrastinare fino a che non ci sono più alternative..
Il motivo del mio preambolo era anche dovuto al fatto che non ho sentito questo immenso bisogno di aprire una pagina word per raccontare, perché forse questi ritorni brevi da emigrato oramai non mi fanno più notizia.

Questa pagina parla di un ritorno alle pendici dell’Etna, di quelli senza grande anticipo o pianificazione, richiamato sì dagli echi del vulcano ma soprattutto da un invito a un matrimonio.
E quindi è giusto iniziare dal richiamo -l’Etna calling, per l’appunto- che si fa sentire fortissimo come prima impressione di questo mini viaggio: appena ho visto che l’aereo non viaggiava più sul mare perché aveva iniziato a sorvolare la mia isola, ho alzato la testa dal libro ricordando che non avevo il posto finestrino. La signora accanto a me non sarà stata contentissima, anche se sono stato molto discreto nello sporgermi ogni tanto per cercare la punta familiare con il suo pennacchio di fumo. Niente, alla fine riesco a vedere il vulcano solo quando arriviamo vicini alla pista, perché l’Etna non entra nell’oblò di un aereo. Vedi una striscia di terra che si alza dal mare e che sale lentamente e che quasi quasi non finisce mai, mentre pian piano si mostra Catania.
Durante questi giorni ho potuto fare un piccolo reboot alla mia testa, un po’ impallata dalla ricerca del lavoro e dall’esercizio dell’arte di arrabattarsi ai suoi massimi storici, proprio come quello che ho concesso a un mio amico che per qualche giorno è venuto a smaltire le sue tossine nella mia casa a Pavia, appena prima la mia partenza.
Come avrò detto tantissime volte, io ho un rapporto molto particolare col tempo: ne nego un po’ l’esistenza per rimarcare il fatto che sia solo un’unità di misura. Questi ritmi un po’ più bassi mi hanno concesso una diversa prospettiva rispetto alle altre volte in cui correvo e basta e la parte del riposo era solo dovuta al cambio di scenario. La prima volta senza correre… sarà stato il digital divide in cui mi sono ritrovato (20 minuti abbondanti per aprire una mail: ma come si faceva prima dell’era digitale?), oppure il fatto che per la prima volta non mi sono sentito come se fossi di ritorno dalla trasferta al nord, ma che la trasferta fosse quella in Sicilia.
Il tempo l’ho notato in un altro modo, ovvero guardando la mia immagine riflessa negli specchi di casa dei miei e trovandomi molto cambiato (e chissà che impressione la prossima volta, quando i miei saranno tornati nella casa dove ho vissuto dai 4 ai 18 anni). In quei giorni ho avuto a disposizione anche altri specchi figurati, dalla somiglianza col mio fratello più piccolo (che in certi momenti sembrava un ologramma di me alla sua età) al fatto che per la prima volta in assoluto non ho acceso il mio amatissimo stereo ( “ciao, sono daniele, vengo da catania e di catania mi manca principalmente lo stereo di camera mia”, quante volte mi sarò presentato così al primo anno?). Non so quante volte possa capitare di trovarsi di fronte alla consapevolezza di essere cresciuto (e se sembra un parolone non mi costa niente scrivere “cambiato” o “diverso”), per me non è molto frequente. O meglio, ho piena coscienza del fatto che sto vivendo l’apice di una transizione che ho iniziato quasi tre anni fa, ma non riesco a guardarla freddamente. Soprattutto perché non si è ancora conclusa e il mio sguardo sulle cose è un po’ confuso dal cambio di prospettive in fieri. Forse anche da questo deriva il fatto che, come dicevo all’inizio, ultimamente preferisco lasciar passare un po’ di tempo per tirare una riga e capire cosa sta succedendo.
Parlando del vedersi diversi e cambiati, del tempo che passa lasciando finalmente qualche traccia, quale occasione migliore di una tua amica di infanzia che si sposa? La principale ragione della mia trasferta, che altrimenti sarebbe stata senz’altro rimandata a tempo indeterminato ( “non so quando torno” dissi criptico a Natale, prima di tornare in Portogallo), era non mancare a questo evento.
E, col senno di poi, sono stato fortunato a riuscire ad esser lì. Non era un momento da farmi raccontare, nemmeno da qualcuno molto bravo, e per lo stesso motivo non mi dilungherò nella cronaca delle nozze. Era importante e necessario esserci ed avere tutto stampato anzitutto nella memoria. Tante cose di quel giorno le terrò con me finché “alzheimer non ci separi”.

Infine un piccolo accenno alle mie letture di quei giorni. Non sono solito leggere biografie, men che meno degli sportivi, ma Javier è il capitano. Non è uno che ti racconta quante donne si è fatto grazie alla fama o quanto è figo anche se non ha vinto mai una champions. È uno che ha fatto sport ad altissimi livelli fino ad oltre i 40 anni, e che è stato il numero uno di sempre, senza alcun dubbio, per quel che riguarda la dedizione e il metodo. Ci sono i campioni che ricevono in dono una tecnica sopraffina, una visione di gioco fuori dal comune, o doti fisiche superiori. E poi ci sono quelli che amano quello che fanno fino al punto da superare i prescelti, i predestinati. E in questo momento della mia vita, in cui ancora non conosco tutti i miei talenti, un esempio così non può che farmi bene.
 “Nella vita c’è sempre tempo per tutto, ma dobbiamo saperlo trovare, il tempo, aver metodo, non lasciare che la vita ci sfugga via in fretta senza che ce ne accorgiamo
Ci vuole metodo e soprattutto pazienza, applicazione. Capitano, qui non si molla.

solo un capitano

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