L’appeso

Passare Agosto a Pavia non fa più nemmeno notizia, visto che siamo al terzo su tre.
L’esperienza è meno traumatica di quanto potrebbe sembrare: non c’è l’ira funesta del primo anno, generata forse dal panico conseguente al brusco passaggio da giornate intensissime di 19-20 ore al vuoto del mai sperimentato “nulla da fare”, che mi fece perdere una persona a cui tenevo e versare fiumi di parole in questo posto, ma soprattutto altrove; non c’è nemmeno l’eccitazione dell’attesa dell’Erasmus, che coprì con una mano di verde e una di rosso la noia e le giornate del secondo agosto, un anno fa.
C’è un’attesa diversa, inedita e più indefinita, che mi tiene sotto un vuoto di cui non ho più paura. Forse è questa la vera notizia, visto che tempo fa, come unico elemento di una lista di buoni propositi di quelle che si scrivono o si pensano il primo dell’anno (probabilmente il primo di gennaio dell’anno scorso) scrissi secco: “quest’anno vincerò la mia paura del vuoto”.
Mi ha sempre lasciato in profonda difficoltà il vuoto in tutte le sue forme ed espressioni: nelle persone, nei concetti, nelle conversazioni, nella musica o in altre espressioni del sentire, e soprattutto nei periodi di tempo, in quelle che si è soliti chiamare fasi esistenziali . Quasi sempre riesco a far finta di niente, mascherando il disagio dietro a un sorriso, cambiando argomento o sostenendo la conversazione anche se col minimo interesse. Altre volte mi irrigidisco fino a dovermi sforzare per continuare a respirare.
Meglio tardi che mai, come piace a me, il momento in cui tutte le domande sul mio futuro professionale e geografico si sono spente nel vuoto delle ferie (degli altri) mi ha lasciato forse un po’ accigliato, ma sicuramente tranquillo. In questo momento avaro di certezze, questa è una sorpresa non da poco.
Quando penso a quello che sto sentendo da un mesetto a questa parte, durante quella che al momento è la mia attività principale (ovvero andare ai colloqui), mi viene in mente il tarocco dell’appeso.
In alcune situazioni, non so bene se sia italiano o dialetto, quando diciamo “mi ha appeso” possiamo intendere sia “mi ha dato buca” che “mi ha fatto aspettare”: due concetti che si adattano perfettamente non solo al significato estivo del cliché del Le faremo sapere, ma anche a quelle volte in cui il colloquio sembra essere andato bene e pensi, per così dire, di aver fatto colpo. In quei casi la risposta migliore che ho sentito è ci vediamo a Settembre. Sembra che tra Luglio ed Agosto nulla possa iniziare né proseguire, nelle agende di tutti c’è come un grosso buco in cui è più difficile o addirittura impossibile prendere impegni. Probabilmente il settore del turismo campa su questo buco, ma l’effetto sulla mia storia personale è ben diverso.
Ad ogni modo ho letto che la carta raffigura la punizione inflitta ai debitori, ma che rappresenta altro, cito testualmente un affidabilissimo sito in cui mi sono imbattuto mentre cercavo lumi su questa carta “l’Impiccato è il simbolo dell’iniziazione passiva, mistica: il sapere non si ottiene attraverso la ricerca attiva, lo studio, la sperimentazione, come è d’uso qui, in Occidente, ma all’orientale, rimanendo immobili, disponibili alla ricettività e all’ascolto”.
Effettivamente in questo momento non c’è molto da fare: l’80% dei cv che manderò in questi giorni verrà letto dopo le vacanze, la quasi totalità dei processi di selezione in cui sono coinvolto idem (perché la dottrina del le faremo sapere tende a non prevedere notifica in caso di risposta negativa o di interruzione della selezione). Pertanto mi ritrovo a guardare questa noiosa calma piatta, che qualche tempo fa mi avrebbe terrorizzato, con un certo distacco.
Il rovescio della medaglia di questo distacco è la sensazione di aver un po’ perso la cognizione del tempo. In men che non si dica mi troverò a settembre, in un mese che spero si riveli intensissimo, stressante, ma soprattutto risolutivo. Lo vedo scorrere come una corda su una carrucola, la quale è trascinata a velocità folle da un grosso peso che non so dove cade. Fermarla del tutto è molto più difficile del chiudere in maniera sensata questa metafora, a dire il vero è impossibile per definizione. Ma anche provare a rallentarla è proibitivo, considerata la velocità che gli ho fatto prendere nella più rosea delle ipotesi riuscirei solo a farmi sanguinare le mani nel goffo tentativo. E così è frequente che le giornate mi scappino di mano senza che io abbia una risposta dignitosa alla domanda “che hai fatto oggi?”
Senza dubbio è richiesto un cambio di prospettiva, di quelli che possono capitarti guardando le cose a testa in giù, per risolvere il problema e al tempo stesso concludere questa strana metafora. Forse dovrei solo riuscire a prendere questa benedetta corda al volo, senza farmi troppo male, e invece che tentare di rallentarne l’incedere, dovrei piuttosto tenere salda la presa e lasciarmi portare.

l'appeso

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