Tutto molto Dobra

Mi chiedo spesso se sia possibile dividere la vita in capitoli distinti o se non si tratti solo di un artificio, applicabile principalmente alla narrazione e alla memoria in una fase.
Nella vita reale è raro che il passaggio da una fase all’altra sia tanto netto quanto lo stacco bianco della carta tra un capitolo e l’altro di un libro (o lo schermo nero che c’è tra un episodio e l’altro di una serie); ma a pensarci bene è una tecnica abbastanza visibile anche nella narrazione stessa, quella di lasciare delle questioni insolute alla fine di un capitolo come se fossero dei semi di quello successivo, un po’ per tenere alta l’attenzione e un po’ per dare agli eventi narrati una forma più scorrevole e, appunto, verosimile.
Ciò nonostante mi ritrovo a legare la chiusura dei miei capitoli ad alcuni eventi e a trasformare questa abitudine in una sorta di superstizione, che mi vede pronto ad andare avanti solo a determinate e personali condizioni. Dipende in parte da alcuni stati mentali che si sono liberati quando ho effettivamente chiuso alcune pagine (e qui dovrei stare a raccontarvi i cazzi miei molto più di quanto non lo stia facendo adesso) e si manifesta in alcuni piccoli vezzi di cui non riesco a liberarmi: ad esempio io odio buttare/perdere/disfarmi di una penna prima di averne finito l’inchiostro (e solitamente, dopo, la conservo con le altre finite). 

La ragione di questi discorsi va cercata in due fatti:
1 recentemente ho chiuso buona parte degli ultimi tre anni in pacchi da mandare in Sicilia, ma non ho potuto approfondire la questione (né spedire le suddette scatole) perché  contestualmente dovevo preparare uno zaino (spoiler)
2 ho deciso di finire di leggere un libro che avevo iniziato durante il mio primo anno qui, perché nel non averne terminato la lettura ci vedo qualcosa di sbagliato con la chiusura del mio ciclo a Pavia. (Piccola parentesi sull’”Uomo senza qualità” di Albert Musil: si può disperdere quello che vorresti raccontare in oltre 1700 pagine? Si corre il rischio di parlare a vanvera, di sproloquiare, e di diluire le considerazioni degne di nota in un mare di pagine e di personaggi di cui avresti volentieri fatto a meno (se pensate che lo stesso discorso si possa applicare anche a queste pagine, chiudete subito il vostro browser: siete delle brutte persone). Comunque, al di là delle considerazioni sul periodo descritto e sulla natura dello spirito della verità e dell’intelletto eccetera eccetera, questo libro riassunto in pochissime parole è la storia di un uomo che tutto vuole e nulla stringe, ma che forse tutto stringe e nulla davvero vuole. E qui i parallelismi li metto io. )

Probabilmente sarebbe stato il caso di approfondire quest’incipit e dargli più spazio, ma mentre cominciavo a ragionarci su ero sotto l’effetto dell’adrenalina pre- partenza, chè la vacanza in Portogallo era troppo lontana, quella in Sicilia era stata troppo breve e io avevo di nuovo bisogno di staccare la spina.
Gli ingredienti di questa partenza-lampo in direzione Varsavia sono stati l’assenza di attività sul fronte colloqui per quasi tutto agosto e l’invito di una mia cara amica Erasmus, mentre l’obiettivo, dichiaratissimo, era quello di ricaricare le batterie (possibilmente non solo con dell’ottima vodka). E quindi via, direzione Modilin, un aeroporto ricavato realizzando un immenso spiazzo nel bel mezzo di un bosco, e poi alla stazione centrale (dworzec centralny) dove avrei dovuto incontrarmi con la mia ospite, per la prima volta nella mia vita in un paese estero in cui non sono in grado di comprendere una benemerita cippa né della lingua parlata né di quella scritta.
In realtà la media di diffusione dell’inglese è molto più alta che da noi e per fortuna la mia avventura senza un interprete si è esaurita in un paio d’ore. Eppure  queste sono bastate per dare una bella rimescolata al mio sangue senza radici, che durante questi cinque giorni passati a ribollire ha finalmente pronunciato la domanda che teneva da mesi sulla punta della lingua:
Quand’è che si riparte?

La prima sera ha visto il trionfale ritorno dell’esperanto, croce e delizia di qualsiasi momento di aggregazione erasmus: a casa si parlava l’italiano, l’inglese o lo spagnolo (a causa di alcuni ospiti alla prima cena e in caso di emergenza quando le parole non arrivavano subito) e il polacco.
Il passaggio da una lingua all’altra è stato meno traumatico del previsto, forse perché i meccanismi erano ben oleati da vodka e tequila, eccezion fatta per il polacco del quale conosco solo qualche frase e che quindi mi estrometteva completamente dalla discussione alcuni frangenti.
Per ampliare il mio frasario e cercare di comunicare con le persone che non parlavano in inglese ho scelto di farmi insegnare due frasi che ritenevo strategiche:
– la prima è “io non parlo polacco”, che si pronuncia più o meno niè moviè papolsku, scelta per suggerire all’interlocutore un drastico e perentorio passaggio all’inglese o al linguaggio dei segni. In realtà il trucco per far funzionare  questo approccio era pronunciare la frase male, perché quando veniva detta troppo bene la gente pensava che io non parlassi ma che fossi in grado di capire e quindi continuava tranquilla. In ogni caso non ha funzionato quando ho sbagliato il numero del citofono. Il vicino ha capito benissimo che ero straniero e che ero amico della sua vicina, ma sentiva il bisogno di cazziarmi per aver svegliato lui e la sua famiglia alle quattro del mattino, sebbene fosse certo che non avrei compreso una parola:
– la seconda è “tutto bene”, che si dice in una maniera molto difficile da pronunciare e anche da scrivere.  Doveva servire come segno di cordialità per farmi guadagnare qualche sorriso o pacca sulla spalla, dato che si sarebbe capito sicuro che non ero in grado di parlare. Invece qualche volta l’ho pronunciato troppo bene e mi hanno risposto “tutto bene!”- che si dice dobra- prima di iniziare una conversazione che richiedeva l’intervento della frase uno. 

La frase jolly, sempre buona alle feste era questa qui.

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Si legge come è scritto e sostanzialmente significa “zitto e bevi”. Utilissima e facile da ricordare.
Una delle prime note che ho preso durante il viaggio è stata “non bere mai con i polacchi”. Ma non perché non sia piacevole, è FIN TROPPO piacevole bere con loro, ho conosciuto solo gente apertissima e vogliosa di farsi due risate (e abbastanza ben disposta verso l’Italia e gli italiani) il guaio è che il giorno dopo tu, come un normale cristiano, avrai un hangover della madonna, mentre loro saranno freschi e tranquilli come se la sera prima nulla fosse accaduto.
Comunque sono riuscito a passare dall’estremo disagio del primo hangover al vaneggiare di aver diritto alla cittadinanza quando, la penultima sera durante un matrimonio, ero ancora in piedi dopo ore di vodka.
Sì, ho scritto bene, al matrimonio. Credo che tutti prima o poi ci dobbiamo imbucare ad un matrimonio e io ho fatto il mio esordio da bravo imbucato internazionale, facendo il +1 per una delle ragazze che mi ospitavano a Varsavia. Ci sarebbero una marea di cose da raccontare di quella giornata: dal funerale della mattina stessa allo sbalzo di vedere un numero simile di persone felicissime a distanza di qualche ora in un altro punto della campagna polacca; dalla festa infinita (dalle sette di sera alle quattro del mattino a bere, mangiare, ballare e cantare) a tutti i trucchetti della tradizione culinaria del luogo che altro non sono che metodi per allontanare la sbornia (ho notato una sospetta passione per le zuppe, tutte buonissime e molto tecniche); dalla signora del catering che sbucava dal nulla con una cesta di vimini piena di bottiglie ghiacciate al conto perso dei “nasdrovie” pronunciati quella sera… dovrei parlare degli scambi di persona un po’ imbarazzanti e divertenti, delle canzoni di cui non sapevo una parola ma che alla fine cantavo lo stesso (a Porto avevo già fatto questa esperienza ad un karaoke).
Dovrei insomma scrivere un racconto come si deve, solo per questa festa.  Ma ho lasciato passare troppo tempo da quando sono tornato e soprattutto credo sia meglio lasciare che tutte queste cose si conservino disordinate nei miei ricordi piuttosto che in un resoconto dettagliato, non potevo mica passare tutta la festa su un block notes o sul telefono! E poi non sarà un problema visto che già mi vedo a iniziare un discorso con “quella volta a un matrimonio in Polonia…”.
Sono stato comunque a una festa genuina e per quanto mi sono divertito, racconto o meno, difficilmente la scorderò.
In estrema sintesi, tornando all’immortalità di questo popolo, sulla strada verso casa ero convinto che, dopo un matrimonio polacco, il fatto che stessi camminando sulle mie gambe fino al pullman, e poi dal pullman al taxi, e poi dal taxi al mio letto senza svenire, dopo una nuotata tra le più intense rapide di vodka che avessi mai visto, sarebbe stata una delle mie avventure più memorabili. E invece l’euforia è stata ridimensionata nel tempo di una dormita. Il giorno successivo, parecchio dopo l’ora di pranzo, quando mi sono alzato sconvolto come se mi avesse investito un tir, ho potuto constatare che la mia resistenza era solo l’ entry level: c’era chi aveva continuato a bere sul pullman (mentre io dormivo come se fossi stato in piedi per giorni) e il giorno dopo alcuni erano andati a lavorare, la mia amica aveva già sistemato tutta la sua casa e suo fratello era andato a fare un torneo di calcetto. Chapeau.

Io invece la notte dopo ero già su un taxi per l’aeroporto.
Mi resta un’impressione fugace e sicuramente da approfondire di una grande città, vivissima, orgogliosa (avrò sentito e letto “Warsaw upraising” un centinaio di volte in cinque giorni) e testarda (è stata ricostruita tale e quale com’era anche se i tedeschi l’hanno distrutta quasi del tutto durante la guerra) anche se, forse, un po’ grigia.
Mi resta qualche illuminazione assolutamente casuale (una serie di eventi che mi ha portato ad un certo stato d’animo, durante il quale mi è venuta in mente una canzone, il cui testo – prima di allora sempre ignorato – mi ha detto alcune cose che ancora non avevo visto bene) e soprattutto qualche grosso interrogativo:
In quante parti si può dividere un cuore? A quante persone puoi lasciarne un pezzetto? Oppure: verso quanti posti alla volta si può sentir la saudade?

Lo scopriremo tra qualche altra manciata di briciole.

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