La misura è colma

Ho perso il conto di quante volte ho spiegato ai diversi interlocutori, magari con parole diverse, che questo è un periodo di transizione: la casa, il lavoro, il computer e il sistema operativo (se fossi un nerd le avrei messe per prime) e tutta una serie di piccoli grandi cambiamenti che capitano una volta ogni morte di papa. I miei periodi esistenziali sono facilmente riassumibili nei ritornelli che arrivano in risposta alle domande di circostanza “come va?” “come stai?” e “che mi racconti?”, soprattutto quando mi si lascia un po’ di spazio in più per rispondere qualcosa di diverso dal solito “bene grazie”. La media delle risposte solitamente è una buona fotografia di quello che mi sta succedendo. Cambiare non mi spaventa né mi stressa più di tanto: ad esempio è la terza casa che cambio da quando sono tornato da Porto, sicuramente non sarà l’ultima. Parafrasando una vecchia canzone di Irene Grandi, che si sentiva sempre quando ero bambino, e aggiungendo una variazione portoghese come piccolo tributo alla mia sempre latente saudade: Io vivo em mudança da una vita, o per lo meno da quando ho lasciato Catania. Pertanto si potrebbe anche dire che ci sono abituato e che riesco a tenere assieme tutti i pezzi, mantenendo la calma quasi di fronte a tutti.
La cosa che mi stava stressando invece era l’attesa del lavoro. Tempo fa ho scritto su queste pagine che da bravo cacciatore avrei stanato la preda, aspettando il momento giusto per colpire. Ho resistito alla palude di immobilità di questa estate; rinfrancato dalla vodka di una vacanza in Polonia, ho guardato con fiducia a Settembre, che a quanto pare non è il mese di inizio solo a scuola o all’università; e non ero stato ancora abbastanza bravo o fortunato da iniziare il cambiamento più importante di questa fase di transizione. E invece tutto sta partendo. Lunedì inizia un nuovo gigantesco capitolo al quale mi preparo da non so quanto tempo. Come tutti i cambiamenti di questo genere, è arrivato appena sono giunto al limite di sopportazione, o forse anche un po’ più in là. È stato strano in questi mesi dismettere la doppia vita dello studente/lavoratore per calarmi (quasi) completamente nelle vesti del cameriere. Soprattutto perché per un bel pezzo nelle mie giornate non c’è stato altro, dato che la ricerca del lavoro è un’occupazione tra le più noiose che esistano. Eppure, anche nei momenti più grigi, quando tutto sembrava lì lì per non finire più -o per non iniziare mai, secondo i punti di vista- sotto sotto, da qualche parte, io ero sereno.
L’ho detto l’altra volta che credo moltissimo nei segnali e che molto spesso scriviamo senza accorgercene delle profezie che si avverano da sole. In questo caso mi va di parlare di un tubo vuoto di Pringles che ho iniziato a riempire, dal mio primo giorno di lavoro nell’ultimo locale in cui sto ancora lavorando, con un tappo a servizio, di birra o di vino. Un bel giorno, quando ho iniziato a fare la spola Milano – Pavia più regolarmente a causa dei colloqui, ho pensato bene di mettere anche i biglietti dei mezzi che prendevo per andare a cercare un lavoro. Più o meno quando il tubo era pieno per metà, quasi scherzando ho pensato “quando lo riempirò tutto troverò un lavoro”. Quando nulla davvero sembrava muoversi guardavo quel tubo, sempre più pieno, sicuro che la mia profezia si sarebbe avverata (e quando ho fatto i colloqui con il tubo ancora non pieno sotto sotto non ero tanto ottimista).
Come avevo già detto, questo Lunedì inizierò a lavorare, anche se la proposta di stage mi è stata fatta venerdì scorso. Il mio futuro capo, durante la prima telefonata di lavoro, mi ha detto “nulla accade per caso”.
IMG-1412349248536-VQuesta è la foto che ho scattato il giorno della chiamata da parte delle Risorse Umane, mi sa che il mio nuovo capo ha proprio ragione.

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