IL CIMITERO DELLE PENNE

Non credo di potermi ritenere una persona scaramantica o superstiziosa, ma non posso nemmeno affermare con certezza il contrario.

Mi spiego: recentemente mi è capitato un patatrac che era già stato ampiamente annunciato da presentimenti, ragionamenti e deduzioni, ben prima che degli innegabili elementi probatori mi portassero all’attuale soluzione. Poiché sono dell’idea che bisogna sentire gli eventi, e non solo capirli, prima di prendere una qualsivoglia decisione, nonostante i tentennamenti iniziali, alla fine avevo deciso di lasciare sedimentare ciò che la testa aveva già capito, e a quel punto decidere una volta per tutte se restare o andare via. La situazione era in merda già da qualche giorno (soprattutto alla luce delle ultime rivelazioni), ma il secondo in cui ho capito veramente di essere nei guai è stato quando, a lavoro, mentre prendevo appunti ho finito l’inchiostro della penna rossa.

Come avrò sicuramente già accennato, ho un particolare fastidio nel disfarmi di una penna prima che questa abbia finito l’inchiostro, e quella penna rossa la portavo d’appresso probabilmente dal Portogallo (non è che si usi tantissimo il rosso per scrivere), pertanto vedere il segno sul foglio senza colore è stato il presagio, poi puntualmente confermato, di cambiamenti importanti nell’immediato orizzonte.

Il fatto è che ho la cattiva abitudine, nel bene o nel male, di scrivere per me stesso delle profezie di questo genere. Lo faccio in continuazione: c’è la storia dei tappi di birra, del locale e della ricerca del lavoro; c’è quella volta che volevo scrivermi via una storia da cui non riuscivo a liberarmi e che ha smesso di torturarmi nel secondo in cui ho completato l’ultimo capitolo, ci sono tanti altri piccoli episodi che, se da un lato mi danno una certa soddisfazione nel realizzare che sono l’autore della mia sceneggiatura, dall’altro tendono a gettarmi nello sconforto per la casualità con cui io penso a una cosa stupida e questa finisca per avvilupparsi al mio destino senza chiedermi il permesso o almeno se sia sicuro o no di quello che mi sta per capitare.

Nella fattispecie di questa storia a cui sto accennando, ero a una festa erasmus, più di un anno fa, a ragionare sul fatto che se si uniscono i modi di dire “sì” e “no” in georgiano ne viene fuori un nome italiano femminile e allora mi trovai ad esclamare in inglese “anche daniele, in russo, significa sì e no: da e niet! Come daniè!”. Scherzando, non ricordo tra me e me oppure se con il mio professore di lingue improvvisato, mi trovai a fantasticare di un’unione tra me e un’altra persona il cui nome, come il mio, alludesse all’eterno contrasto tra il sì e il no. Mesi dopo, in maniera assolutamente casuale e scollegata del tutto con quella conversazione, mi ritrovai ad avverare la profezia che avevo scritto a quella festa. Ecco spiegato lo sconforto riguardo alla mia capacità profetica: quello che dico si avvera, ma preferirei avere un ruolo più attivo e consapevole in quella che spesso sembra per lo più un’interpretazione libera dei versi di Nostradamus o qualche criptico vaticinio dell’oracolo di Delfi. Vorrei un tantino più di controllo, e qui il mio tasto dolente è duplice, il desiderio dannifico di controllare quello che mi succede e la sensazione opposta, e rarissima, di abbandonarsi agli eventi perché ciò che sta capitando mi fa stare bene e mi fa smettere di pensare (o rallenta sensibilmente il flusso). Mi piacerebbe ragionarci meglio su queste cose, essere un po’ più cosciente mentre scrivo quello che mi capiterà nei mesi a venire, ad esempio avrei evitato di trovarmi a mio agio con una canzone che si intitola “hurt” nel pensare a questa persona. Sarebbe perfetto avere una sorta di editor, un correttore di bozze, un qualcuno che per esempio in quel frangente mi avrebbe detto “ma Hurt significa ferito? Cazzo Dani ma a che cosa pensi quando scrivi?”. Mi sento prigioniero di quel detto popolare (o era una frase di un libro?) che dice che quando il diavolo vuole fare impazzire (o è Dio che vuole mettere alla prova, non ricordo bene) qualcuno, avvera i suoi desideri.

Questa partnership ormai consolidata sta minando da tempo la mia serenità senza che io sia mai riuscito davvero a prendere il toro per le corna. Tempo fa spiegavo che sarei guarito, in caso di rottura, dalla storia che stavo vivendo senza troppi patemi e sofferenze, piuttosto in fretta. Lo dicevo senza offesa e non per sminuire chi mi stava davanti, sebbene sembrasse il contrario: i contrasti e le cause di rottura erano sempre state alla luce del sole, mai nascoste, e sicuramente mi sarei risparmiato quella fase di struggimento acuto in cui ci si chiede il perché della fine senza avere delle risposte valide.

Quello che ho capito questa volta è che le risposte valide non aiutano per un cazzo: la testa ha dei tempi, il cuore degli altri. Per questo come dicevo all’inizio bisogna sentire, prima ancora che capire, le proprie decisioni.

In realtà quando parlavo di “guarire in fretta” non mi riferivo di certo al tempo. A quello, come è noto, io non credo. So benissimo che non sarà una cosa breve e, per fortuna, penso sapere anche quanto durerà, so già il giorno in cui mi metterò tutto alle spalle, quando avrò spuntato tutte le voci della seguente lista:

  • Terminare un’altra penna (nera, stavolta);
  • Finire di leggere un libro (poco conta che leggerò l’ultima parte in italiano, è peccato mortale lasciare i libri a metà);
  • Riempire 42 pagine, esattamente quelle che mi mancano per completare i due quaderni dove scrivo le frasi che mi piacciono dei libri che leggo;
  • Un racconto, perché ce l’avevo in testa da un po’ e adesso sembra chiudersi tutto alla perfezione. Se me lo dovessi lasciare sfuggire m’incazzo.

Tutto passerà quando saranno evasi i carichi pendenti, quando qualsiasi cosa che potrebbe mettermi in difficoltà sarà lontana e inoffensiva. Potrei quantificare o fare una stima di quanto tempo ci vorrà a completare la lista, considerando una pagina per libro in media (42 libri), due libri a settimana (21 settimane), ma il tempo non è la giusta unità di misura. Potrei impiegarci tre mesi, come sei; mettermi di buona lena per leggere abbastanza, o sabotare i miei propositi e smettere di leggere perché sotto sotto mi piacerebbe lasciare questa porta ancora aperta per un po’, sperando in chissà cosa. Potrei beccare tanti libri che non mi lasciano niente e quindi non riempire mai le pagine, oppure trovare materiale a sufficienza in molti meno libri di quelli che ci vorrebbero.
Raramente la sabbia scorre nelle mie clessidre, anche perché in queste ultime ci starebbe stato benissimo il sangue di chi dico io, di solito è più facile che ci scorra dell’inchiostro.

E così, mentre lavoro di pialla sulla bara del prossimo ospite del cimitero delle penne, spero che anche questa profezia, come le altre, si avveri.

cimitero

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