Facci caso (Parte 1)

Solo coloro che hanno cambiato tante case in poco tempo possono comprendere la fastidiosa sensazione di aprire gli occhi e non capire subito dove ci si trova. Loro e quelli che si risvegliano il giorno dopo di una festa, nel luogo in cui si è tenuta.
Il caso vuole che quella mattina rientrassi in entrambe le categorie.
Fortunatamente la festa era stata organizzata a casa mia, e quella che stentavo a riconoscere era la mia stanza. Nessuna di queste due cose però riuscì a cancellare l’enorme mal di testa causato da una specie di rumore di fondo, una nota che si manteneva bassa e costante mentre il dolore dietro agli occhi, invece, aumentava.
Dopo aver riconosciuto non senza un po’ di sforzo l’ambiente circostante, mi alzai dal letto per mettermi addosso qualcosa. Un lieve tonfo causato dal cadere sul materasso di un braccio, che probabilmente era rimasto poggiato sul mio petto mentre dormivo, mi lasciò intendere che non avevo passato la notte da solo. Registrai la pelle bianchissima e i capelli rossi della proprietaria del braccio, prima di ondeggiare, dare una forte spallata al muro ed uscire.

Arrivare al bagno fu come camminare in una nave nel bel mezzo di una tempesta: il mio equilibrio precario simulava alla perfezione il rollio delle onde e lo scricchiolare delle assi del pavimento di legno completava la scenografia.
Lungo il tragitto incontrai diverse lattine di birra, alcuni bicchieri, due giacche e un tizio seduto con la schiena appoggiata al muro e due bottiglie attaccate alle mani con diversi giri di nastro adesivo. Edward Mani Di Calice stava lì stravolto, eppure vigile, e con le pupille straordinariamente asimmetriche. Sembrava felice della festa e di vedermi, al mio passaggio provò pure a salutare, con il solo ed unico risultato di versarsi altro vino addosso.
Cercando di non inciampare su di lui, mi imbattei su un armadio a due ante, alto almeno venti centimetri più di me, che si frapponeva tra me e la salvezza promessa nel water. L’orco sembrava preoccupato, era troppo attivo per i miei gusti e per l’ora, e mi disse qualcosa che non compresi. Probabilmente era francese, pertanto aspettai che terminasse di ciarlare, prima di abbozzare un english, mate, please, tenendo per me il fatto che non parlassi né avessi intenzione di parlare la sua lingua da frocio, se non altro perché a quel tempo ritenevo deontologicamente corretto evitare di finire in un ospedale straniero dopo un festino di quella portata per motivi diversi dal coma etilico. L’orco mangiarane disse sorrì, e in un inglese stentato e gravato da quell’accento orribile mi spiegò che non riusciva a trovare la sua ragazza. Fu pure sul punto di cominciare a descrivermela ma, cercando di non indispettirlo, per l’evidente ilarità di un soggetto che si presenta a una festa Erasmus con la fidanzata, gli diedi una pacca sulla spalla e gli dissi con affetto quasi paterno che avrebbe ritrovato presto la sua bella. L’orco non sembrava particolarmente intelligente, ma qualcosa nei miei movimenti gli lasciò intendere che avessi l’urgente bisogno di raggiungere un bagno. Si fece da parte, liberando uno spazio esageratamente ampio alle sue spalle, e continuò la sua caccia al tesoro.

Lasciai portar via dallo sciacquone i rimasugli della mia anima, ma fu l’acqua gelata, molto più della catarsi gastrica, a riportarmi nel mondo dei vivi. Ero finalmente del tutto cosciente di quanto mi facesse male la testa. Avevo bisogno di liquidi, di zuccheri, di risalire. Più di tutto avevo bisogno di un caffè.
Sulla strada verso la cucina, passando dalla sala, trovai il proprietario del rumore che mi aveva svegliato: era lo stereo, ancora acceso sebbene scollegato. Ricollegai il jack al mio computer e, preso dall’istantaneo benessere dell’essermi liberato da quel brusio, misi pure una canzone: Do i wanna know, degli Arctic Monkeys, la colonna sonora della casa da quando io ero arrivato lì.

Accompagnato dalla cadenza ritmata della batteria e proprio durante le prime note dell’assolo iniziale, aprii la porta della cucina, ottenendo la vista panoramica su un cimitero di bicchieri lasciati a metà. Se gli alieni del film Signs avessero deciso di attaccare la terra quella mattina gli avremmo fatto il culo, con quell’arsenale.
Ma al posto di impavidi difensori del nostro pianeta¸ la cucina era il ritrovo dei Sopravvissuti, degli highlander della festa, di quelli che, per intenderci, centinaia di anni fa facevano il giro dei campi di battaglia, una volta finito lo scontro, per passare a fil di spada i feriti troppo gravi dell’esercito sconfitto quando non gli andava di far prigionieri. Smaltivano la sbornia della sera prima ridendo e bevendo altra birra.

La scena era magistralmente dominata da Karl, il mio coinquilino tedesco proveniente da una città che non riuscirei a pronunciare nemmeno sotto tortura e in scambio didattico dalla facoltà di ingegneria di Hannover.
Karl, per le sue indubbie qualità in questi contesti e per omaggio alla sua provenienza, era stato presto ribattezzato nella casa “The king of Hangover”. Nessuno lo aveva mai visto stravolto e ci si accorgeva che la sera prima era andato un po’ troppo oltre solo quando, il giorno dopo, alla domanda “come è andata ieri sera?” rispondeva con un vago “non so…ad un certo punto mi sono svegliato sul mio letto”.
Il futuro ingegnere con il GPS incorporato nelle vie biliari, portava con fierezza un cappello giallo da operaio che avevamo trovato al nostro arrivo nella casa e, seduto su uno dei mobili della cucina con un bicchiere in mano, tra le risate generali, raccontava dettagli della festa che gli altri avrebbero visto solo come immagini confuse e sconnesse nei giorni e forse negli anni a seguire.
Il suo pubblico era costituito da una buona parte degli inquilini della casa, più qualche nostro ospite fisso e qualche illustre sconosciuto che si era guadagnato il diritto a sedere con noi sul campo di beer-pong.
Il tono della mia battuta d’ingresso però li fece girare tutti. Dissi che cazzo è sto casino, in italiano e con fare piuttosto minaccioso, facendo preoccupare quelli che lì dentro non mi conoscevano (i miei coinquilini invece, perfettamente al corrente della situazione, erano già pronti a prendermi per il culo a oltranza).
Andreea, la mia coinquilina rumena che vantava più presenze di me alle elitarie adunanze dei Superstiti, lasciò la mano del suo ragazzo per venirmi incontro. Disse lentamente, in inglese, tesoro, stai parlando in italiano, fatti il tuo caffè e torna tra noi, e mi condusse per mano fino a dove tenevo la moka e il caffè.
Mi sporsi in avanti appoggiando la fronte sullo sportello sopra i fornelli, posizione che tengo tuttora ogni volta che lavo i piatti o faccio qualcosa in cucina, e cominciai a preparare la caffettiera ad occhi chiusi. Chi non aveva mai visto osservava rapito, i miei amici invece scuotevano la testa, avendo visto quella scena diverse volte, e sorridendo dell’italiano che al mattino non si ricordava l’inglese prima di aver preso il suo caffè.
Dopo aver chiuso la moka e, sempre ad occhi chiusi, aver acceso il fornello, allargai leggermente le braccia, cominciando a salmodiare la mia personale preghiera del mattino:

Caffè nostro, che sei nella moka
sia santificato il tuo aroma
venga il tuo nero
sia fatta la tua cremosità
come al bar, così a casa
dacci oggi la nostra sveglia quotidiana,
e rimetti a noi i nostri sogni, come noi li rimettiamo agli altri sognatori
E non ci indurre sotto le coperte
ma liberaci dal sonno
amen

Dissi queste parole in un silenzio liturgico, interrotto solo dal salvifico gorgogliare della moka (colonna sonora ufficiale della mia visione del paradiso) e concluso da un amen corale (i miei coinquilini erano davvero abituati alla scena). Poi misi lo zucchero che mi porse Andreea (tante volte avevano approfittato della mia routine per scambiarlo col sale, ma quel giorno non era proprio il caso) e, dopo un numero contato di giri del cucchiaino, dopo aver inspirato a pieni polmoni il fumo che usciva fuori dalla tazzina, dopo aver bevuto il caffè nello stesso numero di sorsi; staccai la fronte dal mobile, mettendomi dritto sulla schiena, aprii finalmente gli occhi e dissi a tutta la sala goodmorning, con l’espressione di chi stesse vivendo davvero il primo giorno del resto della sua vita.

Per poco non mi beccai un applauso, i miei coinquilini mi presentarono un po’ dei nuovi Superstiti, gente che di sicuro mi era già stata presentata durante la festa, ore e soprattutto litri prima. Qualcuno mi passò un bicchiere di birra (che non toccai per non ricominciare a sboccare) e Karl riprese il suo comizio.
Ne approfittai per dare un’altra occhiata alla comitiva e notare l’assenza di Radvan, il capo dei capi dei Superstiti.
Radvan apparteneva a quella stirpe di eletti che in Erasmus sentiva nostalgia di casa. Usciva poco, parlava poco inglese e socializzava ancora meno, ma era una delle persone migliori con cui fare festa.
Si chiudeva così perché metà del suo cuore era rimasta a Bucarest e non riusciva a godersela. Ma non potevi prenderlo in giro per questo, perché non era uno di quelli che ti segano in due annoiandoti a morte su quanto amano la propria dolce metà rimasta in patria o peggio ancora che ti raccontano di avere una storia a casa mentre si scopano qualsiasi essere di sesso opposto gli passi davanti.
Non ricordo il nome della ragazza di Radvan per il semplice fatto che la chiamava, per farci capire, my soulmate. Gli brillavano gli occhi, cazzo, e quando lo vedevi parlare di lei ti rendevi conto che quello che si stava perdendo qualcosa in questo enorme viaggio non era lui, ma tu.
Radvan era anche il capo dei Superstiti perché era immortale, immune a qualsiasi maratona di feste e di alcool. Riusciva a bere per giorni interi senza stare mai male, ti accorgevi sì che era ubriaco ma non ho mai capito se avesse un limite o un fondo.
Quando la festa, o le feste, finivano, lui si coricava per un numero spropositato di ore, poi al risveglio si faceva una doccia, un caffè con la mia moka, e tornava più fresco di una rosa del mattino.
All’inizio dell’Erasmus, dopo essermi ridotto un paio di volte molto peggio di come stavo quel giorno, avevo capito che se volevo arrivare alla fine di una festa (e a casa senza cirrosi epatica) dovevo evitare di bere con lui. Non se la prese mai a male, gli bastavano un paio di noroc per non avercela con me.
Inoltre, trovai presto un modo per sfruttare la sua immortalità: quando qualcuno mi stava sul cazzo lo invitavo a una festa da me e lo lasciavo con Radvan, lui era sveltissimo a capire quando gli stavo presentando un potenziale amico o uno scassacazzi. Bastava un occhiolino e il gioco era fatto. Un ottimo paretiano: io mandavo a morte un rompicoglioni, Radvan beveva gratis (vi assicuro che questi scherzi erano abbastanza costosi) e perfino la vittima, il più delle volte, era felice della sbronza presa al festino.

Radvan l’Immortale mancava per la prima volta tra i Superstiti. Shota, uno dei nostri ospiti fissi con cui avevo legato e brindato molto in quei mesi, intercettò il mio sguardo e come leggendomi nel pensiero venne a spiegarmi che Radvan era andato a dormire dopo aver bevuto buona parte della sera con una montagna francese e poi da solo, era giù di morale perché la sua soulmate non aveva trovato il volo per il loro anniversario.
Dovemmo smettere di parlare quando fui interpellato da King Karl, motivo per cui avevo di nuovo gli occhi di tutti addosso.
Kasanofa, disse, complimenti per la rossa, dove l’hai lasciata?
Molto probabilmente si riferiva alla ragazza che avevo intravisto sul mio letto.
Non ho mai creduto alle amnesie selettive causate dall’alcool, ma ero ancora troppo stanco per ricordare. Mi sforzai, perché tutti, compresa Andreea, volevano raccontata qualche porcata per avere una scusa per brindare, ma tutto quello che riuscii a dire fu un non fidatevi di quelle come lei, che lasciò parecchio perplesso anche me.
Never trust the ones like her
, fu il mio primo pensiero relativo alla mia conquista, ma non ebbi il tempo di capire cosa volevo dire e spiegarlo agli altri perché un ruggito tuonò dal cortile.

(Continua…)

CAM00204

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