Il Teodoforo e il lumicino

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Questa è la storia di un teodoforo che porta una fiaccola lungo una strada in salita.
Più che altro, è il racconto della salita, o se vogliamo delle salite, che iniziarono quando il ragazzo, che non era ancora un teodoforo, si rese conto che il posto in cui viveva – per quanto potesse essere bello, caldo e accogliente come pochi altri nel mondo- non era il suo. O non era il solo in cui voleva dire di aver vissuto.
Questione di prospettive: se da nessuna prospettiva riesci a vederti, può significare solo che ti devi spostare.
In una mano la fiaccola e in un’altra un libro, con una breve lista e tante pagine bianche, il teodoforo fece armi e bagagli e partì.
Tra mille peripezie, deviazioni e rallentamenti, alla fine della salita le forze sembravano finire. C’è da dire che dopo due anni gli era sembrato il caso di allungare un po’, perché non aveva resistito al capriccio di fare una deviazione vicino all’oceano, in un posto dove si parlava un’altra lingua. Tornò appena in tempo per l’ultima prova, che dovette preparare di corsa per recuperare dalla vacanza. A quel punto era ragionevole che fosse un po’ stanco: immaginate di aver fatto una maratona, di arrivare alla fine, vedere il traguardo e di scoprire che manca ancora l’ultimo kilometro.
O meglio, quella maratona era finita, ma non era il traguardo vero e proprio. È un momento della vita in cui alcuni ti mettono una corona d’alloro in testa, altri non fanno che riempirti il bicchiere per festeggiare, come a non farti pensare che i cazzi veri stanno appena iniziando. Ci era già passato, e questa volta aveva un po’ evitato questa parte celebrativa. Stava lì a farsi una delle domande più terribili che ti possono capitare:
E adesso?
Teo si fermò, sapeva benissimo che se si fosse piegato su sé stesso per riprendere fiato non sarebbe più stato in grado di rialzarsi.
Ma non c’era tempo per le preoccupazioni. Un passante, non si sa bene se vero o immaginario, bussò alla sua spalla, guardandolo con aria stupita. Ehy – gli disse, ma il suo sguardo diceva già “Che cazzo ti fermi a fare?” – vedi che il traguardo è quello là sotto. Il passante riprese a correre, mentre Teo guardò perplesso il traguardo nemmeno troppo lontano, disse solo “Ah” senza aver modo di ringraziare lo sconosciuto, che era già ripartito.
C’è da dire che questo secondo traguardo era un po’ ingannevole. Non si trattava di una vera e propria salita ma di un altopiano, non ripido ma nemmeno comodo da attraversare. Soprattutto, era una parte del percorso infestata dai miraggi.
Il traguardo sembrava sempre a portata di mano, sempre lì, a una, massimo due, conversazioni di distanza. Ti si parava davanti, ma in realtà non c’era. E così per sei mesi meno un giorno.
All’inizio non si capiva se avesse dovuto correre, o tenere botta con un’andatura simile a quella che aveva tenuto per arrivare fin lì. Ben presto Teo si accorse che il grosso di questa parte del percorso era restare in piedi.
Alla fine, invece, a tanto così dal limite di sopportazione, una di queste conversazioni andò bene, gli chiesero di cambiare la sua tuta (una camicia, un blocchetto delle comande e un vassoio) con un’altra più consona alla parte successiva (giacca e cravatta) e gli dissero di iniziare il giorno 13.
Teo non era scaramantico, ma sicuramente molto stanco, e quando lo stesso passante del traguardo precedente lo affiancò, a circa un sesto di questo nuovo tratto, teneva le mani sui fianchi che dolevano come se avesse preso due coltellate, e non riuscì ad esser cortese.
Toc toc (sulla sua spalla)
-Che c’è??
– scusa, ma vedi che il traguardo è quello lì.

A questo punto i ricordi del teodoforo si tingono di nero.
Niente di tragico, lui ha semplicemente un vuoto. Qualcuno, che assistette alla scena da fuori, raccontò di averlo visto cadere a terra svenuto. Teo cadde cercando di proteggere il libro e di non far spegnere la fiaccola. Di faccia, quindi.
Il primo ricordo con il quale è possibile tornare al punto di vista del protagonista è ancora buio, ma di quelli buoni. Teo si accorse che la fiaccola stava ancora accesa al suo fianco, e che qualcuno la teneva aspettando che si rialzasse. Non riusciva però a vedere il cielo sopra di lui, per via di un capannello di persone che aspettava che riaprisse gli occhi. Amici, abbastanza per avere l’imbarazzo della scelta sulla mano da scegliere per tirarsi su. Un numero adatto.
Lo ripresero su di peso e lo poggiarono sulle spalle di una gitana, di cui si ricorda principalmente il fatto che, dopo tanto tempo, non si sapeva ancora con certezza di che colore fossero gli occhi (ah, se ci fosse stato Modigliani). Nessuno ha mai ben capito come, ma da un certo punto, diciamo poco prima e poco dopo il blackout, il teodoforo non aveva più fatto la strada da solo.
Si narra che la gitana sia stata una delle cause principali del blackout, in grado di svuotare con pervicacia inconsapevole quel poco che era rimasto di lui, i rimasugli; eppure stiamo anche parlando di uno dei motivi per cui, dopo il blackout, questa storia ebbe un seguito.
La gitana guardava il teodoforo rapita, ma al tempo stesso ogni tanto volgeva indietro lo sguardo -alla sua, di strada- indecisa se continuare con lui o riprendere il suo viaggio. Nessuno sa cosa sceglierà, nessuno sa cosa voglia fare, men che meno lei.

Dopo l’ultimo traguardo, passata anche l’ultima strettoia durante un venerdì 17, poté finalmente aprire il libro che portava con sé.
Trovò una lista di ostacoli da eliminare, quasi del tutto spuntata, e una serie molto lunga di pagine bianche: una storia da scrivere.
Per la prima volta senza una linea d’ombra all’orizzonte, senza l’ossessione del traguardo, il teodoforo riprese a camminare.
La fine di questa storia è solo l’inizio di un’altra.

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