Facci caso (parte due)

( Per un necessario recap che illustri chi sono i Superstiti, perché il protagonista deve correre verso la sua stanza e perché un gigantesco francese sta urlando due piani più sotto, converrebbe leggere la prima parte. Io ve l’ho detto, poi fate voi.)

CARLAAAAAA

Tutti si dimenticarono di me e si affacciarono dal balcone per vedere: due piani più sotto, l’orco mangiarane aveva rinunciato ai metodi di ricerca tradizionali e stava gridando il nome della sua bella. Non ebbi nemmeno il tempo di ridere con gli altri, dissi solo Porca Puttana, in italiano, mentre uscivo di corsa dalla cucina, tra il verso generale dei Superstiti che, con le mani a coppa, esclamavano le poche parole in italiano che conoscevano e che tanto gli piaceva ripetere quando si sentiva il mio accento o quando mi scappava qualche termine nella mia lingua. moza-rella!, pepperoni! Pizza! Pasta! Mafia! Berlusconi!… Gesticolate pure, Ridete, ridete, ma io devo escogitare qualcosa alla svelta: Carla è la rossa sul mio letto e a me restano due piani di tempo (che quell’orco farà in un baleno) per salvarmi il culo.

Uscii correndo dalla cucina, il mio nuovo mantra? Merda Merda Merda. Dovevo svegliare la francesina, convincerla che non ci eravamo mai conosciuti e farla uscire dalla mia stanza prima dell’arrivo dell’orco. Chi cazzo l’aveva capito che era fidanzata? Li avevo visti arrivare assieme, il gigante si era messo a fare lo spaccone e lei si era seduta su un divano imbronciata. Per me era il classico primo appuntamento in cui sbagli completamente location, mica sembrava una relazione in crisi, e così avevo scambiato un cenno con Radvan che aveva preso sotto braccio il gigante, contento di bere gratis anche quella sera, e mi ero tuffato sulla rossa per compiere un altro delitto perfetto.
Carlà, con l’accento finale perché era francese, passò dieci minuti buoni a capire che pronunciava il suo nome in maniera per me scorretta, e altri quindici a ridere del fatto che il mio, di nome, si pronunciasse così solo in Italia, mentre praticamente nel resto del globo era un nome femminile. Poi da cosa nacque cosa, non starò nemmeno tanto vantarmi di una conquista in un contesto simile, l’orco si dimenticò di lei, lei del suo enorme accompagnatore, ma io ricordai benissimo in quale parte della casa si trovasse la mia piccola stanza.

Pochi frammenti cominciarono a farsi avanti: gli occhi probabilmente grigi di Carlà nella mia stanza in penombra, la sua pelle bianchissima, un lieve senso di commozione, tipo sindrome di Stendhal, quando finii di scartarla come un regalo tanto atteso e la vidi nuda, la curiosa impressione cromatica che ebbi di essermi tagliato una mano quando strinsi nel pugno i suoi capelli, tanto erano rossi. Mancava un ricordo all’appello, ma come ho già detto non credo all’amnesia selettiva: il ricordo mancava perché non c’era. E così mentre mi scapicollavo verso la mia stanza pensai per un momento al mio migliore amico.

capelli rossi

Il mio migliore amico, in Italia, è una persona diversissima da me, siamo come il giorno e la notte, motivo per cui ci confrontiamo molto e ci intendiamo ancora meglio. In virtù della nostra differenza di prospettive, terreno fertilissimo per la crescita di entrambi, conoscerci ci ha fatto capire tantissime cose. Ci siamo scambiati una marea di insegnamenti e di lezioni, anche se io ne conservo davvero bene una sola.
Mai fidarsi di una che non fa i pompini.
Era una di quelle conversazioni lubrificate molto bene dalla birra, in cui ti lasci andare a immagini più aperte e metafore più libere di quelle che useresti di solito. La mia, di birra, andò di traverso mentre il mio guru iniziava a enunciare la sua teoria, ma ricordo un accenno della spiegazione che sentii tra un colpo di tosse e l’altro.
Sono sicuro che sapresti spiegarlo meglio di me, coglioncello, sei tu il paroliere. Comunque, visto che la vita non ti ha ancora illuminato con questo insegnamento, trovandoti troppo impegnato a fare il ragazzo per bene prima e lo scopatore seriale poi, ti dirò che quello che fai quando scopi esprime più di ogni altra cosa il tuo vero carattere. Facci caso (e ti assicuro che da adesso, tuo malgrado, lo farai): quelle lì sono la razza peggiore. Lascia stare le cazzate dietro cui motiveranno il loro rifiuto perché ne sentirai di ogni: dal femminismo e la parità dei sessi, a ragioni igieniche, a traumi infantili e via discorrendo… La sostanza, il succo, la nuda verità, è che non gliene frega un cazzo e mai gliene fregherà un cazzo di te. Né di quelli prima di te, o di quelli dopo. Non sono in grado, a letto come nella vita, di mettere gli altri davvero davanti a sé. Magari te ne daranno l’impressione, si sforzeranno per non farti fare questo collegamento lapalissiano, ma presto ti renderai conto che non è così. Sono persone pericolose, da cui devi stare lontano.

Questa rivelazione stramba, avvalorata dal mio migliore amico con un numero di casi troppo alto per essere credibile, era però stata confermata successivamente in maniera sistematica nel corso delle mie avventure più o meno lunghe, più o meno importanti, più o meno coinvolgenti. Era molto più affidabile della compatibilità zodiacale, dei gusti musicali o delle affinità elettive goethiane. Poco da eccepire: le peggiori batoste le avevo prese da quelle persone lì.
In quel periodo ero ancora abbastanza convinto che l’espressione “comprendere una lezione sulla propria pelle” non fosse letterale e che le “batoste” di cui parlavo prima fossero intese in senso lato, metaforico, e non necessariamente connesse al prenderle di santa ragione dal mastodontico fidanzato della mia ultima compagna di giochi; pertanto il mio piano consisteva nel correre a perdifiato verso la mia stanza, rivestire la rossa e farla uscire dalla mia stanza in fretta e in maniera che i due neuroni dell’orco non avrebbero potuto mai e poi mai collegare la lunga assenza della sua fedele compagna alla mia persona.
A che piano era la mia casa dell’erasmus? La prima che avevo avuto era al quarto, la seconda al primo…e questa? Potevo lanciarla dalla finestra senza troppe spiegazioni con il nobile intento di evitare di subire, a qualsiasi cazzo di piano ci trovassimo, gli stessi effetti di una defenestrazione per mano dell’orco? Sarebbe mai stato in grado, il suddetto orco, di capire che se la sua donna veniva con me l’ultimo responsabile del triangolo ero io e il primo o lui o la sua affascinante Elena di Troyes? Come cazzo si dice in francese “triangolo”’? E corna? Ma soprattutto come si dice, dalla parte sbagliata delle Alpi, in maniera efficace e persuasiva: Vestiti ed esci fuori da qui, non ti conosco né ti ho mai conosciuta: salva l’italiano, salva il mondo? Avrebbe mai colto la citazione di Heroes? Avrebbe riso per l’ironia con cui mi paragonavo alla cheerleader della serie e per l’acutezza con cui avevo scelto proprio il personaggio con i poteri rigenerativi, che io- va detto –non avevo, per dare maggiore enfasi a quanto fossimo in pericolo di vita? In caso contrario, si sarebbe tolta dalla zona di massimo pericolo in tempo utile?
Devo ammettere che ci si può porre una valanga di domande inutili nello spazio di circa dieci metri (tanto distava la cucina da camera mia), soprattutto se sei in hangover e contemporaneamente in preda al panico, ma questo credo si sapesse già. Quello che credo non sia scontato, e che quindi sento il bisogno di raccontare, è il bianco, pneumatico e improvviso silenzio del mio incessante ronzio interiore al cospetto della futura causa dei miei mali.
Lei dormiva, esageratamente bella, e aprì gli occhi (ma che razza di colore è mai quello?) con calma proprio mentre io spalancavo la porta.
Sorrise, mi sorrise, e io chiusi la porta con movimenti molto più lenti rispetto a quelli dell’apertura per il semplice fatto che tutto aveva rallentato, a cominciare dalla mia circolazione sanguigna, e col cazzo che avrei respirato per i dieci secondi a venire. Abbacinato com’ero dalla sua pelle bianca, riuscire a farfugliare qualcosa fu più impegnativo del resistere a un’ipnosi, ed ebbe un risultato abbastanza scadente dal momento che dovetti ripetere, invogliato da un altro dei suoi sorrisi (La mia coscienza nel frattempo, prese a schiaffeggiarmi come si fa con le persone come me, in evidente stato di shock: respira. Ok, abbiamo capito, è bellissima ma tu respira. E buttala fuori dalla tua stanza. Devi sopravvivere, tornare in Italia e raccontare questa storia. Ehi, cazzo sbloccati! concentrati sulle sere che ti offriranno da bere o, se non basta, sul quantitativo di birra che ti frutterà raccontare questa storia. Se e solo se sopravvivi) per dirle che doveva vestirsi e uscire al più presto. Sono assolutamente certo che il mio secondo tentativo di comunicazione venne scandito pienamente e pronunciato con perfetta dizione, ma in italiano. Così, per rispondere al terzo sorriso e a un tentativo di contatto fisico (nel frattempo mi stavo avvicinando, un po’ per porgerle i vestiti e un po’ perché mi sentivo una monetina attratta dai magneti del CERN) dissi solo Your Boyfriend.
La mia frase e il cambiamento del suo viso permisero alla realtà di entrare in scena con la brutalità necessaria per salvare entrambi da una situazione che stava degenerando in qualcosa di molto differente da un allontanamento. Tante emozioni si susseguirono rapide sul suo volto fino a che questo non prese l’espressione intrepretata senza gravi dispute accademiche dai maggiori esperti mondiali di cinesica e di prossemica come l’espressione “merda, ho fatto una cazzata”.

Eppure, la mia amica non sembrava avere alcuna fretta di allontanarsi, salvandoci tutti. Prese lentamente i vestiti che le porsi- mentre io lentamente mi riprendevo da ciò che in un contesto meno pericoloso avrei identificato senza indugi come un colpo di fulmine -e con una flemma fin troppo simile alla rassegnazione iniziò a rivestirsi.
Ehy, forse non hai ben capito, devi muoverti e uscire da qui, il tuo amico gigantesco sarà qui a momenti e non deve assolutamente vederti uscire da questa stanza.
Lei mi guardò come se le avessi appena detto una cosa stupidissima e con estrema naturalezza chiese solo perché?
Ecco qualcuno che aveva preso una sbronza molto più forte della mia, portai le sopracciglia più in alto possibile e allargai appena le braccia, sperando che l’ovvietà della mia affermazione, della situazione intera, e del pericolo in cui ci trovavamo bastassero da soli a spiegare tutto. La mia mimica parve suggerire qualcosa alla rossa, che mi sorrise ancora, questa volta come se il suo sguardo mi passasse attraverso.
Capirà, ne sono sicura. Prima avevo dei dubbi, non riuscivo a lasciarmi andare. Ma adesso che sono stata con te sono sicura che amo lui”. Disse tutto con una naturalezza disarmante, di una portata paragonabile solo alla stratosferica cazzata che aveva appena proferito.

Mentre il mio viso offriva un’ottima immagine per la definizione enciclopedica della perplessità, per un solo secondo fui fuori da quella stanza e quel contesto, vittima di due flash-forward. Nel primo vidi Carlà da grande mentre raccontava ad alcuni piccoli mostriciattoli dai capelli rossi, frutto del suo amore con l’orco, come e quando avesse capito di essere innamorata del loro papà. “mamma mamma quando hai capito di essere innamorata di papà?”, la vidi sorridere radiosa dietro ai suoi grandi occhi grigi e rispondere fiera “dopo essermi fatta scopare a sangue da un italiano in erasmus”. Il secondo flash, visto che non era affatto la prima volta che sentivo una delirante stronzata di quella caratura, riguardava il mio futuro professionale: conosciuto un numero statisticamente significativo di situazioni simili e individuata una potenziale nicchia di mercato, avrei aperto un’agenzia di consulenza matrimoniale in cui avrei realizzato una serie interminabile di ottimi paretiani: io mi scopo tua moglie, lei si accorge che ti ama, voi non vi lasciate e io incasso la scopata e la parcella.
Interruppi bruscamente il mio business plan per tornare sul nocciolo del problema: fare uscire la matta dalla mia stanza e portare la mia pellaccia sana e salva a casa.
Troppo tardi, un ruggito transalpino annunciò l’arrivo dell’orco e della mia ora, a braccetto come un’inseparabile e affiatatissima coppia di anziani. Carlà uscì di corsa dalla mia stanza per andare in contro all’amore suo mentre io reputai saggio non chiudermi dietro una porta che l’orco avrebbe scardinato senza nemmeno sudare, sperando in un aiuto kamikaze dei Supersiti, dalla stanza accanto. Lo scopo della corsa era evidentemente una riconciliazione culminante  un abbraccio da film, probabilmente lei si immaginava correre a rallentatore, ma Carlà venne spostata accanto a Edward Mani Di Calice con un gesto rapido e deciso che in tutti i linguaggi del mondo significava “con te faccio i conti dopo”. L’orco venne a grandi passi verso di me, mentre Shota uscì per primo dalla cucina in tempo per realizzare che era l’ultima volta in cui mi avrebbe visto. Ricordati di me, amico mio, perché questi connotati non li vedrai più, pensai guardando gli occhi cerulei del mio amico dell’est prima di puntarli di nuovo sulla morte che veniva verso di me sotto le mentite spoglie di un francese incazzato.

Mancavano tre passi quando l’orco venne scagliato contro il muro da una porta del corridoio. What the fuck is goin on here?, furono le uniche parole che riuscimmo a distinguere, prima di una sfilza di antichi e incomprensibili anatemi che gli antenati di Radvan dovevano avere appreso da Dracula in persona. Il mio coinquilino non era tanto piccolo, ma niente di paragonabile alla montagna francese, che comunque sembrava spaesato, un po’ per l’effetto sorpresa e un po’ per l’aspetto torvissimo della persona che aveva appena svegliato.
Dopo un secondo di assoluto silenzio, il tonfo della porta, uscita dai cardini dopo l’impatto, fece scattare tutti insieme: Carlà ed Edward si lanciarono sull’orco (che evidentemente aveva deciso di distruggere l’ostacolo della Transilvania prima di distruggere me), mentre i Superstiti uscirono dalla cucina dividendosi tra lui e Radvan. Furono attimi concitati, in cui volarono insulti in tutte le lingue, ma alla fine Carlà uscì dal cancello di casa nostra qualche passo dietro l’orco, correndogli dietro come un cane fedele per reggere le ampie falcate, cominciando delle suppliche che, si capiva, sarebbero durate per giorni.
Noi tornammo tutti in cucina. Appoggiai la testa sul mobile sopra i fornelli per preparare un caffè al mio salvatore, che sedeva in mezzo ai Superstiti divertito dall’avventura ma ancora visibilmente disturbato dal sonno interrotto. Il caffè era solo il primo della lunga serie di favori che gli dovevo. Karl riprese il suo posto e, parlando a nome di tutti tra le risate, cominciò a chiedere spiegazioni dettagliate sull’origine di quella sfilza di maledizioni in rumeno che avevamo sentito poco prima.
Shota venne verso di me, perfettamente consapevole che la mia espressione atterrita non fosse dovuta al pericolo scampato.
Che succede amico? Mi chiese porgendomi un bicchiere vuoto.
Ho fatto una cazzata, ieri, non dovevo mettermi in mezzo. Il karma me la farà pagare. Risposi pensieroso mentre prendevo il bicchiere.
Shota non credeva in queste cose, ma volle provare a consolarmi ugualmente. Cominciò a versare Ballantine (Dio solo sa come e soprattutto dove riuscisse a trovarne sempre una bottiglia) che non rifiutai e disse: il karma è una puttana… brindiamo alla puttana!
Presi un profondo respiro, sorridendo solo con metà della bocca e ripetendo, piano: alla puttana.
ALLA PUTTANA, disse ancora Shota, stavolta più forte, per buttarla sul ridere, levando alto il bicchiere verso i Superstiti.
Quale puttana? Dove? Disse un Superstite speranzoso.
Che ti importa.. alla puttana! Disse un altro Superstite prima che tutti ripetessero il brindisi in coro.
Mandai giù assieme agli altri e cominciai ad attendere la vendetta del karma.

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