Sparire qui

Prendo la tazza con due mani, può esserci dentro del tè, una tisana o del latte, non importa, il punto è che mi capita di ripetere quello che è un gesto non mio, ma di N.
Sorrido pensando alla tenerezza che mi faceva vederla bere come una bambina. Inconsciamente ogni tanto la richiamo; non è che mi manchi, è che ogni tanto mi piace ricordare. È un pezzo di lei che mi è rimasto dentro.
Allo stesso modo mi ritrovo fin troppo spesso a comprare maglie di una determinata tonalità di verde: era il colore preferito di M e adesso è un po’ anche il mio. Non è un gesto che controllo, lo vedo e lo compro, come se volessi ancora piacerle o come se continuassi a guardare il mondo dai suoi occhi scuri.

Il mio modo di muovermi è un mosaico di gente di cui ho incrociato la strada, non riesco a ricordare un solo gesto che sia mio. Forse, pensandoci, i gesti miei sono quelli che la gente imita e porta via con sé.
Le persone, quando vanno via, si portano dietro un pezzo di te che non rivedrai più, mai più. E tendono a lasciare un’impronta in cambio. Può essere un’ammaccatura temporanea, ma può capitare che lascino un solco che cambia la tua forma per sempre.

Non riesco più a fare il nodo della cravatta allo specchio.
Devo farlo ad occhi chiusi, perché da quando me lo hai fatto notare non riesco a non pensare alla tua faccia divertita che osserva quei gesti sempre uguali. C’è una parte dello specchio, alla mia destra e un po’ più in basso, dove vado ancora a cercare il sorriso dei tuoi occhi senza colore, come quelli della Blimunda di Saramago.
All’inizio dovevo cambiare stanza, sia perché quel tuo sguardo rapito mi distraeva e mi imbarazzava, sia perché quel sorriso stonava troppo col mio broncio da “non voglio andare a scuola” che mi accompagna da quando mi sveglio fino al secondo caffè.
Adesso che non ci sei, adesso che nessuno mi guarda mentre mi guardo allo specchio, non riesco a reggere bene quel vuoto. E quindi, con la stessa calma di quando sbaglio qualcosa nel nodo e devo ricominciare daccapo, chiudo gli occhi. Conosco a memoria sia le mosse del doppio Windsor che il vuoto nella tua porzione di specchio, posso risparmiarmi lo spettacolo.

Ho sempre sognato di diventare un fantasma, di svanire e di lasciare dietro solo il suono del mio passo che va scemando. Vorrei lasciare quel po’ di rumore, nient’altro, e poi sparire per sempre. Eppure so che le parti che hai preso di me svaniranno molto più lentamente. Probabilmente la mia ombra resterà lì nei paraggi, un sottile velo nero sulla tua, forse la mia impronta su di te non passerà mai.
È un solco, un’incisione, una cicatrice, assai più consistente di quanto non lo sia io adesso.
Mi sopravviverà, ne sono certo, quando il suono dei miei passi avrà smesso di echeggiare, quando la mia impronta sarà quasi del tutto svanita, quando io stesso sarò del tutto svanito, il mio contorno sarà ancora un’ombra sul tuo.

tazza a due mani

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