Il backlog, le armi e i bagagli

È passato davvero tanto tempo dall’ ultima volta che mi sono trovato qui. Vorrei giustificarmi col dire che sto perdendo l’abitudine, ma è solo una questione di tempo che non riesco a trovare.
I miei recenti orari e le attuali priorità per il momento rendono un po’ proibitivo coltivare questo hobby, ma le storie non mancano affatto. Ad esempio devo ancora scrivere qualcosa sulle mie ferie, non tanto perché le ho fatte ed è giusto che vi dedichi qualche parola, quanto per il fatto che ho iniziato a scriverci su e non trovo mai la pazienza di finire; ma se è per questo devo ancora scrivere il secondo episodio di questa storia, iniziata a raccontare più di un anno fa. Si sta accumulando un curioso backlog che è l’argomento da cui vorrei iniziare.

Con backlog, o arretrato, intendiamo una serie di attività che si accumulano sulla tua agenda, senza che tu abbia la voglia o il tempo di svolgerle tutte perché ne arrivano ancora. Un backlog crescente dipende principalmente da due fattori:
– una mole di attività più grande di quelle che tu riesca ad affrontare
– una cattiva organizzazione

Per motivi che mi sfuggono sempre meno, questo virus si sta lentamente impossessando della mia vita. È partito dalla mia situazione logistica, si è spostato recentemente in quella lavorativa (per cause meramente esterne) ed è tornato come un boomerang nella mia vita privata.
Il guaio di questi giorni è che il backlog sta diventando una condizione familiare.
Ci sono due aspetti interessanti del vivere a stretto contatto con una sensazione di questo genere. Il primo è che, alla fine delle giornata, nello scorrere la lunga lista accumulata ci si rende spesso conto che alcune delle sue voci erano assolutamente superflue. Il secondo aspetto, conseguenza del primo, è che non succede niente di drastico nel lasciare qualcosa nella lista o addirittura nel non fare nulla.
Questa consapevolezza può tradursi in un filtro che ti porta a svolgere solo le attività improcrastinabili, a dare delle priorità e a togliere le altre cose dalla lista solo quando ci sarà tempo; ma può anche portarti a incrociare le braccia e aspettare che finisca di piovere merda prima di cominciare a fare qualsiasi cosa. È ovvio che l’atteggiamento migliore è il primo, ma per me mantenerlo si sta rivelando camminare in equilibrio su un filo, con il rischio continuo di cadere nell’immobilismo; e camminare su un filo da quando apri gli occhi a quando li chiudi non è il massimo.

Chiusa questa parentesi, passerei all’argomento principale che dà il titolo a questo delirio di fine Ottobre. Per ragioni organizzative e di incastri sperati, mi sono trovato a impacchettare completamente la mia stanza e a spostarla in un’altra parte della casa; a posteriori, scherzando, so già che li chiamerò “i miei giorni nel bunker” o “i giorni da Bernardo Provenzano”. Non è ancora il momento di lasciare Pavia (anche per quello vorrei scrivere qualcosa), ma spero comunque che manchi poco.
In questi giorni svuotare gli armadi e i cassetti, riempire pacchi e valigie, mi ha fatto pensare.
Ho trovato un sacco di cose che non uso più o non ho mai usato, cose che ho portato di casa in casa nel peregrinare che ha preceduto il mio arrivo in quest’ultima. Molte di queste, come alcune delle voci del backlog, non servono a nulla, ma le ho lasciate lì perché non mi davo mai il tempo per buttarle via.
Mi sono reso conto che è quasi un anno che vivo in questa casa e che prima di arrivare qui la scena del trasloco accadeva ogni due mesi circa. Eppure, sebbene in questa ultima casa i miei effetti personali abbiano preso posto più comodamente, mi sembra di non essermi mai davvero stabilito. Ricordo bene che quando sono arrivato vedevo questo posto come il luogo dove avrei vissuto fino a prima di andare a Milano e quindi per certi versi ho sempre tenuto le distanze. Se si volesse sottolineare questa situazione con un dettaglio, sono qui da poco meno di un anno ma non ho mai tirato fuori dal cassetto la bandiera del Portogallo, a differenza di tutte le altre case (in alcune ho vissuto solo un mese).
Anche questo discorso si collega vagamente con il backlog. La mia casa è sempre la prossima, il mio punto di arrivo è sempre un km più in là; così come il momento per svolgere le attività della lista è sempre “domani” o semplicemente dopo, più tardi. In nessuna delle mie ultime case sono arrivato per restare, sono di “passaggio” da almeno due anni, ma pensandoci bene posso estendere questa sensazione anche all’erasmus e all’anno e mezzo di Pavia che lo ha preceduto. Parliamo di poco più di 4 anni, abbastanza per non poterla più descrivere come una fase transitoria della mia vita e abbastanza per poter cominciare a pensare se questo stile di vita mi piaccia o meno.
C’è una lunga serie di cambiamenti di cui avevo bisogno, altri ancora dovranno arrivare. Prima di questo periodo il mio lavoro ideale comportava cambiare città ogni sei mesi e la penso ancora così: i primi tre mesi in un posto nuovo sono sempre meravigliosi. Ma adesso mi sto rendendo conto che bisogna essere preparati, perché cambiare è bello ma l’atto fisico di spostarsi è un casino e uno stress che non mi fa stare bene. Vorrei che muoversi, cambiare, fosse più agevole, in maniera da poterlo fare più spesso. Pertanto dovrei sicuramente ridurre il mio bagaglio e aumentarne la praticità e la trasportabilità. In senso lato e metaforico, l’ideale per muoversi sarebbe portare con sé la minore quantità possibile di cose inutili.
Paradossalmente questa dislocatio che mi sono auto-imposto potrebbe essere un’occasione.
Il momento migliore per cominciare a fare ordine è quando il disordine ha raggiunto un livello di saturazione. Nemmeno volendo potrei essere più disordinato e scombinato di così, e forse tutto questo casino serve solo a permettermi di riportare i miei bagagli a una dimensione che mi consenta di ricominciare a muovermi.

armi e bagagli

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