Pavia, sei mia

 

Inizio l’ultima infornata di pavesini della mia vita.
Avrei voluto scrivere durante l’ultima notte a Pavia, o nella prima notte a Milano nella casa nuova, vivo qui da qualche giorno e al solito mio ho bisogno di un po’ di tempo per rendermi conto delle cose che mi succedono.

Una prima ragione di questo addio tardivo è che il trasloco è avvenuto a puntate. Non potendo prendere altri giorni di ferie dopo il “falso allarme” di Luglio (causa trasloco saltato a una settimana dalla firma), ho preferito fare tutto in qualche sera, con l’aiuto di un paio di anime pie che hanno lasciato in un paio di occasioni che gli riempissi la macchina.
La gente di solito prende dei giorni di ferie per fare tutto con calma. “La gente”, “di solito”, “con calma”, appunto. Non c’è nessuna punta di orgoglio o falsa modestia, evidentemente dovevo smentire la superstizione delle mie zone (ma da dove verrà mai?) secondo la quale non si trasloca ad Agosto e a Novembre. Su Agosto avevano tutti ragione, su Novembre per fortuna un po’ meno.
Una seconda ragione di questo addio tardivo è che in realtà Pavia l’ho salutata già tempo fa, il fatto che vivessi ancora lì era solo un errore nello spazio-tempo. La prima volta le ho detto addio quando sono andato a vivere a Porto (era proprio un addio, io non volevo tornare più) e la seconda volta invece è stata quando ho iniziato a lavorare a Milano e Pavia è diventato quel posto lontano dal quale dovevo partire la mattina presto (oh che goduria quest’ora in più di sonno) e al quale dovevo tornare molto più tardi la sera.
La magia dell’essere indipendente è svanita durante i mesi tra la laurea e il lavoro, logorata dall’attesa; la vita universitaria e quel turbinare di storie simili più o meno alla mia sono svanite pian piano quando ho smesso di uscire durante la settimana, quando in giro per il centro conoscevo solo le matricole di quando mi stavo per laureare o gli amici più piccoli di altri miei amici; e il senso di soddisfazione e di conforto che mi dava guardare le quattro mura che mi circondavano è andato scemando quando ho cominciato a cambiare una casa ogni due mesi o quando ho dormito in una stanza che non ho mai abitato davvero.

Sono sempre stato di passaggio a Pavia, l’ho sempre saputo, ma non l’ho mai percepito tanto chiaramente come nell’ ultimo anno.
Il distacco è stato naturale e preannunciato e finora per nulla traumatico. Mi dispiace allontanarmi da quella che è stata la mia famiglia in questi ultimi quattro anni, ma il lavoro aveva già cominciato a ridurre le frequenze delle uscite e delle serate, preparandoci tutti. Sicuramente ci sono 5-6 persone con le quali condividerò le prossime gioie, sti gran cazzi per la distanza. Ci metto 40 minuti ad arrivare in stazione a Pavia e prima ce ne volevano 15 a piedi per andare in centro. E poi ho già lasciato lontano (fisicamente) 25 anni della mia vita, qualche tempo fa, non potevo certo farmi paranoie per 4.

Il punto è che per me casa non è un luogo fisico ma uno stato mentale, un concetto, una sensazione che inseguo da tempo, e non solo attraverso spostamenti geografici.
Non ho ancora ben realizzato che dopo anni di peripezie ho concluso un altro lunghissimo inseguimento. Un altro segnale di spunta nelle lista delle cose da fare. Ho cominciato a capire cosa stesse succedendo quando mi trovavo a dire “stasera dormo a casa nuova”, “domani devo andare a prendere le cose a casa vecchia”.
Se chiudo gli occhi e penso alla parola “casa” in questo momento vedo la stessa scena di quando li tengo aperti. Può sembrare banale, ma considerata la mia cronica tendenza a sentirmi fuori posto non lo è.
Dovevo eliminare le scuse: volevo andare via, volevo andare a studiare fuori, volevo vivere all’estero per un po’, volevo essere indipendente e volevo starmene per conto mio. Volevo tutte queste cose da quando ho iniziato a preparare la mia partenza dalla Sicilia (parliamo di un po’ di mesi prima di quando effettivamente ho preso l’aereo), ci ho messo un po’ ma eccomi qui.
Volevo arrivare a questo punto e vedere cosa sarebbe successo e cosa mi sarebbe venuto in mente di fare una volta eliminate quelle quattro o cinque tare che mi porto appresso. Sono a buon punto, dovrei ricordarlo più spesso quando vedo tutto nero, ed è quasi il momento di stare a vedere. Anche perché nella lista che scrissi 4 anni fa e qualcosa ci sono ancora delle voci da spuntare, più alcune che ho aggiunto strada facendo.

Pavia è quella persona con cui hai trascorso tanto di quel tempo che può dire di averti visto crescere e cambiare, che può dire di averti conosciuto; è una storia d’amore che finisce senza rancore, insulti e paranoie (un’utopia irraggiungibile quindi, considerata la mia storia personale), senza quella voglia tutta mia di voler cancellare tutto scomponendo il dolore in parti piccolissime, infinitesimali, nell’assurdo tentativo di renderlo abbastanza semplice da essere compreso e quindi superato e, mal che vada, di distruggerlo. Pavia è un capitolo necessario e importante, nel chiudersi non lascia alcuna malinconia, era una fase che doveva portarmi da qualche parte, proprio dove sono adesso.

Io sono esattamente dove devo essere e vorrei potermene accorgere altrettanto facilmente anche nelle transizioni più dolorose.

pavia sei mia

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