Danke schön, bitte schön

Mi fa un po’ sorridere il fatto che stia cominciando a raccontare i pochi giorni in Germania prima ancora di aver riportato qualche impressione del viaggio precedente. Ho accumulato un backlog significativo negli ultimi mesi e ciò si riflette anche sul blog, ma poiché conto di recuperare a breve, meglio scrivere ora di questa avventura, con i ricordi freschi.
Comunque le due esperienze sono collegate, infatti questo viaggio è strettamente connesso al Cammino, dal momento che tutti i partecipanti erano pellegrini assieme a me in estate. Si è trattato di un’ottima occasione per chiudere il cerchio, se mai ne fosse rimasto aperto qualcuno, e per dare una definizione migliore a quei concetti che cercavo di mettere a fuoco camminando. O almeno la pensavo così a Bergamo, prima di prendere il sesto aereo dei dieci totali di quest’anno solare (lo scrivo perché è l’obiettivo che l’anno prossimo devo superare) e devo dire che un po’ di cose le ho capite.

Il gruppo era costituito dalla classica situazione dell’incipit di una barzelletta, già conosciuta in erasmus: “ci sono due italiani, uno scozzese, una lituana e un’austriaca”. Tutta gente che conoscevo pochissimo, ma con la quale ho parecchio in comune dal momento che ognuno di noi ha affrontato da solo il cammino. Viaggiatori, per definirli in una parola sola, gente che spesso è stata nel prossimo posto dove vorresti andare, gente che probabilmente si sente come me quando va in un aeroporto, o in un posto nuovo, o inizia a preparare la valigia per la prossima meta.
La città mi è piaciuta molto, sia per come si vive che per quello che ho visto. Sono stato al muro, ovviamente, e poi ad Alexanderplatz, alla porta di Brandeburgo e al Memoriale della seconda guerra mondiale lì vicino (l’ho visto di notte, ed è un’esperienza da ripetere), abbiamo esplorato il quartiere di Kreuzberg in un giorno in cui qualcuno di noi ha avuto la magnifica pensata di noleggiare delle bici. L’unico aspetto negativo è che la città non mi ha lasciato un’impressione netta, ma non solo per il poco tempo che vi ho trascorso; Torino o la Polonia, per fare degli esempi al volo, mi hanno lasciato delle impressioni fortissime in molto meno tempo. Dovrò sicuramente tornare sia a Berlino che in Germania per capire.

Vorrei tornare alle cose che ho capito perché sono quelle che mi hanno portato sul foglio.
Ho capito che quella con lo zaino in spalla o la valigia in mano è una parte di me da nutrire, una parte che ho identificato e che riconosco ogni volta che vado via. Nelle note che prendevo durante il cammino, scrissi così nel passaggio del confine dal Portogallo alla Spagna “devo varcare più spesso i confini, cambiare lingua (la gente per strada, la tele, i cartelli) fa bene al cervello e non lo devo dimenticare”.
Ho capito che c’è una determinata categoria di persone con l’aria sognante e distratta che mi rende un tredicenne incapace. Si tratta di gente con la testa sempre un po’ da un’altra parte, non esattamente presente, pensandoci è abbastanza probabile incontrare persone del genere tra i viaggiatori. C’è una parte di me che è così e fiuta i suoi simili come farebbe uno squalo con una parte di sangue in centinaia di migliaia di parti d’acqua di mare; mentre l’altra parte più pragmatica e concreta, in quanto opposta, viene attratta irrimediabilmente ogni volta. Ed ogni volta è una buffa vicenda, poiché mi trovo diviso tra il desiderio di attirare quell’attenzione così difficile da acchiappare e una sorta di sindrome di Stendhal che me la fa contemplare senza produrre risultati concreti. Ho scritto capitoli importantissimi del manuale “come non approcciare una ragazza”, quasi tutti con queste persone qui. Vorrei raccontare l’ultimo ma mi riesce difficile ambientarlo un po’ per il contesto non adatto ad uno stomaco debole e un po’ perché di solito non sono così tremendamente impacciato e quindi non so se la cosa faccia ridere o meno. E ho capito anche che siccome mi piacerebbe essere un po’ più concreto come persona, forse è il caso che queste infatuazioni restino tali.
Ho capito che la mia capacità di recitare è ai minimi storici; che in questi ultimi anni si è sgretolata quasi del tutto una facciata che credevo di avere anche se forse non c’è mai stata; che troppo spesso sono trasparente quando non penso di esserlo e gente che mi conosce appena riesce a notare dei lati di me che credevo di non mostrare.
È un po’ come andare in giro nudi. Vorrei riuscire a vedere il lato positivo e pensare che tutta questa trasparenza è sinonimo di autenticità, ma non riesco a liberarmi dalla lucida e sgradevole sensazione che ho in certi giorni quando mi sembra che questa trasparenza significa solo che io sto scomparendo.
Ho capito che avevo bisogno dell’entusiasmo che mi prende ogni volta che preparo una valigia, della gioia pura di quando entro in un aeroporto, ma anche della malinconia dolce-amara dell’ultimo giorno del viaggio; avevo bisogno di prendere una pausa anche breve dai miei ritmi, sebbene abbia cambiato casa da due settimane e quindi ci sia stato già quantomeno un mutamento di scenario; avevo bisogno di immaginare come sarebbe vivere nel posto che sto visitando e mettere le basi per ragionarci su in maniera un po’ più concreta; avevo bisogno di tornare a “casa” e di dovermi trattenere dal dire “grazie” “mi scusi” e “permesso” in un’altra lingua.
Il tedesco, come ho detto spesso con poco tatto e molta franchezza alla ragazza austriaca del gruppo, è una lingua quasi cacofonica, eppure per tutto il primo giorno del rientro è stato come dopo l’erasmus o un altro dei viaggi fuori, e dovevo sforzarmi per non dire in metro “Danke schön” e “bitte schön”.

 

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