Playlist

Nell’ultimo post dell’anno (o nel primo, quando scrivevo dopo capodanno) ho avuto spesso l’abitudine di tirare una linea, per guardare cosa ho concluso/combinato; mi è piaciuto anche fermare le mie impressioni da emigrato ad ogni ritorno da una “vacanza a casa mia” in Sicilia, soprattutto in questo blog che è stato cominciato a ridosso del mio trasferimento al nord.
Oggi ci sarebbe molto spazio in entrambe le direzioni, ma non ho voglia di mantenere questi schemi narrativi. Gli eventi principali del 2015 sono stati abbondantemente sviscerati o lo saranno presto in separata sede (devo ancora parlare del camino di Santiago e lo riscrivo per darmi un impegno/scadenza per la stesura del resoconto, anche se arriverà a quasi un anno dalla sua conclusione) e le mie impressioni sul tornare a casa vanno sempre più consolidandosi quindi non mi va di scaldare ancora una volta il brodo del siciliano trapiantato nella fredda e nebbiosa pianura padana.

Prenderò solo uno spunto dalla mia ultima trasferta in Sicilia, per usarlo come incipit per questo breve resoconto scritto un po’ dall’aeroporto in attesa della mia seconda gita in Polonia, un po’ a Breslavia e un po’ a Milano.
Il mio stereo – quello della mia stanza catanese con ormai 11 anni di onorato servizio alle spalle, quello che tante volte mi è mancato come un parente o un caro amico in questi anni di lontananza, quello del “Ciao vengo da Catania e di Catania mi manca soprattutto lo stereo di camera mia” delle mie prime presentazioni in quel di Pavia – è stato superato nelle prestazioni da uno degli ultimi regali che mi sono fatto nella terra dei longobardi. Attualmente l’impianto davvero minimal che mi aiuta nel mio appartamento a Milano (anche questa è una storia che verrà trattata in separata sede) rende meglio.
E questa per me è una piccola notizia, infatti la mia prima reazione a questa scoperta sonora è stata: ok, adesso non torno davvero più.

Qui ho parlato molto meno di musica, rispetto ai miei canoni alias rispetto a quanto ero fissato qualche anno fa, e il motivo risiede nel fatto che da quando ho lasciato la Sicilia il mio rapporto con lei è cambiato parecchio. Sia per ragioni logistiche (non avere uno stereo degno, non avere la possibilità di ascoltare decentemente cd e quindi ridurne il consumo), sia per ragioni organizzative, dato che adesso non è più tanto facile farsi una maratona con tutti i dischi di una band o stare qualche ora ad ascoltare musica senza fare niente altro. Il mio consumo di musica si è anche modificato da un punto di vista di scenario. Siamo passati dallo stereo a tutto volume della mia stanza e a quello della macchina a, in maniera quasi esclusiva, un ascolto tramite auricolari, per lo più quando vado a correre o quando vado/torno da lavoro.
In realtà mantengo ancora un rapporto abbastanza intimo con la musica, motivo per cui non ne parlo con chiunque e, per esempio, mi viene davvero difficile ascoltare della musica con qualcuno (figuriamoci i miei dischi preferiti), a meno che non sia qualcuno di estremamente fidato o con cui non sia solito disquisire dell’argomento in questione.
La musica è un importante valvola di sfogo, e un potente mezzo per staccare la spina e non impazzire o semplicemente per mettere a fuoco ciò che non si riesce a vedere bene (non solo i problemi, non buttiamoci giù, anche e soprattutto quelle cose per cui bisogna fermarsi a pensare). Tutti ne abbiamo bisogno e diciamo che in questo periodo, con inevitabili e per fortuna non troppo gravi ripercussioni sugli eventi, ho avuto poco tempo per questi hobby (tipo ascoltare musica, scrivere, o andare a correre) che ti aiutano a staccare la spina quando serve, o ad attaccarla bene per vederci meglio, e soprattutto a non scendere al mattino in metropolitana con un kalašnikov per provare a vincere con le cattive la mia personale e quotidiana battaglia contro il mondo.
Ho notato che quando sei giù o quando ti è successo qualcosa di brutto che non riesci a digerire si entra in un particolare stato di empatia per il quale tutte le canzoni ti parlano. E questo vale sia per quei gigioni che scrivono testi volutamente generici in cui chiunque si riconosce per il semplice motivo che chiunque li potrebbe scrivere, che per quelle volte in cui entri in connessione con testi specifici e ti ritrovi a empatizzare con situazioni palesemente distanti dalla tua condizione, tipo l’americano che scrive il blues triste per la sua tipa morta (??) o l’autore degli anni settanta che scrive una lettera a suo figlio. Questa particolare condizione di sensibilità potrebbe un giorno portarmi a fare la pace e accettare tutto quel genere musicale che al momento reputo merda, non nobile merda d’artista ma merda prodotta combinando quei due tre termini e quei due tre concetti fino alla nausea (se qualcuno vede dei velati riferimenti alla totalità del cantautorato italiano dal secondo/terzo disco in poi, o alla facilità con cui puoi trovare le parole cuore e amore in un qualsiasi testo dei Negramaro, tali riferimenti NON sono casuali). Sinceramente non credo sia questo il giorno.

Col passare del tempo si finisce per legare le canzoni che si ascoltano in questi momenti particolari con la fase della tua storia personale, ciò implica che una canzone che vorresti collegare alla tua ultima delusione potrebbe essere già occupata da un ricordo. Dico così perché un po’ di giorni fa mi sono reso conto che una canzone che mi stava struggendo lo aveva già fatto almeno altre due volte e ne sono rimasto molto infastidito.
Dal momento che la musica che ascolto tramite il lettore (negli ultimi tempi mi riferisco al mio cellulare) è più o meno la stessa da quando ne ho uno, eccezion fatta per aggiunte e aggiornamenti progressivi che seguivano le ultime uscite, ho deciso di fare un bel reset e di ripartire da zero con la playlist.

Si tratta di una sorta di trasloco, di un’uscita netta dalla mia confort zone musicale, di un restyling massivo del rifugio nel quale vado ad isolarmi. Un consulente direbbe a questo punto in consulentese Dov’è il So what di tutto questo? Si tratta di una notizia rilevante?
Probabilmente no, ma nel mio modo di vedere le cose è un modo abbastanza aggressivo di cambiare le cose. Non che stiano andando male, ma possono ancora andare meglio.

 

musica in vena

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