Se hace camino al andar

“Caminante, no hay Camino
Se hace Camino al andar”
Antonio Machado

Ho avuto bisogno di farmi risucchiare dal grigio lombardo, dai labirinti sotterranei in cui ci spingono come topi (sono sicuro che qualcuno dall’alto ci osserva e se la spassa, a vederci correre dietro a una metropolitana del cazzo); ho avuto bisogno di perdere il ricordo del sapore della salsedine e di tutte quelle sensazioni dello stare all’aria aperta che la vita di città tende a farti dimenticare; ho avuto bisogno di sentire questa vacanza brevissima lontana e remota come un sogno; di sentire la nostalgia, ma di sentirla quasi irreale, perché quando ero appena tornato, quando ancora avevo il tempo e la testa per fermarmi e raccontare questo viaggio, c’ero ancora troppo dentro.
Ma adesso eccomi qui, mesi dopo, ad annegare del grigio, sperando che prima o poi impari a nuotare perché l’alternativa non è un granché (si sa che l’annegamento non è che sia questa esperienza imperdibile).

Se si mischiano assieme le prime ferie pagate della mia vita, la voglia di fare un viaggio da solo, la voglia di muovermi dopo mesi seduto al pc o sul sedile di un treno, la voglia di vedere ancora Porto e il Portogallo (erano passati quasi due anni); e se si prova a concentrare tutti questi ingredienti in un arco temporale di due settimane, il Caminho Português verso Santiago non è affatto una soluzione azzardata. Me ne sono accorto parlando con gli altri pellegrini, quando mi chiedevano come mai avessi deciso di fare il cammino: mi sembrava che con queste premesse non ci fossero molte altre opzioni. Ma sono già troppo avanti, forse è meglio cominciare dall’inizio, da Porto.

PORTO
Questa vacanza inizia con dei saltelli. Di quelli che fanno i bambini quando sanno che andranno alle giostre (mi rendo conto mentre scrivo che probabilmente questa metafora è anacronistica) e di quelli che ho fatto io quando ho prenotato finalmente l’ostello (last minute, letteralmente: la mattina stessa del volo) realizzando finalmente, molto più che durante i preparativi, che stavo per partire.
Se ho capito una cosa su come sono fatto è che non ho abbastanza spazio per certe cose e quindi è facile che queste trabocchino fuori.
Dopo aver smesso di saltellare sono riuscito a prendere l’aereo ed ero di nuovo nella Cidade Invicta. Voltar…se dovessi spiegare il significato del termine “gioia” vi porterei all’aeroporto Sa Carneiro con me, questa volta (a differenza delle altre due) non mi ha accolto l’odore del mare, ma già dalle prime conversazioni della gente e soprattutto dal primo sentido-direction della speaker della metro ero di nuovo a casa. All’uscita del gate mi hanno dato una mappa della città, l’ho presa per cortesia e per rispondere obrigado, ma non l’ho mai usata.
Sono rimasto poco in città e ho cercato di prepararmi ai ritmi del cammino girandola il più possibile, c’era un’infinità di posti che mi erano mancati e che dovevo salutare. Il fascino decadente era ancora lì, i tossici del centro hanno cambiato la storiella con cui ti chiedono gli spicci (ma nao tenho moedas funziona ancora) e c’è sempre una quantità di case vuote esageratamente sproporzionata alla bellezza di questa città (ma perché nessuno ci vuole vivere? Io ci voglio vivere!) Quello che provo per Porto è difficile da esprimere, ho sempre detto che mi sento molto più a casa lì che a Milano, però la prima rivelazione di questo viaggio è stata che non è il mio posto. L’ho sentito di botto sulla spiaggia di Matosinhos ed elaborato durante il tramonto al Palacio de Cristal, uno dei più belli che abbia mai visto. Tempo fa dissi che avevo lasciato un pezzo del mio cuore a Porto, come l’infante Enrique il Navigatore, il cui corpo giace a Lisbona anche se la leggenda dice che abbia voluto che il suo cuore fosse lasciato a Porto. Nel mio caso, forse finalmente ritrovando la parte di me che avevo lasciato qui due anni fa sono riuscito a sentire meglio. Ho capito che la sensazione di sentirsi a casa non dipende dal luogo geografico ma da uno stato mentale che devo raggiungere per conto mio. A quel punto qualsiasi posto andrà bene, when you own the world you’re always home, dicevano i Queen of the stone age, diamogli fiducia.
Il prezzo di questa prima epifania è stato quantificato in una lunga serie di coltellate al cuore, che Porto mi ha inferto spietata come quella ex che rivedi dopo tempo e ti mozza il fiato un po’ perché è bella di per sé e un po’ perché ritiene giusto che tu sappia a che cosa hai rinunciato.
Non è il mio posto, ma lo amo: sarà il mio benchmark per quando valuterò seriamente l’idea di fermarmi da qualche parte.

BOM CAMINHO
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Il giorno dopo di buon mattino salgo fino alla cattedrale, scelgo la freccia gialla (seguendo quelle blu si arriva a Fatima) e inizio a camminare. Le strade dove mi perdevo tra le feste erasmus sono piene zeppe di frecce che due anni prima non avevo mai notato e in mezza giornata sono già lontano da Porto. Tutto comincia con l’eccitazione del raggiungere quasi di corsa la Ribera seguendo le frecce gialle tra i vicoli, per qualche minuto perdo la strada nel tratto cittadino prima di arrivare alla Rua do Cedofeita: sarà l’unico errore di percorso in un tragitto segnato benissimo fin dentro a Santiago. Davvero impossibile perdersi, nel tratto portoghese addirittura erano segnate con una x le strade da non prendere, qualora non fossero abbastanza le frecce. La prima impressione del viaggio, condivisa con una delle poche persone che ho sentito regolarmente in quelle settimane di pausa dal mondo è stata: sarebbe bello se anche la vita fosse così.
Ancora non posso saperlo, ma il primo sarà l’unico giorno veramente caldo di tutta la vacanza, mi costerà una fatica bestia e probabilmente un’insolazione (forse dopo 40 km sotto al sole è anche il minimo). La prima sera non la scorderò mai: febbre, incubi e il pensiero ricorrente che forse il giorno dopo tornerò a casa. Invece il giorno dopo mi alzo tardi e riparto.
La fatica, la mia cara vecchia amica degli allenamenti di quando facevo di tutto per evitare che un pallone varcasse una linea, si ripresenta in una forma nuova: lenta, costante e piena. Non è uno sforzo insostenibile, di quanto sei stanco te ne accorgi solo alla fine quando ti fermi tanto che per i primi due-tre giorni non sarò più in grado di muovermi una volta varcata la soglia dell’ostello, il terzo giorno ricordo di aver fatto la fila per registrarmi strisciando per terra mentre da seduto facevo stretching.
Detto questo, fin dai primi chilometri si dimostra all’altezza delle aspettative. Un sacco di tempo per me, senza il brusio di una città o dell’hard disk di un computer, vestito sempre leggero e con le occasioni sociali ridotte all’essenziale (antipasto dell’andare a vivere da solo). Il cammino ripropone all’infinito quelle classiche situazioni da incipit di barzelletta (ci sono un italiano un tedesco e uno spagnolo…) che avevo già sperimentato in erasmus, ma per strada non è maleducazione lasciare indietro (o lasciare andare) gente con cui hai chiacchierato per chilometri o con cui hai semplicemente camminato in silenzio per ore, si tratta di norme non scritte come l’augurare Bom caminho a tutte i pellegrini che incontri, lo stesso del resto fanno con te tutti i passanti. C’è comunque anche un lato sociale: il cammino azzera le distanze e la Superbock a fine giornata lubrifica confronti che oltrepassano l’età, la nazionalità e l’estrazione sociale. Ci sono gli studenti che si fanno la vacanza tra un esame e l’altro, gente che passa le ferie o che una volta andata in pensione decide di viaggiare un po’(Hans, manager bavarese in pensione, manda un solo messaggio alla moglie in Baviera con scritto la città in cui è arrivato) e le coppie – tenerissime, più grandi sono e più li invidi- che fanno il cammino assieme (ho incontrato un sacco di volte una coppia di francesi, ma il ricordo più nitido che ho di loro è quando li ho passati in una salita talmente ripida che si potevano usare le mani, sotto la pioggia).
Siamo tutti viaggiatori. È facile parlare per ore senza presentarsi, nemmeno quando ci si rincontra tra un ostello e l’altro (chissà per quante persone sarò stato “il siciliano”) ed è un’ottima occasione per ripassare le lingue, dall’inglese allo spagnolo, fino al portoghese (dopo un paio di giorni) con gli abitanti del luogo. Where are you from, de donde/onde eres/es, da dove vieni è la domanda più frequente, anche se a volte più che la nazionalità si intende da dove si è iniziato il cammino. Invece Dove vai? Che sarebbe una domanda molto importante da fare a una persona appena conosciuta, qui non si chiede mai perché tutti andiamo nello stesso posto. Ricordo che a quel tempo pensavo spesso che fossimo tanti adepti del faceless god di game of thrones, tanti jaq’en hagar con nessun’altra identità diversa dalle storie che avremmo raccontato. Viaggio da solo non è una cosa tanto difficile da sentire.

BUEN CAMINO
Il settimo giorno passo il confine, la notte prima avevo deciso di fermarmi con qualche chilometro di anticipo per evitare di entrare in Spagna e di fare la ultima cena portoghese. Si passa dalla SuperBock alla Estrella Galicia, da bom caminho a buen camino e a una lingua che conosco di più ma che mi piace meno, anche se mi tornerà molto utile in un paio di occasioni, soprattutto in un ostello dove la proprietaria era in crisi perché assalita da una comitiva di italiani nessuno dei quali parlava lo spagnolo, il che mi frutterà una lavata e un’asciugata del contenuto del mio zaino a condizioni di favore. La parte spagnola mi è piaciuta meno di quella portoghese, più che altro Santiago si avvicinava e le camminate mi pesavano sempre meno (ma come, proprio ora che mi sto abituando arrivo?). Però è in questo tratto che ho deciso di fare un pezzo di strada con le cuffie a palla, legando indissolubilmente due dei miei dischi preferiti con questa esperienza e riuscendo a guadagnarmi per la prima e l’ultima volta le attenzioni di un cane, spauracchio comune dei pellegrini, perché ad un certo punto in campagna mi ero messo a cantare ad alto volume come se fossi sotto la doccia e il 4zampe non avrà gradito la performance.
Quando sono arrivato è stato un misto di emozioni. La città in sé è abbastanza anonima, una qualsiasi città medio-grande che ti fa chiedere come mai abbia camminato così tanto per raggiungere una posto qualsiasi. Ma appena arrivi in cattedrale cambia tutto. La piazza davanti alla chiesa è sempre piena di gente, comitive, gruppetti, pellegrini, tutti più o meno stremati, tutti più o meno felici. Una frase comincia a prendere forma e ti chiedi quale sia mentre ti guardi spaesato, la frase cresce di volume e ad un certo punto arriva. Ricordo perfettamente il momento in cui entrato in chiesa mi inginocchio e finalmente riesco ad acchiappare quel retropensiero che mi trascino da mezz’ora. Dice un concetto abbastanza semplice: ce l’ho fatta.

HASTA FINISTERRE
Non ricordo nemmeno più quanti anni fa scrissi la prima volta su un quaderno “hasta finisterre”, ma avevo allungato molte tappe per lasciarmi abbastanza tempo per raggiungere anche questa località. È lì che si trova la vera fine del Cammino, dopo un periodo che va dai dieci giorni al mese di fatiche, te ne concedi altri tre per arrivare al faro, davanti all’oceano, guardare il tramonto e chiudere tutto con il rito catartico del falò.
Ho ripreso la strada con 3/5 della comitiva con cui andrò qualche mese dopo a Berlino. Lo spirito del gruppo era “abbiamo concluso questa grande faticata, adesso fermiamoci a bere una birra in tutti i bar sulla strada” e più o meno abbiamo fatto così per i tre giorni successivi. O meglio due, perché al terzo io ho proseguito verso Finisterre mentre Mike e Giuseppe sono andati prima a Muxia. Io sarei andato anche lì, ma dopo, solo che l’ultima notte a Finisterre coincide con la prima passata completamente all’addiaccio, così che deciderò di passare gli ultimi due giorni in panciolle, seguendo il consiglio di Mike che aveva bisogno di un day off e lo andava ripetendo in continuazione.
L’esperienza comunque si chiude alla grande, con un tramonto spettacolare sull’oceano, un falò dove lascio una maglia e un sacco di fogli di carta, e un cielo stellato incredibile che si dà il cambio con il sole, accompagnato dall’accendersi del faro. Negli ultimi due giorni avrò modo di riammirare il botafumeiro, un’incensiera immensa che quattro monaci fanno oscillare per tutta la volta della chiesa in un rito molto caratteristico e suggestivo (in tempi antichi venne studiato per compensare la puzza dei primi pellegrini che arrivavano dopo settimane di viaggio puzzando come capre). Avrò anche modo di constatare come il Cammino sia stato gentile con me e mi abbia concesso di terminare l’avventura senza pretendere un tributo molto alto. Questo lo penso mentre osservo la quantità di papole, gente con bendaggi vari a caviglie e ginocchia e l’aria stravolta. Per me è bastato un po’ di voltaren ma so bene che è stata solo fortuna

Ci sono tanti piccoli episodi che non scriverò qui, in parte perché preferisco tenerli per me e in parte perché il tempo lunghissimo che ho lasciato passare prima del resoconto del viaggio mi ha concesso di asciugare un po’ un testo che, già lo so, sarebbe stato due-tre volte più esteso se lo avessi scritto ad agosto o a settembre.
Il Cammino ha puntato il faro di Finisterre sui miei passi, illuminando la mia strada. Questo significa che adesso abbia un vago indizio sulla prossima destinazione? Neanche per idea, ma la strada è illuminata e a me non resta che muovermi

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