Lodi, TVB?

Sono ormai sette i mesi che ho trascorso a Milano e non gli ho dedicato nemmeno due righe.
Si sarà capito che il mio incipit è ufficialmente diventato non ho trovo più il tempo per scrivere, ma in questo caso il paragone con i verbosi diari portoghesi e con i frequenti pavesini (per non parlare della frequenza con cui riuscivo a scrivere quando vivevo giù) non riguarda solo il mio rapporto con i caratteri neri ma abbraccia altri argomenti che spero di toccare oggi.

La prima e più importante ragione risiede in un concorso di colpa tra l’età e lo stile di vita: passare cinque giorni su sette, otto ore al giorno (sì, mi piacerebbe…facciamo qualcuna in più) davanti a un pc, di certo mi scoraggia un po’ dall’aprire un file word senza una ragione valida (in consulenza task) infatti per buttare giù la prima bozza di questo intervento ho dovuto fare ritorno al metodo analogico (leggi Carta e penna).
Da un punto di vista storico mi trovo in una fase diversa: passato il rush esami-erasmus-tesinunmese-laurea-ricerca del lavoro e le mille peripezie tra cui mi barcamenavo sentendomi perennemente in transizione, adesso è tutto un po’ più regolare. Il che mi porta a vedermi sfuggire di mano un mese o un intero trimestre senza avere qualcosa di interessante da raccontare.
Non credo che questo sia il mio habitat naturale: ogni volta che chiudo uno zaino o vado all’aeroporto il mio sangue zingaro comincia a riattivarsi, ma per ora è così. I cambiamenti sono sempre il mio cruccio principale, ma tutto per ora va ad una velocità diversa e forse di stabilità e di routine ne avevo bisogno per rifiatare.

Un altro dei fattori principali è che io con questa città non ho ancora legato tanto e forse non lo farò mai, a pelle la cosa non sembra funzionare.
Quando qui venivo saltuariamente per i colloqui e nei primi tempi da pendolare, riuscivo a guardare le persone che brulicavano nella metro e per le strade e a vederle come zelanti formiche; adesso invece so di essere una di loro, anche se ancora non mi riconosco.
Sotto casa mia c’è una strada molto larga, in realtà sono due semafori per un unico attraversamento, entrambi tarati sul passo frettoloso dei milanesi, nel senso che puoi attraversarli solo correndo. Io non solo non riesco mai ad attraversarli in una volta sola, ma ogni mattina, mentre aspetto che scatti il secondo verde nella pista ciclabile tra le due corsie, mi chiedo: ma dove andrà la gente di così importante? Che ci sarà da essere sempre così di fretta?
Nel mio immaginario la fretta deriva da un’errata pianificazione, o da un imprevisto che ti sposta la suddetta pianificazione: quindi la gente qui o è sempre sfortunata o non si sa proprio organizzare. A volte mi sorprendo a spazientirmi per qualcuno che cammina piano, ma continuo ad ignorarne il motivo.
La frenesia milanese non è quella di chi corre verso una persona che non abbraccia da tanto tempo o che corre verso qualcosa di cui ha bisogno; non è nemmeno la fretta seria efficiente di chi ha qualche impegno importante e si adatta alla meno peggio a cause di forza maggiore.
La frenesia di Milano è fine a sé stessa.
Forse molti non saranno disposti ad ammetterlo ma credo che la maggior parte di loro preferisca continuare a correre senza chiedersi il perché. Le risposte potrebbero non piacere e, peggio, l’assenza di una vera e propria risposta potrebbe essere difficile da gestire.

Eppure non posso dire che sia un brutto posto dove vivere.
La città è molto più bella dello stereotipo “c’è solo il duomo e poco altro”, mantenuto in vita da persone che da qui sono solo passate. In realtà è una città gigantesca, dalle mille anime diverse, sempre viva.
Mi piace il fatto che, non conoscendola ancora bene, posso sentirmi un turista quando voglio e così anestetizzare le mie crisi di astinenza da viaggiatore. È grande, più impersonale e meno familiare. Hai la possibilità di conoscere gente e posti nuovi senza soluzione di continuità, ma ovviamente andare più a fondo diventa molto più difficile.

A lavoro, quando prepariamo una presentazione, un .ppt, che già di per sé viene realizzato per fare sintesi, spesso conviene iniziare con un executive summary, ovvero una sola slide dove concentrare tutto il contenuto. Serve a chi non ha tempo di leggere tutta la presentazione, o perché non era fisicamente presente al meeting o perché di ppt ne mastica a decine. Allo stesso modo con la gente nuova ognuno si prepara un executive summary sulla propria storia e di norma non va molto oltre quella slide nella presentazione di sé, solitamente si chiedono e si raccontano sempre le stesse cose e difficilmente ci sarà un follow up (pardon, un seguito. Un giorno scriverò un post in consulentese e lo linkerò qui). Pertanto si resta ad alto livello, senza approfondire troppo.
Forse la differenza principale con gli altri posti è tutta qui.
Tempo fa a Pavia passavo dal Ponte Coperto: ho perso il conto delle conversazioni e dei ricordi che ho in quella particolare zona della città e viene difficile immaginare un posto simile a Milano, ma soprattutto l’occasione per avere dei ricordi di quel genere.
In questo momento vedo un futuro bloccato all’executive summary e non ho ancora capito se la cosa mi piaccia o meno.

 

lodi tibb

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Lodi TVB e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...