Cosa ho imparato al the floating piers

Il 2  luglio ho visitato il The floating piers perché avevo una macchina a disposizione e perché erano gli ultimi giorni prima che venisse smontato definitivamente.
Tornato a Milano stavo scrivendo uno status su facebook che poi si è rivelato troppo lungo e quindi ho pensato di scrivere qui per non disturbare, con il segreto intento di attrarre tutti con tecniche di click baiting (attualmente le mie preferite sono: “è incredibile quello che ho visto al lato di iseo, CLICCA QUI” oppure “ecco alcune foto dell’ultima opera di Christo, la numero 6 non è un fotomontaggio!” oppure ancora, per seguire le mode “I media non te lo dicono, ma al floating piers succede che…CLICKA CUI!1!!!1”).
Fatto sta che mi ritrovo a scrivere dopo meno di una settimana, in un periodo in cui riesco a far passare mesi senza scrivere una riga.
OK, parte in cui mi lamento che non ho trovo tempo per scrivere inserita, possiamo iniziare a trascrivere lo status, che ovviamente sarà un po’ più lungo rispetto a quello che stavo per scrivere sui social network:
1) Anche in Lombardia ci sono dei posti da vedere
Resistendo alla tentazione di non andare in un posto perché ci vanno tutti (strategia hipster adottata con discreto successo durante l’Expo), ho scoperto un posto meraviglioso. Vicino all’acqua, anche se in questo caso si trattava di una zona lacustre, si sta esageratamente meglio. Ne prendo atto e soprattutto nota.
2) I vecchi, pardon…gli anziani sono al passo coi tempi
Troppi, ma davvero troppi anziani a farsi le pose davanti al telefonino, alcuni di loro anche con l’apposito bastone: può salvarci solo l’olocausto nucleare, noi siamo pronti
3) Christo ha concepito una metafora della vita
Al di là dell’evidente piacere di camminare in mezzo a un lago come su una prua di una barca, circondato da un panorama vergognosamente bello offerto da una prospettiva possibile prima di allora solo per l’appunto da un’imbarcazione, l’artista bulgaro secondo me ha progettato l’opera in senso lato.
Non si è occupato infatti solo del tragitto della passerella o del materiale e del colore del rivestimento, ma anche e soprattutto del far confluire quasi un milione di persone, in quindici giorni, in un paesino minuscolo. Con tutto il caos che ne deriva (non me la sento fino in fondo di accollarla alla disorganizzazione, c’era semplicemente troppa gente).
Per me il the floating piers è una metafora della vita e, consulenzialmente, lo spiegherò nell’elenco puntato che segue. Vi accorgerete che dopo ogni punto dell’elenco è possibile aggiungere le tre parole “1come 2nella 3vita” con lo stesso automatismo con cui le anziane salmodiano Ora pro nobis dopo il nome di ogni Santo del rosario (e adesso che l’ho detto, sarebbe bello che questo accadesse anche con la stessa melodia):
– c’è una quantità spropositata di gente che vuole fare la stessa cosa
– in proporzione c’è poco spazio
– C’è fila, tanta fila. E confusione, ma tanta confusione
– Per motivi diversi, ma sostanzialmente per non avere rotture di cazzo, la gente addetta all’ordine tenderà a farti desistere adducendo alle motivazioni più varie: ci sono code di ore, il tempo fa cagare, non è garantito l’accesso, non è così bello e via discorrendo
-qualcuno molla
– con quella che molti chiamerebbero determinazione, pervicacia o caparbietà ma che in realtà è una testa dura quanto e più della pietra lavica, tu te ne fotti e tiri dritto, aspetti con calma che la fila scorra, non molli e né vai via
– riesci e ti accorgi che ne valeva la pena eccome
Sono epifanie che solo un Christo poteva darti?
No, credo proprio di no, ma ogni tanto un ripasso dei fondamentali fa bene.
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